Com’è avere a che fare con Trump, se sei un leader europeo
L'ex primo ministro irlandese Leo Varadkar ha raccontato al Post che contano i rapporti diretti, e una certa capacità di gestire gli imprevisti
di Matteo Castellucci

L’ex primo ministro irlandese Leo Varadkar ha incontrato Donald Trump quattro volte nella sua carriera, con una strategia che lui stesso riassume così: «Non provocare la bestia». Intende che la priorità negli incontri è sempre stata evitare a ogni costo che il presidente degli Stati Uniti se la prendesse con il suo paese, l’Irlanda, o con lui, o che intravedesse un pretesto per farlo.
È una tattica che durante i due mandati di Trump hanno adottato vari leader mondiali, cercando modi per non farlo arrabbiare ed evitando le possibili ritorsioni, politiche o commerciali che fossero.
Varadkar è stato in carica dal 2017 al 2020, durante quasi tutto il primo mandato di Trump, e poi di nuovo dal 2022 al 2024 (quando negli Stati Uniti c’era Joe Biden). Dice che la seconda presidenza di Trump gli sembra più aggressiva «dopo quattro anni che l’hanno inasprito». Tra un mandato e l’altro Trump ha sostenuto teorie del complotto sulla sconfitta elettorale del 2020 e ha presentato i processi contro di lui (chiusi con la sua rielezione) come una persecuzione politica.
Durante il loro primo incontro, nel 2018, Trump gli chiese se sapeva giocare a golf. Varadkar disse di essere pronto a imparare pur di fare una partita con lui. Può sembrare uno scambio lunare, specie all’inizio di una conferenza stampa, ma il golf è più di un passatempo per Trump: i club di sua proprietà, che frequenta spesso, sono in pratica sedi governative informali in cui conduce affari e trattative.

Varadkar e Trump sulla scalinata del Campidoglio, a Washington, il 15 marzo del 2018 (Andrew Harrer/Bloomberg)
I leader stranieri che condividono questa passione con Trump l’hanno sfruttata per ingraziarselo e passarci più tempo rispetto a quello previsto dal cerimoniale: spesso ha funzionato (l’ex presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol prese lezioni di golf prima di un incontro, per esempio). Varadkar dice che in realtà non ha mai imparato a giocare a golf, ma «in politica è sempre importante imbastire un rapporto» e questo vale soprattutto con un leader come Trump.
È fondamentale «provare a costruire un rapporto a tu per tu, farsi dare il suo numero di cellulare e parlarci direttamente», spiega Varadkar, «perché l’ultima persona con cui parla influenza la sua opinione».
La volubilità e l’incostanza sono caratteristiche note di Trump, che tende ad allineare le sue posizioni a quelle degli interlocutori cambiando idea ripetutamente. Per esempio, la scorsa estate Trump incontrò il presidente russo Vladimir Putin e si avvicinò alle sue posizioni sulla guerra in Ucraina. Poco dopo un gruppo di leader europei accorse alla Casa Bianca per cercare di riportarlo dalla loro parte. A un certo punto dell’incontro Trump aveva parlato di nuovo con Putin, e così via.
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Trump è noto anche per un approccio iper personale e non convenzionale alla diplomazia, che aggira i canali istituzionali, e privilegia un’impostazione transazionale ispirata al mondo degli affari. Varadkar ne ebbe un assaggio prima ancora che Trump diventasse presidente. Ricevette una sua telefonata nel 2014, quando lui era ministro del Turismo e Trump un imprenditore immobiliare, a proposito di un resort di golf che stava comprando a Doonbeg, in Irlanda.
Varadkar pensò fosse uno scherzo del suo staff, non lo era. È irrituale che un imprenditore cerchi – e ottenga – un contatto diretto con il ministro di un altro paese, ma è emblematico dello stile spigliato di Trump (che voleva chiarimenti sul progetto di un parco eolico nei pressi del resort). Quella telefonata divenne un piccolo caso politico per Varadkar, quando la rivelò proprio durante una visita alla Casa Bianca.

Trump e Varadkar nello Studio Ovale, il 14 marzo del 2019 (Olivier Douliery/Pool via Bloomberg)
Da primo ministro, Varadkar ha tenuto a mente queste lezioni. Il suo obiettivo era impedire che «un paese piccolo come l’Irlanda finisse troppo nei radar di Trump, perché di sicuro sapeva del deficit commerciale». Lo squilibrio tra importazioni ed esportazioni degli Stati Uniti, come quello che hanno con l’Irlanda, è stato la giustificazione molto dubbia degli enormi dazi imposti da Trump a moltissimi paesi.
Varadkar temeva rappresaglie soprattutto per il regime vantaggioso che ha incentivato le multinazionali statunitensi a spostare la sede in Irlanda, versandole miliardi di euro di tasse su cui si regge il prospero bilancio statale. «Dubito fosse voluto, ma alla fine le sue riforme fiscali aumentarono il gettito che ricevevamo dalle multinazionali statunitensi».
C’è un momento dei loro incontri che dice tanto di com’è avere a che fare con Trump. Era il 2019, al tempo delle trattative su Brexit in cui si parlava molto della possibilità di un “confine rigido” tra l’Irlanda (stato membro dell’Unione Europea) e l’Irlanda del Nord (parte del Regno Unito che ne stava uscendo).

Varadkar ha incontrato anche Joe Biden, due volte: qui con una piantina di trifoglio, simbolo dell’Irlanda, nel marzo del 2024 alla Casa Bianca. Biden è assai fiero delle sue origini irlandesi (Leigh Vogel / Pool via CNP)
Varadkar ha raccontato che Trump gli disse che in Irlanda si sarebbero trovati benissimo «con il vostro muro», stabilendo un parallelismo irrealistico con quello voluto da lui al confine con il Messico. Non erano situazioni paragonabili. Nel caso di Brexit l’ipotesi peggiore, poi sventata, era il ritorno a controlli doganali sul passaggio di persone e merci: non la costruzione di un muro o la militarizzazione della frontiera, come con il Messico.
Trump, insomma, diede prova di sapere pochissimo del posto dove era in visita. «Il presidente è una combinazione molto strana di intelligenza e di mancanza di vera conoscenza o curiosità intellettuale. Penso sia molto pericoloso». Varadkar dice che normalmente presidenti e primi ministri sono informati su questioni come quella del confine, magari non così note al di fuori dei paesi coinvolti, perché leggono i briefing preparati per loro prima delle riunioni. Con Trump non succede.
Secondo Varadkar, varie dichiarazioni problematiche di Trump si spiegano con la sua impreparazione: per esempio quando due settimane fa aveva detto che i soldati di molti paesi membri della NATO erano «rimasti un poco indietro» durante la guerra in Afghanistan, affermazione che ha indispettito vari governi tra cui quello italiano.

Varadkar al Consiglio Europeo, a Bruxelles, il 21 marzo del 2024 (EPA/OLIVIER HOSLET)
Varadkar gli riconosce comunque una straordinaria capacità di negoziare e manipolare le persone, superiore a quella dei politici di carriera. Aggiunge che bisogna essere realisti su due cose: Trump non ha particolare riguardo per gli alleati e non ci si può aspettare che un accordo con lui duri a lungo.
Lo stesso vale per la benevolenza. «Di solito è molto affabile e accogliente alla Casa Bianca, il problema è che non sai quanto durerà». Varadkar cita i recenti incontri di Trump con il sindaco di New York Zohran Mamdani e con il presidente colombiano Gustavo Petro, che dal vivo sono filati lisci nonostante fossero stati preceduti da pesanti critiche di Trump. Ci sono stati esempi opposti: incontri resi disastrosi dall’imprevedibilità di Trump, come quello di febbraio dell’anno scorso col presidente ucraino Volodymyr Zelensky o quello col presidente sudafricano Cyril Ramaphosa.
Varadkar, che in questi giorni è negli Stati Uniti per la European Conference di Harvard, conclude che l’affabilità è un tratto comune ad altri leader populisti, come il britannico Nigel Farage. «Hanno il dono di parlare un linguaggio chiaro e del senso dell’umorismo. Una delle ragioni per cui noi liberali stiamo avendo meno successo in politica è che ci prendiamo troppo sul serio, o parliamo in un modo tecnico che le persone non capiscono, e questo ci aliena anche chi altrimenti ci voterebbe».
Nel 2024 le dimissioni di Varadkar furono inaspettate. Da leader del partito di centrodestra Fine Gael, era stato il più giovane taoiseach (il nome ufficiale in gaelico irlandese della carica di primo ministro) fino a quel momento; il primo apertamente omosessuale e di origine in parte straniera (ha il padre indiano). Dopo 13 anni al governo e 20 da parlamentare, la politica attiva non gli manca: «è bello poter gestire la mia agenda, poter parlare più liberamente e non dover rendere conto del proprio operato agli altri».
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