La chiusura dell’ex Ilva di Taranto non è mai stata così vicina

Il tribunale di Milano ha dato sei mesi per fare costosi interventi ambientali, e ora l'unico possibile acquirente potrebbe tirarsi indietro

di Francesco Gaeta

Lo stabilimento nell'impianto siderurgico di Taranto (ANSA/Ciro Fusco)
Lo stabilimento nell'impianto siderurgico di Taranto (ANSA/Ciro Fusco)
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Giovedì 5 marzo il governo incontrerà i sindacati per fare il punto sul futuro dell’ex Ilva di Taranto, l’impianto di produzione dell’acciaio più grande d’Italia e tra i più grandi in Europa: sarà probabilmente l’incontro più difficile nella lunga e già complicatissima storia di questa crisi aziendale.

Si discuterà della proposta di acquisto da parte del gruppo statunitense Flacks, l’unico a oggi interessato; della sicurezza degli impianti dopo l’ennesima morte di un operaio della manutenzione; e soprattutto di una recente sentenza del tribunale di Milano che potrebbe condizionare enormemente la trattativa di vendita. Lo stesso ministro delle Imprese Adolfo Urso, di solito incline ad annunci fin troppo ottimistici, stavolta ha detto che questa sentenza può «cambiare tutto».

Il governo sta provando da molto tempo a vendere l’ex Ilva, che oggi si chiama Acciaierie d’Italia ed è gestita dallo Stato in amministrazione straordinaria (una procedura che serve appunto a ristrutturare o liquidare le grandi imprese). Lo Stato mette i soldi per mantenere l’azienda mentre questa continua a perderne molti, e mentre produce sempre meno, con l’obiettivo di tutelare i posti di lavoro in attesa di trovare un compratore: ora però si sta per raggiungere il limite di soldi che lo Stato ci può mettere (per via delle imposizioni europee sulla concorrenza) e nel frattempo c’è una sentenza che rischia di disincentivare definitivamente qualsiasi potenziale compratore. Anche se se ne parla in questi termini da un sacco di tempo, l’ex Ilva non è mai stata così vicina a chiudere.

La sentenza riguardava il ricorso di un gruppo di cittadini tarantini su questioni ambientali. I giudici del tribunale di Milano hanno stabilito che dal 24 agosto 2026 la produzione dovrà essere sospesa, se entro sei mesi non verranno attuate alcune prescrizioni per ridurre il rischio sanitario e ambientale derivante dall’attività dell’impianto. È stata giudicata non sufficiente l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), il documento approvato a luglio dal ministero dell’Ambiente in cui vengono elencati gli obblighi ambientali che l’azienda deve osservare. Secondo i giudici c’è ancora un elevato «rischio di lesioni gravi» per i residenti di Taranto, che non è stato ridotto a livelli accettabili.

Il ministro delle Imprese Adolfo Urso (ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI)

Le indagini sanitarie più recenti richiamate nella sentenza segnalano infatti eccessi statisticamente significativi di mortalità, in entrambi i sessi, per il tumore maligno della trachea, dei bronchi e del polmone, e per il mesotelioma della pleura. Nei maschi risultano in eccesso anche i tumori della laringe e della tiroide, mentre nelle donne emergono dati significativi per il tumore primitivo del fegato. A essere più esposti sono gli abitanti dei quartieri più vicini allo stabilimento: i rioni Tamburi, Paolo VI e Città Vecchia-Borgo.

Quello che nella sentenza viene definito «rischio sanitario residuo non accettabile» è stato confermato anche da un parere dell’Istituto Superiore di Sanità del luglio 2024. Il tribunale sottolinea anche che le analisi epidemiologiche mostrano livelli di malattia e mortalità in eccesso anche quando non vengono superati i limiti previsti dalla legge sull’inquinamento dell’aria.

La sentenza indica una serie di interventi da realizzare entro sei mesi. Riguardano gli impianti della cokeria, dove il carbone viene trasformato in carbon coke (che è il combustibile dell’altoforno), e dell’altoforno 5: non possono essere riattivati o utilizzati senza adeguamenti strutturali e sistemi più efficaci per contenere fumi, gas e polveri. Devono anche essere rafforzate le misure di copertura e bagnatura dei materiali nei cosiddetti “parchi minerali”, quelli dove si accumulano le materie prime. Anche le attività di recupero delle scorie e quelle portuali devono prevenire la dispersione di polveri durante carico, scarico e stoccaggio.

Gli stabilimenti dell’ex Ilva visti dal quartiere Tamburi, nel 2013 (ANSA/CIRO FUSCO)

Sono interventi costosi, che graverebbero sull’eventuale acquirente dell’ex Ilva di Taranto. E si aggiungerebbero alle perdite della gestione operativa: secondo fonti del ministero, l’impianto di Taranto perde tra 50 e 70 milioni di euro al mese. È l’effetto della scarsa manutenzione degli ultimi anni: oggi è attivo soltanto uno dei quattro altiforni e la produzione di acciaio si aggira intorno ai 2 milioni di tonnellate, una quota insufficiente a raggiungere il pareggio tra costi e ricavi. Anche per questo motivo su circa 8mila dipendenti dell’impianto, 4.450 sono attualmente in cassa integrazione.

Nei giorni scorsi il gruppo Flacks ha inviato ai commissari che gestiscono per il governo sia l’impianto che la trattativa di vendita una lettera, in cui dicono che le misure prescritte dal tribunale di Milano sono tali da «produrre impatti significativi sulla continuità operativa e sulla complessiva sostenibilità dell’attività aziendale»: mettono insomma fortemente in dubbio l’opportunità di acquistarla.

Per scongiurare la fine della trattativa, i commissari hanno a questo punto due possibilità: provvedere entro il termine prescritto agli interventi chiesti dai magistrati, oppure impugnare la sentenza presso la Corte d’appello di Milano. Fonti vicine ai commissari fanno sapere che questo è al momento l’esito più probabile.

È in ogni caso una corsa contro il tempo: stanno infatti per finire i fondi dell’ultimo “prestito ponte” concesso dal governo per garantire continuità operativa agli impianti. Ammontano a 149 milioni e, secondo fonti del ministero, sono soldi che possono bastare per far funzionare l’ex Ilva di Taranto fino alla fine di aprile.

La Commissione europea ha di recente concesso la possibilità allo Stato italiano di concedere altri finanziamenti pubblici fino a un massimo di 390 milioni, ma a patto che sia stato già firmato un contratto di vendita. Se la trattativa con Flacks dovesse allungarsi o finire in un nulla di fatto, i soldi in cassa potrebbero quindi finire anche prima del termine del 24 agosto fissato per i nuovi interventi ambientali.