• Mondo
  • Martedì 5 maggio 2026

Come si fa a regolarizzare mezzo milione di immigrati

Ci sta provando la Spagna, nonostante le critiche della destra: uno specifico documento ha creato molto caos

di Valerio Clari

Migranti in coda all'esterno del municipio di Barcellona, il 29 aprile 2026 (AP Photo/Emilio Morenatti)
Migranti in coda all'esterno del municipio di Barcellona, il 29 aprile 2026 (AP Photo/Emilio Morenatti)
Caricamento player

Da due settimane in Spagna è in corso una procedura di regolarizzazione che può coinvolgere 500mila immigrati. All’inizio ci sono state lunghe code fuori dagli uffici nelle principali città, anche con accampamenti notturni per garantirsi un appuntamento. I problemi di ordine pubblico e quelli delle amministrazioni travolte da migliaia di pratiche contemporanee sono stati molto raccontati dai media conservatori, e sono diventati un argomento forte per l’opposizione di destra. La regolarizzazione è stata decisa dal governo del Socialista Pedro Sánchez, ed è la conferma di un approccio sull’immigrazione diverso rispetto a quello restrittivo di molti altri paesi e anche delle istituzioni europee.

La regolarizzazione permetterà a centinaia di migliaia di persone straniere che già vivono in Spagna di lavorare e abitare legalmente nel paese per un anno, con possibilità di proroga per un altro anno. Per molti di loro, soprattutto sudamericani, sarà un passaggio intermedio verso l’ottenimento della cittadinanza spagnola.

La regolarizzazione e la politica migratoria del governo Sánchez sono uno dei temi centrali del dibattito politico nazionale: il Partito Popolare (PP, di centrodestra) in passato aveva appoggiato misure simili, ma ora è fortemente contrario. Le sue posizioni sul tema si sono spostate molto a destra, soprattutto per rispondere alla crescita dell’estrema destra di Vox, che ha fatto del contrasto all’immigrazione il tema principale di tutte le sue campagne elettorali, locali e nazionali.

La procedura è stata particolarmente osteggiata nelle regioni e nelle città governate dalla destra: per esempio la presidente della regione di Madrid, Isabel Díaz Ayuso (del Partito Popolare), ha fatto ricorso alla Corte Suprema, sostenendo che la regolarizzazione metta in crisi l’erogazione dei servizi pubblici e la «sicurezza nazionale».

Persone in coda in una sede dell’anagrafe di Madrid, il 22 aprile 2026 (Gabriel Luengas/Contacto via ZUMA Press)

La regolarizzazione è stata approvata con un decreto diventato effettivo il 16 aprile. È possibile presentare le domande fino al 30 giugno. I requisiti richiesti non sono particolarmente stringenti: avere un passaporto in regola, essere entrati in Spagna prima del 31 dicembre 2025, aver passato nel paese almeno cinque mesi continuativi e non avere precedenti penali, né in Spagna né nei paesi di origine. Può fare richiesta chi aveva chiesto asilo e non ha ancora ottenuto una risposta, chi aveva ottenuto una risposta negativa, e chi è nel paese irregolarmente. Il governo si è impegnato a confermare di aver ricevuto la domanda entro 15 giorni: a quel punto il o la richiedente può già iniziare a lavorare legalmente. Entro tre mesi dovrebbe ricevere una risposta definitiva.

Tutte le persone che non hanno fatto richiesta di asilo (che siano appena arrivate o immigrate da anni), che non possono dimostrare di avere un’offerta di lavoro o che non hanno figli a carico, devono presentare un “certificato di vulnerabilità” che attesti la loro situazione. È una formalità (non servono particolari requisiti), ma deve essere fornito dalle anagrafi o da alcune ong autorizzate. Questo certificato è la causa principale di enormi code, che sono state molto raccontate in video sui social, in servizi dei telegiornali e in articoli sui quotidiani spagnoli. Uffici che normalmente gestivano un migliaio di appuntamenti al giorno, dal 16 aprile si sono trovati ad avere richieste di 5 o 10 volte superiori, con centinaia di persone che dormivano fuori dall’ingresso, aspettando l’apertura mattutina per assicurarsi un appuntamento.

Code a L’Hospitalet de Llobregat, vicino a Barcellona, il 21 aprile 2026. (AP Photo/Emilio Morenatti)

Antonia Flores Martínez è un’avvocata e una consulente volontaria della ong cattolica Acogem (Associazione per l’accoglienza degli immigrati e degli emarginati) che fornisce supporto ai migranti in una zona meridionale di Madrid, non lontano dalla stazione di Atocha. Nella piccola sede dell’associazione, ai servizi di distribuzione di cibo e vestiti si è aggiunto quello di sostegno legale, in queste settimane molto concentrato sulle pratiche di regolarizzazione. Secondo Flores Martínez il problema è stato proprio il certificato di vulnerabilità, perché «le associazioni hanno scoperto che era necessario solo una settimana prima dell’entrata in vigore del decreto. Abbiamo capito i dettagli il giorno stesso e così non è stato possibile prendere appuntamenti in anticipo, ma tutti hanno finito per presentarsi nei primi giorni».

María Rodríguez, direttrice dell’ong Centro Pueblos Unidos – Entreculturas, aggiunge che «ovviamente ha influito un certo nervosismo di chi doveva presentare le domande: vedono una così importante opportunità e temono di rimanere fuori. Tutti volevano presentare le domande il prima possibile, anche se all’inizio alcune informazioni erano meno chiare».

Già nella seconda settimana dall’attivazione della procedura molti uffici si sono organizzati in modo migliore, distribuendo i numeri la mattina per prenotare appuntamenti nei giorni successivi, mentre le ong hanno aumentato il numero di persone che gestivano le pratiche. Davanti ad alcuni uffici ci sono ancora code, ma meno lunghe e caotiche che nei primi giorni.

L’altro passaggio in cui si inceppano le pratiche è quello della certificazione di assenza di precedenti penali. Ottenerlo da alcuni paesi africani è complesso, e ci sono state code anche fuori dalle ambasciate. A causa dei problemi, il governo spagnolo ha previsto eccezioni se si può dimostrare di averlo chiesto ma non ottenuto: sarà la Spagna poi a chiederli per via diplomatica. Rodríguez dice che è la principale incognita di tutto il processo, insieme «a quanto rigoroso sarà l’esame dei documenti presentati». Per dimostrare di risiedere in Spagna da almeno cinque mesi gli stranieri possono presentare documenti come biglietti aerei, abbonamenti ai trasporti pubblici o altri documenti che ne attestino la presenza.

Se accettata, la domanda permetterà ad almeno mezzo milione di stranieri (ma potrebbero essere di più, secondo stime delle ong) di lavorare regolarmente, accedere al sistema sanitario, firmare un contratto di affitto regolare (anche se il problema della carenza di abitazioni resta non risolto), viaggiare per vedere i parenti e poi poter tornare in Spagna.

Il percorso per ottenere la cittadinanza varia in base al paese d’origine. I cittadini di 18 paesi definiti “ispano-americani”, cioè centro e sud-americani di lingua spagnola, delle Filippine, della Guinea Equatoriale, di Portogallo e Andorra, possono ottenerla dopo due anni di residenza legale in Spagna: è un percorso prioritario che esiste da decenni, giustificato dai legami storici. Per gli altri servono 10 anni di residenza, o cinque per i richiedenti asilo.

Attualmente risiedono in Spagna 10 milioni di persone nate all’estero: quasi 3 hanno la cittadinanza, il resto ha permessi temporanei. Fra i nuovi residenti, negli ultimi tre mesi del 2025 il 69 per cento era di nazionalità straniera, e il 31 per cento nuovi nati spagnoli. Le politiche migratorie più aperte rispetto a Francia, Italia, o Germania hanno aiutato la Spagna ad aumentare la popolazione totale, che nel 2025 era di 49.570.725 residenti, il massimo storico.

L’attuale processo di regolarizzazione degli immigrati e altre misure simili attivate in passato, seppure su scala ridotta, rispondono anche alle esigenze dei settori agricolo e industriale, alla ricerca di manodopera. Soprattutto il settore agricolo impegna quasi 250mila stranieri e i sindacati stimano che circa 200mila persone potranno essere interessate da questa misura.

La sede di Madrid del CEAR, Commissione spagnola di aiuto al rifugiato, una delle ong autorizzate a fornire i documenti necessari alle pratiche di regolarizzazione (Valerio Clari/ Il Post)

Il Partito Popolare di Alberto Núñez Feijóo, all’opposizione nel governo nazionale e favorito nei sondaggi per le prossime elezioni (previste nel 2027), ha definito «irresponsabile, ingiusta e insicura» la regolarizzazione, sostenendo che premierebbe troppi stranieri troppo facilmente e rischierebbe di mettere in crisi il sistema sociale spagnolo. In Extremadura e Aragona, due regioni in cui i Popolari hanno recentemente vinto le elezioni formando governi di coalizione con Vox, ha promosso il discusso concetto di «priorità nazionale», una serie di regole fatte per favorire chi è nato in Spagna nell’assegnazione di case popolari e nell’accesso ad altre misure di assistenza sociale.

Rodríguez, della ong Centro Pueblos Unidos, dice che «le polemiche e i toni allarmati hanno fini di puro posizionamento politico, ma io vedo una società spagnola solidale e aperta all’accoglienza, e istituzioni locali, comprese quelle di Madrid, che lavorano per attuare il decreto». Alcuni recenti sondaggi in realtà mostrano una divisione piuttosto netta dell’opinione pubblica sul tema della regolarizzazione.

Anche a Madrid sono previste elezioni nel 2027: la sinistra non governa la capitale dal 1995, la presidente Ayuso è al terzo mandato consecutivo. Il suo ricorso alla Corte Suprema contro le regolarizzazioni non sembra avere grandi possibilità di essere accolto, ma è un modo forte per ribadire la contrapposizione totale con il governo centrale e per non lasciare troppi spazi a destra a Vox, che negli ultimi anni ha aumentato i suoi consensi.

Ayuso in realtà ha posizioni un po’ ambigue sull’immigrazione, con cui cerca di non scontentare la componente sudamericana dell’elettorato di destra: secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica, nella regione di Madrid vivono più di un milione di “ispano-americani”, un settimo della popolazione totale. Erano poco più di 80mila nel 1999, diventarono 600mila nel 2009, per poi restare stabili fino al 2017 e ricominciare a crescere da allora, fino alle cifre attuali: le comunità più grandi sono quella venezuelana, colombiana, peruviana ed ecuadoriana. Una parte di queste comunità fa parte della classe media (è sudamericano il 17 per cento degli abitanti del quartiere borghese di Salamanca) ed è diventata importante anche a livello politico.