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  • Giovedì 12 dicembre 2024

Cosa sappiamo sulla storia della bambina soccorsa da sola nel Mediterraneo

È stata trovata di notte, per caso, dalla nave di una ong, ma è inverosimile che sia rimasta in acqua per giorni come ha raccontato

L'11enne soccorsa al largo di Lampedusa, in una foto pubblicata dall'ong Compass Collective
L'11enne soccorsa al largo di Lampedusa, in una foto pubblicata dall'ong Compass Collective
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Nella notte tra martedì e mercoledì la nave della ong Compass Collective, una barca a vela chiamata Trotamar III, ha soccorso una bambina di 11 anni nel mar Mediterraneo al largo di Lampedusa. La ong ha scritto in un comunicato che la bambina è l’unica sopravvissuta al naufragio di una barca che, stando al suo racconto, aveva a bordo un gruppo di persone. La storia è stata ripresa da tutti i giornali italiani e da alcune testate internazionali perché ha diversi elementi un po’ eccezionali, a partire dal fatto che una bambina è stata trovata da sola in mare in piena notte. Ci sono però ancora molte cose che non sappiamo del naufragio, su cui intanto è stata aperta un’inchiesta.

Nel comunicato Compass Collective dice che il soccorso della bambina è avvenuto alle 3:20 di notte di mercoledì. La nave si stava muovendo a sud di Lampedusa per un’altra segnalazione di una barca in difficoltà, quando alcuni membri dell’equipaggio hanno sentito delle grida. Il comandante Matthias Wiedenlübbert ha detto che è stata una «coincidenza incredibile» aver sentito la voce della bambina nonostante il motore della barca fosse acceso. Quando la bambina è stata trovata, ha raccontato la ong, si stava tenendo a galla con due boe improvvisate, fatte di tubi riempiti d’aria, e una giacca salvagente. Non aveva né cibo né acqua potabile, ma Compass Collective ha notato che era comunque «reattiva e orientata».

Dopo essere stata soccorsa la bambina ha detto ai soccorritori che veniva dalla Sierra Leone e che era partita insieme ad alcune decine di persone da Sfax, in Tunisia (dice che quando sono partiti erano in tutto circa 45). Viaggiavano su una barca di metallo, che stando al racconto sarebbe affondata tre giorni prima rispetto a quando la bambina è stata soccorsa. La bambina ha anche raccontato che in mare erano rimaste con lei altre due persone, di cui ha poi perso traccia. Compass Collective ha scritto che la bambina è sopravvissuta da sola in una tempesta molto intensa, con il vento a più di 40 chilometri orari e onde alte 2 metri e mezzo. La ong ipotizza che le altre persone che erano con lei siano annegate.

Mercoledì mattina alle 6 la Trotamar III è arrivata a Lampedusa. La bambina è stata visitata nel poliambulatorio dell’isola, poi ha incontrato una psicologa e nel pomeriggio è stata portata all’hotspot. A breve dovrebbe lasciare l’isola per essere portata in una struttura sicura per minori. Giovedì la procuratrice dei minori di Palermo, Claudia Caramanna, ha spiegato all’Ansa che cercheranno di capire se la bambina ha ancora i genitori o se sarà necessario aprire un procedimento per l’affido e poi eventualmente l’adozione.

La procura di Agrigento intanto ha aperto un’inchiesta per naufragio colposo, omicidio colposo plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Da mercoledì le motovedette della Guardia Costiera italiana e della Guardia di Finanza di Agrigento hanno iniziato le ricerche nell’area in cui sarebbe avvenuto il naufragio. Stando alle ultime informazioni disponibili, non sono ancora state trovate tracce che indichino un naufragio, come resti di una barca e salvagenti.

Sergio Scandura, giornalista di Radio Radicale che da molti anni monitora le operazioni di soccorso civili e istituzionali delle persone migranti nel Mediterraneo, conferma che il soccorso della bambina è avvenuto entro le 11 miglia marine delle acque italiane, dunque a circa 20 chilometri da Lampedusa.

Francesco D’Arca è il medico responsabile del poliambulatorio di Lampedusa che ha visitato la bambina appena è sbarcata sull’isola. «Non aveva problemi particolari dal punto di vista sanitario, non era in ipotermia. È rimasta con noi in osservazione fino alle 13 circa e ha recuperato», racconta. Dal punto di vista medico, per D’Arca è piuttosto inverosimile che la bambina sia rimasta in acqua per alcuni giorni, come lei stessa ha raccontato all’equipaggio della Trotamar III, e sia sopravvissuta. Comprensibilmente, spiega D’Arca, la bambina potrebbe avere avuto una percezione alterata del tempo vista l’esperienza traumatica che ha vissuto. Per D’Arca, da che si ricorda, è comunque la prima volta che una bambina arriva a Lampedusa dopo essere stata soccorsa in mare da sola. «Ma Lampedusa ci abitua a questo, a non abituarci mai», dice.

La rotta tra Sfax e Lampedusa è molto frequentata dalle barche su cui viaggiano persone migranti. Lampedusa dista infatti appena 130 chilometri dalle coste della Tunisia, che con un’imbarcazione in buone condizioni si possono coprire in poche ore. Gran parte delle persone che cercano di raggiungere via mare Lampedusa parte proprio dalla costa centro-orientale della Tunisia, il cui centro più grande è appunto la città di Sfax. La maggior parte dei naufragi avviene nel tratto di mare compreso tra Tunisia, Libia e Italia, ed è infatti in quella zona che spesso si trovano le navi delle ong che si occupano dei soccorsi in mare.

Un soccorso della Geo Barents di Medici Senza Frontiere, a settembre del 2023 (ANSA/STEFAN PEJOVIC/UFFICIO STAMPA MEDICI SENZA FRONTIERE)

Non si sa esattamente quante persone muoiano nel Mediterraneo centrale. Esistono dei database, come quello del progetto Missing Migrants dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), l’agenzia ONU per le migrazioni, che comunque specifica che questa raccolta di dati ha dei limiti, in particolare per quanto riguarda il mar Mediterraneo. In certi casi è infatti impossibile avere dati certi perché alcuni naufragi avvengono senza che se ne abbia notizia, perché per esempio non ci sono superstiti e le ong o le autorità non riescono ad accorgersene e registrarli.

Si sa però che questi naufragi avvengono. Thaila Poli, responsabile in Sicilia dell’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR), spiega che capita che le persone migranti arrivate con una barca a Lampedusa raccontino che con loro c’era un’altra barca, mai arrivata. Oppure, continua Poli, riferiscono di aver assistito a naufragi avvenuti vicino alle coste libiche e tunisine. Altre volte succede che le ong e la Guardia Costiera incontrino naufraghi in mare durante un’altra operazione di soccorso, o trovino solo resti di barche, che potrebbero essere conseguenza sia di un naufragio sia di un soccorso in cui non ci si è riusciti a occupare anche dell’imbarcazione. Altre volte ancora si viene a sapere di un naufragio grazie alle richieste di familiari che cercano notizie dei loro parenti.

– Leggi anche: Come sono fatte le barche dei migranti

Per l’UNHCR è comunque verosimile che il naufragio raccontato dalla bambina soccorsa da Compass Collective sia effettivamente avvenuto, date le cattive condizioni meteo e il tipo di barca su cui la bambina ha raccontato che stava viaggiando.

La bambina ha parlato ai soccorritori della Compass Collective di una barca di metallo. È un tipo di imbarcazione giudicato molto instabile e pericoloso, che ha cominciato a diffondersi nel tratto di mare fra la Tunisia e le coste della Sicilia dalla fine del 2022. Sono barchini lunghi pochi metri, che vengono costruiti dai trafficanti di esseri umani a Sfax e possono portare 45-50 persone.

Un barchino di ferro nel porto vecchio di Lampedusa (Luca Misculin/Il Post)

Luca Marelli, responsabile delle osservazioni aeree per la ong Sea-Watch, da Lampedusa conferma che di questi barchini se ne vedono ancora parecchi. «Le lastre di metallo sono saldate insieme molto sommariamente, quindi si rompono facilmente. In più hanno un bordo basso: basta pochissimo movimento per fare entrare l’acqua, che poi le fa ribaltare», spiega. Al contrario delle barche in legno, inoltre, quando imbarcano l’acqua o si rompono questi barchini affondano subito. Alle persone in mare quindi non resta nulla cui aggrapparsi, se non hanno salvagenti rudimentali come le camere d’aria che hanno tenuto a galla la bambina nei giorni scorsi.

Ci sono anche altri tipi di barche su cui viaggiano i migranti, come gli ex pescherecci, i barchini in legno, i gommoni e le barche piatte in vetro-resina. Sono comunque tutte inadeguate a trasportare decine o centinaia di persone per diversi giorni, specialmente in un tratto di mare dove le condizioni meteo cambiano molto rapidamente.

Rispetto alle condizioni meteo, Marelli dice che negli ultimi giorni a Lampedusa c’è stato molto vento e le onde erano molto alte, tanto che nemmeno i loro aerei sono usciti. Non c’erano quindi condizioni meteo favorevoli per le traversate, che di solito cominciano proprio quando c’è bel tempo, o quando comunque è possibile navigare. «Dipende sempre tutto dal meteo», dice Marelli. Non è un’opinione isolata: secondo gli esperti di migrazione e le persone impegnate nel soccorso in mare il vero “pull factor”, cioè il fattore che condiziona maggiormente le partenze dalle coste dal Nord Africa, sono proprio le condizioni meteo favorevoli nei luoghi di partenza – e non la presenza delle navi delle ong, come hanno ripetuto spesso esponenti della destra italiana e la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Marelli racconta che dalla sua esperienza in inverno i periodi di bel tempo nel Mediterraneo sono intervalli piuttosto brevi, di qualche giorno o un giorno solo, in mezzo a periodi più lunghi di cattivo tempo. Nelle finestre di bel tempo ci sono diverse partenze: è la ragione per cui mercoledì sono arrivate oltre cento persone a Lampedusa dopo una decina di giorni senza sbarchi. Il fatto che i periodi di bel tempo siano così brevi però aumenta i rischi della traversata. Le imbarcazioni partite con il sole possono trovarsi all’improvviso in mezzo al mare grosso, che impedisce anche ai soccorsi di raggiungerle.

Infine, molte barche tendono a partire dalle coste tunisine – così come dalla Libia – di notte o all’alba per provare a evitare di essere intercettate dalla Guardia costiera tunisina. Navigare di notte è però molto rischioso: la visibilità scarsa compromette ulteriormente la navigazione già esposta a molti rischi dei barchini e degli ex pescherecci, e in caso di problemi rende anche più difficili i soccorsi.