La sospetta perdita di petrolio attorno all’isola iraniana di Kharg
È il principale terminal per l'esportazione del petrolio iraniano: l'hanno rilevata le immagini satellitari

Le immagini satellitari del golfo Persico hanno rilevato quello che sembra essere uno sversamento di petrolio in mare attorno all’isola di Kharg, un’isoletta a circa trenta chilometri dalle coste iraniane occupata quasi interamente da strutture per lo stoccaggio e il caricamento sulle navi del petrolio iraniano destinato all’esportazione. Né il governo né i media iraniani hanno commentato la cosa, ma la perdita si aggiungerebbe ai molti problemi dell’industria petrolifera iraniana nel corso di questa guerra.
L’isola è grande circa un decimo dell’isola d’Elba, ma è fondamentale per le esportazioni di petrolio dell’Iran: prima della guerra passava da lì il 90 per cento del greggio esportato, dato che a differenza della terraferma iraniana l’isola ha fondali abbastanza profondi da far attraccare le petroliere. Kharg è stata attaccata ripetutamente dagli Stati Uniti nelle scorse settimane, ma i bombardamenti si sono concentrati sulle strutture militari presenti sull’isola, e non su quelle petrolifere.
Non è chiaro se la perdita sia eventualmente riconducibile agli effetti dei bombardamenti. La guerra ha comunque messo sotto fortissima pressione l’industria petrolifera iraniana, già in crisi per anni di sanzioni statunitensi e internazionali. Le infrastrutture sono antiquate e la manutenzione scarsa, quindi le perdite dovute a guasti non sono così rare. Quella che appare nelle immagini satellitari recenti però sembra la più grande da quando è iniziata la guerra.
Secondo Orbital EOS, un sistema di rilevamento globale delle perdite di petrolio, quella attorno a Kharg sarebbe di 3mila barili di petrolio (quasi 500mila litri). È comunque una piccola frazione di quanto ne viene trasportato da una singola petroliera, dato che le più grandi ne trasportano fino a 3 milioni di barili.
Non si sa se la perdita sia dovuta a una perdita di una petroliera, di un oleodotto, di una cisterna o addirittura a un rilascio volontario dovuto alla mancanza di spazi di stoccaggio. Attualmente il problema più grosso per l’industria petrolifera iraniana è il blocco delle esportazioni dovuto all’embargo statunitense, associato all’impossibilità di fermare completamente la produzione di greggio (legata alle caratteristiche fisiche dei giacimenti).
Il regime si è quindi dovuto ingegnare per stoccare la produzione in eccesso, ricorrendo in molti casi a soluzioni di ripiego: ha recuperato container e depositi negli hub di Ahvaz e Asaluyeh che non venivano più utilizzati perché in cattive condizioni, e ha richiamato le petroliere vuote sull’isola di Kharg per usarle come deposito.
La perdita mette a rischio un ambiente già particolarmente fragile: il golfo Persico è sottoposto a stress ambientali legati all’aumento della temperatura dell’acqua, della sua salinità, dell’inquinamento e dell’edificazione delle coste. Le perdite di petrolio in particolare possono infiltrarsi nei sedimenti del fondale e delle coste e danneggiare le mangrovie e i coralli, creare problemi per la nidificazione di uccelli e tartarughe, ma anche ai pescatori e agli impianti di desalinizzazione. Più la risposta è posticipata, più le conseguenze della perdita rischiano di diventare gravi.
– Leggi anche: L’Iran non sa più dove mettere il petrolio



