Il cessate il fuoco in Libano è una sconfitta per Netanyahu
Il primo ministro israeliano voleva continuare la guerra, ma nemmeno stavolta è riuscito a opporsi a Trump

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avuto parecchia influenza sull’inizio della guerra in Medio Oriente, presentando al presidente statunitense Donald Trump obiettivi irrealistici come se fossero realizzabili. Non ne ha avuta altrettanta sui due cessate il fuoco, con l’Iran e con il governo libanese, che per ora hanno messo fine ai bombardamenti. In entrambi i casi Netanyahu voleva proseguire la guerra, ma ha subìto le iniziative di Trump. Soprattutto il cessate il fuoco in Libano è una sconfitta, anche politica, per Netanyahu.
Anzitutto, è stato praticamente imposto al governo israeliano. Secondo le ricostruzioni di vari media internazionali, Trump ha dato un preavviso minimo, di pochi minuti, rispetto all’annuncio che ha fatto con un post sul suo social Truth. In quel momento era in corso una riunione del governo israeliano, che stava discutendo proprio dell’eventualità del cessate il fuoco e in teoria avrebbe dovuto votare per approvarlo. Il voto poi non c’è stato.
Era successa una cosa molto simile al termine della cosiddetta “guerra dei 12 giorni” dell’estate scorsa. Anche allora Trump aveva dettato i tempi, stabilendo che il coinvolgimento statunitense iniziava e finiva con i bombardamenti ai siti del programma nucleare iraniano, e dichiarando un cessate il fuoco nel giro delle successive 48 ore. Trump aveva fatto forti pressioni su Netanyahu e gli aveva fatto fermare gli ultimi bombardamenti quando gli aerei israeliani erano già in volo.
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In queste ore Netanyahu sta cercando di raccontare il cessate il fuoco in Libano come una sua concessione, cioè una dimostrazione di buona volontà mentre sono in corso i negoziati tra Iran e Stati Uniti per la fine della guerra. Il primo ministro però è stato criticato dall’opposizione, che l’ha considerata una resa a Trump e un segno di debolezza, nonostante l’esercito israeliano abbia detto che continuerà a occupare una zona con una profondità di dieci chilometri nel Libano meridionale.
Peraltro, secondo i sondaggi, la netta maggioranza della popolazione è favorevole a una prosecuzione della guerra contro Hezbollah. Sono rimasti delusi, in particolare, gli abitanti della zona settentrionale di Israele, quella più vicina al confine con il Libano e quindi più esposta agli attacchi di Hezbollah. Alcuni di loro hanno definito un tradimento il cessate il fuoco, parlando con i media internazionali. Infine, Israele non ha ottenuto nuove garanzie sul disarmo di Hezbollah. Per ora il gruppo sta rispettando il cessate il fuoco ma ha chiarito di non essere disposto a cedere le armi.
Non sono aspetti secondari, visto che in autunno sono previste le elezioni parlamentari in Israele e lo schieramento di estrema destra di Netanyahu non è certo di ottenere la maggioranza. Netanyahu ha bisogno di vincere anche perché sta sfruttando la sua carica di primo ministro per ritardare e provare a sottrarsi al processo in corso contro di lui (quello per cui ha chiesto la grazia preventiva al presidente israeliano Isaac Herzog).

Un uomo con una bandiera di Hezbollah, il 17 aprile nel quartiere Dahieh di Beirut (AP Photo/Bilal Hussein)
Nell’ottica di una campagna elettorale, Netanyahu non può dire di avere raggiunto gli obiettivi prefissati per la guerra, riassumibili nel neutralizzare l’Iran e le sue milizie affiliate (tra cui Hezbollah) come minaccia per la sicurezza di Israele. Di fatto l’unico obiettivo rispettato è stato uccidere la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ma non c’è stato il rovesciamento del regime prospettato da Netanyahu e in un primo momento anche da Trump. Entrambi avevano alluso alla possibilità di rivolte popolari contro il regime, che non ci sono state.
Anzi rispetto a un “regime change”, cioè alla sostituzione della leadership iraniana con una più accomodante, è avvenuto il contrario. La nuova classe dirigente iraniana, che ha preso il posto di quella uccisa dai bombardamenti, è ancora più estremista e intrisa di massimalismo religioso. Di fatto, la guerra ha marginalizzato ulteriormente la componente più moderata del regime.
Quanto alle capacità militari dell’Iran, è vero che le sue difese aeree e la sua marina sono state grandemente danneggiate, ma il regime non ha preso impegni sulla limitazione del suo arsenale missilistico. I negoziati sono arenati sulla richiesta di Israele e Stati Uniti di fermare il programma nucleare iraniano e togliere al paese le scorte di uranio arricchito (con cui si può fabbricare la bomba atomica). Il regime iraniano ha proposto di sospendere il programma per 5 anni, gli Stati Uniti ne hanno chiesti almeno 20, ma sono comunque impegni insufficienti rispetto alle richieste e alle aspettative alimentate da Netanyahu.
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