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  • Venerdì 4 aprile 2025

Nessuno è contento dei dazi di Trump

Vari paesi hanno già promesso o annunciato misure in ritorsione, le borse sono crollate e le aziende si preparano a possibili conseguenze

Un broker alla borsa di New York, 2 aprile
(AP Photo/Seth Wenig)
Un broker alla borsa di New York, 2 aprile (AP Photo/Seth Wenig)
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Nessuno al di fuori dell’amministrazione di Donald Trump è contento dei nuovi dazi annunciati mercoledì, tra i più alti della storia recente e molto problematici. Governi, imprese e investitori di tutto il mondo devono capire cosa fare di fronte al rischio sempre più concreto di un commercio internazionale compromesso e di una recessione globale. Venerdì anche il presidente della Federal Reserve, la banca centrale statunitense, Jerome Powell ha detto che i dazi rischiano di causare un innalzamento dell’inflazione e un rallentamento della crescita economica degli Stati Uniti.

Tra le reazioni più attese c’era quella dell’Unione Europea, su cui Trump ha imposto dazi del 20 per cento. Complessivamente l’Unione è il primo partner commerciale degli Stati Uniti e quindi i paesi membri (tra cui l’Italia) hanno molto da perdere. La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha detto che presto annuncerà dei dazi di ritorsione per penalizzare le importazioni dagli Stati Uniti. Non è chiaro però quando entreranno in vigore, dato che la Commissione sta ancora preparando la sua risposta ai dazi statunitensi su acciaio e alluminio, entrati in vigore a marzo.

La decisione di introdurre nuovi dazi è di esclusiva competenza europea: i singoli paesi, come l’Italia o la Francia, non possono agire in modo autonomo perché l’Unione Europea è anche un’unione doganale. Significa non solo che non ci sono dazi interni, ma che tutti i paesi membri sono sottoposti agli stessi dazi da parte dei paesi esterni all’Unione e viceversa.

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Von der Leyen ha detto che le conseguenze saranno «terribili per milioni di persone in tutto il mondo»: molti prodotti costeranno di più, l’inflazione salirà, imprese e consumatori ne risentiranno. Qualche giorno fa al Parlamento Europeo aveva detto che la Commissione rimane aperta alle negoziazioni per evitare una guerra commerciale, ma che comunque tutto quello che sta succedendo è colpa di Trump: «Deve essere chiaro: l’Europa non ha iniziato questo confronto».

La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, al Parlamento Europeo, a marzo (AP Photo/Pascal Bastien)

Vari leader europei hanno fatto dichiarazioni simili. Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito la decisione di Trump «brutale e infondata», e sebbene sostenga la necessità di provare a negoziare ha detto che una ritorsione dell’Unione Europea è necessaria: «Non siamo ingenui, ci proteggeremo». Ha anche invitato le imprese francesi a interrompere i loro piani di investimento negli Stati Uniti, dove da tempo c’è una tendenza ad aprire filiali e stabilimenti per delocalizzare la produzione ed evitare così i dazi. «Che messaggio daremmo se grandi attori europei iniziassero a investire miliardi di euro nell’economia statunitense, proprio mentre ci stanno colpendo?».

Anche il primo ministro spagnolo Pedro Sànchez ha sostenuto la linea della Commissione, e ha annunciato un piano da 14 miliardi di euro a sostegno delle imprese più penalizzate dai dazi.

Un approccio in apparente contrasto a von der Leyen è stato invece quello della presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, nota per avere un atteggiamento meno critico e piuttosto ambiguo verso Trump: ha detto di non essere d’accordo a rispondere ai dazi con altri dazi «perché l’impatto potrebbe essere maggiore sulla nostra economia» e che bisognerebbe invece lavorare per rimuoverli. L’Italia è il secondo paese europeo per esportazioni negli Stati Uniti: valgono 67 miliardi di euro all’anno, e sono il 22 per cento di tutte le esportazioni italiane fuori dall’Unione Europea.

Anche i paesi asiatici, tra quelli più colpiti dai nuovi dazi statunitensi, hanno espresso posizioni contrarie, ma aperte alle negoziazioni per tentare di ridurli o cancellarli. Per ora l’unica risposta apertamente ostile è stata quella della Cina, il cui ministro del Commercio ha definito il provvedimento un atto di «bullismo unilaterale». Venerdì la Cina ha annunciato dazi di ritorsione del 34 per cento, mentre complessivamente quelli introdotti da Trump sono al 54 per cento.

Anche due storici alleati degli Stati Uniti sono stati colpiti dai dazi, con grossa sorpresa dei rispettivi governi. Da una parte c’è il Giappone, il cui ministro del Commercio ha definito «estremamente spiacevoli» i dazi del 24 per cento appena annunciati: ha detto che tenterà di negoziare e valuterà in seguito eventuali ritorsioni. Dall’altra c’è Israele, su cui sono stati imposti dazi del 17 per cento. Nei giorni scorsi tra l’altro Israele aveva cancellato tutti i dazi verso gli Stati Uniti, nel (vano) tentativo di evitare i nuovi in arrivo.

C’è poi grossa preoccupazione tra le imprese di tutto il mondo, che rischiano di vedersi chiuso il mercato statunitense per via dei dazi che tasseranno e penalizzeranno le loro merci. I timori hanno avuto chiare ripercussioni nei mercati finanziari di tutto il mondo, e tra giovedì e venerdì ci sono stati significativi cali nei valori delle azioni delle aziende più esposte al commercio con gli Stati Uniti.

Tra queste ci sono quelle automobilistiche, che non a caso sono state anche le prime ad annunciare azioni concrete in risposta ai dazi. Stellantis, di cui più di metà del fatturato dipende dagli Stati Uniti, ha già detto che interromperà la produzione in due stabilimenti in Messico e Canada, e che licenzierà 900 dipendenti negli Stati Uniti. È un problema comune a tutte le aziende del settore, perché la filiera dei veicoli destinati agli Stati Uniti da tempo è sparpagliata per tutto il Nord America, tra Stati Uniti stessi, Messico e Canada: i dazi sono un problema non solo per i prodotti finiti che entrano nel paese, ma anche per tutti quei movimenti di pezzi e semilavorati che passano le frontiere per arrivare da uno stabilimento all’altro.

Anche Volkswagen, il gruppo tedesco già in fortissima crisi, ha detto di voler introdurre una commissione extra sulle sue auto importate negli Stati Uniti, e ha comunicato ai concessionari l’intenzione di revocare tutti gli sconti previsti. L’azienda ha anche deciso di tenere fermi tutti i veicoli in attesa di entrare negli Stati Uniti, che da ieri sarebbero sottoposti ai dazi del 25 per cento annunciati la scorsa settimana.

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