Nemmeno stavolta la decisione di Trump era «finale»
In questi giorni ha nuovamente creato aspettative su un imminente accordo con l'Iran, poi invece ha cambiato le condizioni della proposta

Sulla possibilità di un accordo preliminare con l’Iran per la fine della guerra si sta ripetendo lo schema già visto negli ultimatum degli Stati Uniti: il presidente Donald Trump usa termini come «finale» o «definitivo», lo dà per imminente ma poi non è così. Passa un po’ di tempo e Trump torna a dire che ci siamo quasi, portandosi appresso i media che danno conto delle sue dichiarazioni con gradi diversi di cautela.
È successo anche venerdì, quando Trump aveva creato grosse aspettative con un post, pubblicato prima di una riunione alla Casa Bianca, in cui diceva che stava per prendere una «decisione finale» sull’approvazione di un accordo. Intanto i media iraniani lo smentivano. La riunione era finita due ore dopo, senza che se ne sapesse niente o venisse comunicato un accordo. Anche lo scorso fine settimana Trump aveva sostenuto che l’accordo fosse vicino.
Il New York Times ha ricostruito, sulla base di fonti nel governo statunitense, che l’esito della riunione è stato in realtà un altro rispetto a quello annunciato da Trump. Il presidente ha cambiato idea sulle condizioni per un accordo con l’Iran, al punto che si può parlare ora di una nuova proposta, di cui però non si conoscono i dettagli. Secondo i funzionari sentiti dal giornale statunitense, le modifiche dovrebbero servire a mettere pressione sul regime iraniano.
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Il New York Times ha scritto che riguardano i beni iraniani congelati all’estero, su cui Trump non vorrebbe mostrarsi arrendevole. Il sito Axios, solitamente informato sulle dinamiche dell’amministrazione Trump, ha aggiunto che altri cambiamenti riguarderebbero il programma nucleare iraniano: è il tema su cui c’è maggiore distanza e il regime iraniano non è mai parso disposto a cedere.
Nel post di venerdì, peraltro, Trump elencava prospettive che il regime ha sempre considerato irricevibili, a partire dalla consegna delle scorte di uranio arricchito (quello con cui si può fabbricare la bomba atomica) fino all’ispezione da parte di personale statunitense ai siti del programma nucleare bombardati dagli Stati Uniti nel 2025. Secondo Axios, Trump ha voluto definire i tempi entro cui questo dovrebbe avvenire.
Inoltre Trump è spazientito dalla lentezza con cui il regime iraniano risponde alle proposte statunitensi, dovuta alla presenza di mediatori – principalmente il Pakistan – e soprattutto alle condizioni precarie del leader iraniano Mojtaba Khamenei. Khamenei resta nascosto e, per non farsi intercettare dai servizi segreti di Israele e Stati Uniti che lo vogliono uccidere, comunica solo attraverso messaggi scritti consegnati in modo assai laborioso.
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Un funzionario statunitense ha detto ad Axios che ci vogliono in media tre giorni prima che il regime risponda. I bombardamenti statunitensi in Iran di questa settimana, seppure contenuti, sono un tentativo di mettere fretta al regime, così come le dichiarazioni del segretario alla Difesa, Pete Hegseth, sul fatto che gli Stati Uniti sono «più che capaci» di riprendere la guerra.
Peraltro, l’accordo di cui si discute non è un vero accordo di pace ma piuttosto uno preliminare, che impegnerebbe i governi a fare altri negoziati, lasciando in sospeso le questioni più importanti, a partire dal nucleare. Uno dei punti citati dai media, per esempio, è prolungare di 60 giorni il cessate il fuoco, che però è già in vigore e formalmente non ha scadenze.
In queste settimane, sui social è ricircolato molto un vecchio post di Trump che secondo vari osservatori riassume efficacemente la situazione. Era il gennaio del 2020, verso la fine del suo primo mandato, e Trump scriveva: «L’Iran non ha mai vinto una guerra, ma non ha mai perso un negoziato».



