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  • Domenica 7 giugno 2026

L’incerto ballottaggio per le presidenziali in Perù

Si elegge il decimo presidente in dieci anni e potrebbe essere la volta buona per Keiko Fujimori, figlia di un ex dittatore e alla sua quarta candidatura

Roberto Sánchez (a sinistra) e Keiko Fujimori al dibattito per le elezioni presidenziali a Lima, in Perù, il 31 maggio 2026 (AP Photo/Martin Mejia)
Roberto Sánchez (a sinistra) e Keiko Fujimori al dibattito per le elezioni presidenziali a Lima, in Perù, il 31 maggio 2026 (AP Photo/Martin Mejia)
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Domenica in Perù si vota per il ballottaggio delle elezioni presidenziali: i due candidati sono Keiko Fujimori, del partito di destra Forza Popolare, alla sua quarta candidatura e figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori, e Roberto Sánchez, del partito di sinistra Insieme per il Perù. Da anni in Perù c’è enorme instabilità politica: chi vince sarà la decima o il decimo presidente del paese in dieci anni, e dovrà gestire la diffusa sfiducia nelle istituzioni e la crescente preoccupazione per l’insicurezza e le violenze della criminalità organizzata. Nei sondaggi Sánchez e Fujimori sono vicini, ma in molti dicono di non avere ancora deciso per chi votare.

Il primo turno il 12 aprile aveva prodotto un risultato molto frammentato: c’erano 35 candidati, Fujimori era stata quella più votata con il 17,2 per cento, Sánchez il secondo con il 12 per cento. Per sapere chi sarebbe stato il secondo candidato al ballottaggio è servito un mese, e i molti ritardi nel conteggio hanno portato alle dimissioni del capo dell’ufficio elettorale nazionale. Il risultato era stato contestato dal partito di destra Rinnovamento Popolare, il cui candidato Rafael López-Aliaga è arrivato poco dietro a Sánchez, con l’11,9 per cento e solo 22mila voti in meno. Dopo il respingimento dei suoi ricorsi, il partito ha deciso di sostenere Fujimori.

Keiko Fujimori durante un comizio nella capitale Lima il 4 giugno (AP Photo/Rodrigo Abd)

In Perù votare è obbligatorio per i cittadini fra i 18 e i 70 anni, e gli elettori registrati sono circa 27 milioni. Il presidente è sia capo di stato che di governo, e viene eletto in modo diretto ogni cinque anni. Gli ultimi tre però sono tutti arrivati alla carica tramite successione costituzionale per la rimozione dei loro predecessori: quello uscente è José Maria Balcázar, in carica da febbraio.

– Leggi anche: Il Perù ha un rapporto complicato con i presidenti

Keiko Fujimori ha 51 anni. La sua figura politica si basa sull’eredità del padre, morto nel 2024. Alberto Fujimori governò il Perù dal 1990 al 2000, ed è ricordato dai peruviani per aver stabilizzato l’economia e soppresso l’insurrezione del gruppo armato Sendero Luminoso, ma è stato anche molto criticato per i suoi metodi di governo e fu condannato per corruzione, abuso di potere e violazione dei diritti umani.

Keiko Fujimori è da anni una delle figure più influenti nella politica peruviana e al momento il suo partito è quello che controlla più seggi sia alla Camera sia al Senato, sebbene sia lontano dall’avere la maggioranza. È arrivata al ballottaggio alle ultime tre presidenziali (nel 2011, 2016 e 2021) ma ha sempre perso, per poco. Durante la campagna elettorale ha detto di voler abbassare il costo della vita: ha promesso agli elettori «pollo più economico, bombole di gas a prezzi abbordabili, fertilizzanti a prezzi ragionevoli».

Roberto Sánchez arriva a cavallo a un comizio a Lima prima del primo turno, l’8 aprile (AP Photo/Bruno Elias)

Anche Sánchez si presenta come un candidato di continuità con un ex presidente: Pedro Castillo, un ex insegnante di sinistra di ispirazione marxista che vinse a sorpresa le elezioni del 2021. Un anno dopo fu messo sotto impeachment con accuse di corruzione: cercò di sciogliere il parlamento per evitare il voto, senza riuscirci, venne rimosso e poi arrestato, e ora è in carcere. L’arresto di Castillo aveva provocato settimane di proteste in molte città, in cui erano morte decine di persone.

Sánchez fu ministro del Commercio e del Turismo durante la presidenza di Castillo, e in campagna elettorale si è rivolto soprattutto all’elettorato delle zone rurali e delle periferie urbane, ancora legato all’ex presidente. Si presenta spesso in abiti tradizionali, con un poncho variopinto e un cappello dalla tesa larga che gli è stato donato da Castillo.

Sostiene i già ingenti investimenti cinesi in Perù: tra le altre cose il paese ha aderito alla nuova via della seta, il grande progetto annunciato nel 2013 dal presidente Xi Jinping con l’obiettivo esplicito di rafforzare le infrastrutture commerciali nel mondo, e con quello implicito di espandere l’influenza della Cina su molti paesi tra Africa, Asia ed Europa. Propone anche di rinegoziare i contratti minerari e per l’estrazione di idrocarburi, ma per rassicurare gli investitori ha detto che non intende nazionalizzare le società del settore.

Sostenitori di Roberto Sánchez durante un comizio a Cuzco il 2 giugno (AP Photo/Rodrigo Abd)

Sánchez e Fujimori propongono spiegazioni e soluzioni diverse per la crisi politica e l’aumento delle violenze nel paese. Il primo parla di un «patto mafioso» fra i politici dell’establishment, fra cui Fujimori, e promette di combattere la corruzione nella polizia e di coinvolgere l’esercito nelle operazioni contro il crimine.

Fujimori incolpa una serie di governi di sinistra, segnati dagli scandali e a suo dire occupati più nei contrasti interni che nella risoluzione dei problemi del paese, e ha proposto di aumentare le misure di sicurezza e contro la corruzione. Vuole introdurre strumenti tecnologici per rintracciare gli autori delle estorsioni, militarizzare i confini e aumentare la presenza di soldati e agenti di polizia nelle zone con livelli alti di criminalità.

Negli ultimi cinque anni i crimini violenti in Perù sono aumentati significativamente e la percezione di sicurezza si è molto deteriorata fra la popolazione. In questo periodo le denunce di estorsione sono aumentate di cinque volte e gli omicidi sono raddoppiati arrivando a oltre 2mila nel 2025, cioè 10,7 ogni 100mila abitanti: un dato doppio rispetto a quello del Cile e triplo rispetto all’Argentina, ma comunque la metà di quello del Brasile. In Italia gli omicidi ogni 100mila abitanti sono 0,54.

Un edificio nella città di Trujillo danneggiato da un’esplosione in un attacco legato alle estorsioni, il 18 maggio (AP Photo/Rodrigo Abd)