Le Nazioni Unite sono a corto di soldi
Principalmente perché i maggiori contributori, Cina e Stati Uniti, devono versare miliardi di dollari ma sono in ritardo

Stati Uniti e Cina devono alle Nazioni Unite moltissimi soldi. Sono i due principali contributori al bilancio dell’organizzazione, ma stanno rifiutando o ritardando pagamenti per miliardi di dollari, creando molti problemi. In un rapporto diffuso a inizio maggio, l’ONU ha scritto che se gli stati membri non salderanno i propri debiti l’organizzazione potrebbe non essere più in grado di adempiere ai propri obblighi legali a partire da agosto, con il rischio di un conseguente «collasso finanziario».
Gli Stati Uniti sono di gran lunga il debitore maggiore. Devono alle Nazioni Unite circa 4,3 miliardi di dollari, di cui circa 2 miliardi sono quelli di bilancio ordinario, cioè i contributi regolari che ciascun paese membro versa in maniera commisurata alla propria economia, e su cui si basa il sostentamento della gigantesca struttura dell’ONU. A questi si aggiungono 2,2 miliardi per le operazioni di peacekeeping, cioè le missioni nelle aree di conflitto, e 44 milioni non pagati ai tribunali internazionali.
Il presidente Donald Trump è notoriamente ostile alle organizzazioni umanitarie, e in particolare alle agenzie delle Nazioni Unite (nonostante gli Stati Uniti siano uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, e abbiano quindi una grossa influenza sulle attività dell’organizzazione). Sostiene che svolgano iniziative contrarie agli interessi degli Stati Uniti e che siano uno spreco di soldi.
All’inizio del 2026 Trump ordinò il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali, di cui circa la metà legate all’ONU. Promosse anche una sorta di alternativa alle Nazioni Unite, il Consiglio di pace, un progetto dubbio che ha riscosso poco successo soprattutto tra le democrazie occidentali, e che secondo un’inchiesta del Financial Times ha a sua volta un grave problema di fondi.
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Trump ha sempre parlato della necessità di riformare l’ONU, ma non ha mai chiarito come né fatto proposte concrete. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Mike Waltz ha detto che gli Stati Uniti pagheranno, ma non ha specificato quanto e quando. Gli Stati Uniti si sono anche impegnati a versare complessivamente 3,8 miliardi di fondi per scopi umanitari, che quindi non possono essere usati dall’ONU per le missioni di peacekeeping o per le spese di amministrazione.

L’Assemblea generale dell’ONU (UN Photo/Manuel Elías, dal sito dell’organizzazione)
Il secondo paese col debito più grande, anche se assai più contenuto, è la Cina. Secondo il rapporto di maggio deve all’ONU 429 milioni di dollari di contributi ordinari, 870 per le operazioni di peacekeeping e 9 per i tribunali internazionali: più di 1,3 miliardi in totale. Al contrario di Trump, il presidente cinese Xi Jinping non ha preso una posizione dichiaratamente ostile nei confronti dell’organizzazione, ma negli ultimi anni ha ritardato sempre di più i versamenti.
L’ambasciatore cinese Fu Cong ha detto che la Cina salderà il debito. Ha anche sottolineato come, a causa dei mancati pagamenti statunitensi, la Cina sia diventata «di fatto» il primo contributore. «Anche se in termini assoluti lo sarebbero gli Stati Uniti, loro non stanno pagando», ha detto.
Stati Uniti e Cina dovrebbero provvedere insieme al 42 per cento dei contributi dell’ONU (22 gli Stati Uniti, 20 la Cina, il cui peso finanziario nell’ONU è aumentato moltissimo negli ultimi 10 anni per effetto della crescita della sua economia). Se i ritardi superano i due anni, i paesi membri possono perdere il voto nell’Assemblea Generale (manterrebbero quello al Consiglio di Sicurezza). Attualmente è un caso che si applica a paesi in grave crisi economica, come l’Afghanistan e il Venezuela.
La mancanza di fondi ha fatto sì che il bilancio 2026 dell’ONU, approvato alla fine del 2025, sia stato di 3,45 miliardi di dollari, il 7 per cento in meno rispetto all’anno precedente. Questo ha già avuto delle conseguenze concrete, soprattutto sul personale e sulle missioni all’estero.
Dal 2025 sono stati eliminati circa 3mila posti di lavoro, soprattutto tra i lavoratori più giovani che hanno contratti con minori tutele. Nella sede di Ginevra, dove è impiegato circa il 9 per cento del personale ONU, vengono regolarmente spenti riscaldamenti e scale mobili per risparmiare. In quella di New York, in un edificio costruito 75 anni fa, sono stati rimandati alcuni lavori secondari di manutenzione.
Le Nazioni Unite hanno anche accelerato il ritiro delle proprie truppe di peacekeeping dalla Repubblica Democratica del Congo e ritardato i pagamenti a paesi che forniscono soldati alle loro missioni, come Nepal e Bangladesh.
A complicare ulteriormente la posizione dell’ONU c’è una regola che stabilisce che l’organizzazione debba restituire ai paesi membri i fondi non spesi. Questa regola si applica anche nel caso in cui i fondi non siano stati spesi perché insufficienti a causa dei mancati pagamenti: il segretario generale António Guterres l’ha definita una situazione «kafkiana».
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