La guerra in Medio Oriente è un grosso problema anche per l’energia
I paesi europei, e soprattutto l'Italia, dipendono molto dal gas importato dal golfo Persico: ora tutto si sta bloccando

La guerra in Medio Oriente è un grosso problema per il mercato mondiale dell’energia: i paesi del Golfo sono tra i maggiori produttori di gas e petrolio al mondo, e con la guerra si è bloccata quasi del tutto la circolazione nello stretto di Hormuz, cioè l’unico canale marittimo da cui gas e petrolio trasportati via nave possono uscire dal golfo Persico. È un problema enorme, dato che da Hormuz passa un quinto di tutto il petrolio e di tutto il gas naturale liquefatto (GNL) venduti al mondo.
L’interruzione del commercio ha già fatto aumentare i prezzi di gas e petrolio. Per dimensione degli acquisti i paesi che ne risentono di più sono quelli asiatici, ma in proporzione il problema rischia di essere più grosso per i paesi europei. Dall’inizio della guerra in Ucraina, nel 2022, l’Unione Europea aveva fortemente ridotto la sua dipendenza dal gas russo facendo affidamento su quello proveniente dal Qatar. Mercoledì però il Qatar ha interrotto del tutto la produzione di gas naturale, per via degli attacchi dell’Iran. Tra i paesi che ne importano di più da lì c’è l’Italia.
Per i paesi europei il problema maggiore è proprio sul gas. Da un lato perché importano tutto sommato poco petrolio dai paesi del Golfo, e dall’altro perché è molto più difficile sostituire velocemente le forniture di gas rispetto a quelle di petrolio.

I puntini rossi sono navi ancorate che trasportano petrolio e gas, il 5 marzo (MarineTraffic)
Il gas può essere trasportato solo in due modi. Quello più comune fino a poco tempo fa era trasportarlo in forma gassosa tramite gasdotti, infrastrutture complesse da costruire e da mantenere, attraverso cui passa materia prima sottoposta a contratti di lungo e lunghissimo periodo. Negli ultimi anni è diventato più diffuso il GNL, gas naturale liquefatto, che invece può viaggiare tramite nave, con contratti più flessibili e ordini anche estemporanei: arriva nei porti dove ci sono i rigassificatori, che lo riportano alla forma gassosa e lo immettono nel sistema.
Dopo l’inizio della guerra in Ucraina i paesi europei dovettero trovare fornitori alternativi per il 40 per cento del loro fabbisogno di gas, quello che prima era venduto dalla Russia prevalentemente tramite gasdotti. Ora ci sono quasi riusciti del tutto, aumentando le importazioni da Norvegia, Stati Uniti, Azerbaijan, Algeria e anche dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti: dalla fine di quest’anno l’Unione Europea dovrebbe smettere del tutto di comprare gas russo.
Per riuscirci in quattro anni l’Unione Europea si è dovuta affidare perlopiù a fornitori di GNL, cosa che peraltro aveva come idea di fondo una questione molto concreta: in caso di contesti politici molto instabili, come quelli che caratterizzano gran parte di questi fornitori, è importante riuscire a diversificare le forniture in breve tempo, cosa che non si può fare se si usano in prevalenza i gasdotti.
Nel 2025 poco meno della metà di tutto il gas importato nei paesi europei era GNL, la maggior parte del quale arrivava dagli Stati Uniti: dal Qatar ne sono arrivati 12 miliardi di metri cubi, il 3,8 per cento del totale. Ma la percentuale sale molto nel caso dell’Italia, i cui dati più aggiornati sono del 2024.
Su 59 miliardi di metri cubi di gas importati, 6,6 sono arrivati dal Qatar sotto forma di GNL, poco più dell’11 per cento. Se si prende come riferimento solo il gas naturale liquefatto, che rappresenta un quarto di tutto il fabbisogno italiano di gas, l’importanza relativa del Qatar aumenta: ne fornisce il 45 per cento, e ne è in assoluto il primo fornitore, seguito dagli Stati Uniti, che ne vendono il 35 per cento, e dall’Algeria, con il 14 per cento. Tutto il gas che arriva al rigassificatore di Piombino, di cui tre anni fa si discusse molto, proviene dal Qatar.
Se si mettono in fila tutti i paesi che importano più gas dai paesi del Golfo si vede che la posizione dell’Italia è problematica per come si stanno mettendo le cose. Nei primi tre mesi del 2025 il 6 per cento di tutto il gas che passava quotidianamente per lo stretto di Hormuz era diretto in Italia: sono 20 milioni di metri cubi al giorno, quasi pari a tutto quello che i paesi europei importano da lì (23 milioni).
Dal lato dell’energia quindi l’Italia è molto esposta alla guerra in Medio Oriente, che a seconda di quanto durerà potrebbe causare un problema approvvigionamento. Al momento non c’è un rischio concreto di rimanere senza gas: i cosiddetti stoccaggi di gas – ossia vecchi giacimenti inutilizzati dove vengono tenute le scorte – sono pieni a poco più del 50 per cento. L’inverno è quasi finito, e il consumo di gas tende a ridursi nei mesi primaverili ed estivi: sia quello usato per il riscaldamento, che quello usato per produrre elettricità, dato che le giornate si allungano.
Le cose rischiano però di peggiorare se la guerra dovesse continuare per settimane, e se il traffico marittimo sullo stretto di Hormuz resterà bloccato.
Da giugno e per tutta l’estate i paesi europei aumentano gli acquisti di gas per riempire di nuovo gli stoccaggi in vista dell’inverno: non solo l’Italia rischia di non riuscire a comprarne abbastanza, se non sostituisce in fretta il GNL dal Qatar, ma potrebbe trovarsi a fare acquisti con le quotazioni fortemente aumentate proprio a causa della guerra.
Da quando è iniziata la guerra, il 28 febbraio, il gas è già arrivato a costare il 60 per cento in più: ora costa 50 euro al megawattora, un valore alto ma ancora ben al di sotto dei picchi che toccò con l’inizio della guerra in Ucraina, quando arrivò anche a superare i 300 euro al megawattora. Secondo le stime di Nomisma, una società di ricerche economiche e di mercato, le bollette del gas rischiano di aumentare del 10 per cento e quelle dell’elettricità del 15 per cento.
Mentre la scarsità è una questione che riguarda solo l’Italia, quella del prezzo aumentato riguarda tutti i paesi. Anche questa però rappresenta un problema maggiore per l’Italia, per due ragioni. Innanzitutto perché rispetto agli altri paesi europei dipende ancora moltissimo dal gas, che soddisfa più di un terzo di tutto il fabbisogno nazionale di energia (tra quello usato per il riscaldamento e quello per produrre l’elettricità). In secondo luogo il rincaro del gas aggrava un problema già molto sentito, perché per ragioni strutturali in Italia l’energia costa molto di più che in altri paesi. È un tema soprattutto per le aziende, che devono competere in una condizione già di svantaggio.
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