Cosa succede nella guerra in Medio Oriente?
Come siamo arrivati ai nuovi attacchi tra Iran e Israele, nonostante due cessate il fuoco

Gli attacchi di domenica e lunedì sono stati i primi tra Iran e Israele dall’inizio del cessate il fuoco, lo scorso 8 aprile. L’accordo era stato fragile fin dall’inizio, e di fatto si è limitato a una pausa nei combattimenti senza essere seguito da veri progressi diplomatici: ora è ulteriormente in discussione.
Domenica l’Iran ha lanciato missili balistici contro Israele, che li ha intercettati tutti e ha risposto nella notte bombardando varie zone dell’Iran. Almeno pubblicamente, il presidente statunitense Donald Trump aveva cercato di dissuadere Israele dal rispondere. Per Trump, che ha spesso mostrato ottimismo sulle trattative con l’Iran (ma anche molta aggressività), questa situazione in cui tutto sembra ricominciare da capo è un fallimento. Smentisce una volta di più la narrazione che dava per finita la guerra in Medio Oriente e per imminente un accordo con l’Iran.
Per capire come siamo arrivati ai nuovi attacchi, va ricordato che almeno in teoria in Medio Oriente sono in vigore due cessate il fuoco, collegati. Il primo è quello di Stati Uniti e Israele con l’Iran, cominciato ad aprile e che Trump ha poi esteso a tempo indefinito. Il secondo è quello, iniziato una decina di giorni dopo, tra Israele e il governo libanese, scaduto e rinnovato più volte: l’ultima la settimana scorsa.
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I resti di un missile iraniano vicino a Gerico, in Cisgiordania, l’8 giugno (AP Photo/Mahmoud Illean)
Il regime iraniano ha sempre vincolato il primo cessate il fuoco al secondo, dicendo che avrebbe considerato valido l’accordo con Israele e Stati Uniti solo se Israele avesse fermato i combattimenti anche in Libano, cosa che però non è mai successa.
Le forze armate israeliane stanno continuando a scontrarsi in Libano con il gruppo politico e militare Hezbollah, alleato dell’Iran, e occupano un’estesa “zona cuscinetto” nel sud del paese. Nelle ultime settimane Israele ha anche ripreso a bombardare la capitale libanese Beirut, che aveva accettato di non colpire. Dall’altro lato, Hezbollah non ha mai riconosciuto l’accordo fatto dal governo libanese, e quindi non ritiene valido il cessate il fuoco.
Il regime iraniano ha presentato gli attacchi cominciati domenica come una ritorsione per il proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. Pochi giorni prima il regime aveva detto di considerare sospesi i negoziati con gli Stati Uniti, sempre per via di cosa stava succedendo nel paese.
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Donald Trump durante un evento in Wisconsin, il 5 giugno (Steven Garcia/Bloomberg)
Trump ha spesso mostrato frustrazione per le operazioni israeliane. Prima di questi attacchi, aveva detto di avere telefonato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu chiedendogli se fosse ammattito. Il cessate il fuoco in Libano in pratica era stato imposto da Trump a Netanyahu, che invece avrebbe continuato volentieri la guerra su quel fronte e nei fatti l’ha continuata.
Per Netanyahu è anche una questione politica: in autunno ci saranno le elezioni in Israele, il suo partito di estrema destra è indietro nei sondaggi e l’opposizione lo incalza sulla sicurezza delle città a nord, più vicine al confine con il Libano e più esposte agli attacchi di Hezbollah. Restare primo ministro, per Netanyahu, è anche funzionale a ostacolare il suo processo per corruzione e frode.
Dopo l’attacco dell’Iran di domenica Trump ha fatto altre dichiarazioni dello stesso tenore, per fare pressioni su Israele perché rinunciasse a rispondere e mostrare di controllare l’alleato. Ha telefonato di nuovo a Netanyahu e, parlando con i giornalisti, ha fatto dichiarazioni roboanti e sconclusionate: ha detto che sulla guerra «decido io, lui non decide niente», riferendosi a Netanyahu, e ha ordinato al regime iraniano di «tornare al tavolo e fare un accordo».
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Al tavolo, cioè nelle trattative in corso tra Iran e Stati Uniti per mettere fine alla guerra, non ci sono stati progressi a causa della distanza tra le parti su questioni fondamentali. Il regime iraniano, che ha una leadership ancora più estremista di quella che è stata uccisa nelle prime settimane di guerra, non è disposto a compromessi sul programma nucleare o sulla consegna delle sue scorte di uranio arricchito (necessario per fabbricare la bomba atomica). Finora Trump non ha fatto passi avanti nemmeno sulla riapertura dello stretto di Hormuz, nonostante nelle scorse settimane ci siano stati nuovi bombardamenti statunitensi, seppure contenuti e concentrati lì.
Non si sa se i nuovi bombardamenti israeliani sull’Iran, molto estesi, siano stati concordati con gli Stati Uniti. Un funzionario statunitense ha detto al sito Axios, che ha molte fonti nell’amministrazione Trump, che non sono coinvolti. La tattica dell’amministrazione è sembrata quella di minimizzare gli attacchi, presentandoli come limitati e non come una ripresa della guerra.
Lunedì mattina (ora italiana) Trump ha pubblicato sui social un primo messaggio stringato in cui ha scritto che «Israele e l’Iran devono smettere di attaccarsi immediatamente», poi un secondo in cui ha sostenuto che avessero acconsentito a un «cessate il fuoco immediato», come se non ce ne fosse già uno in vigore.



