Una piccola ma significativa vittoria per la destra populista australiana
Per la prima volta il partito sovranista One Nation ha ottenuto un seggio alla camera bassa, e ora vuole espandersi

Un’elezione suppletiva per la Camera dei deputati in una remota circoscrizione dell’entroterra australiano è stata definita «storica» e un «terremoto politico» dai giornali del paese: non perché rischi di destabilizzare il governo di centrosinistra (che gode di un’ampia maggioranza) ma perché segna la prima volta che il partito di destra, sovranista e populista One Nation riesce a ottenere un seggio nella camera bassa del parlamento nazionale.
One Nation esiste da anni ed è strettamente associato alla sua leader, la discussa Pauline Hanson, il cui nome compare anche nel logo. È in politica da 30 anni e oggi è senatrice, e si è sempre fatta notare per le sue posizioni estreme e provocatorie. Non era lei la candidata alle elezioni suppletive (era David Farley, un imprenditore agricolo locale senza una carriera politica significativa), ma è comunque considerata la grande vincitrice: dopo anni passati ai margini del dibattito politico australiano ora la sua posizione è ritenuta in ascesa. Fino a poco fa era considerata sulla via del pensionamento, dato che ha 71 anni, ma ora sembra determinata a rimanere alla guida del partito.
Farley ha ottenuto il 42 per cento dei voti, e One Nation ha guadagnato circa 30 punti percentuali rispetto alle elezioni del 2025. Sono stati sottratti principalmente al Partito Liberale, la principale formazione di centrodestra, che esprimeva la precedente deputata per la circoscrizione, Sussan Ley, fino a febbraio leader del partito. La seconda candidata con più voti è stata Michelle Milthorpe, che si presentava come indipendente, e ha preso il 25 per cento delle preferenze. I Liberali sono arrivati terzi con l’11 per cento e il Partito Nazionale ha preso il 10 per cento. I Laburisti al governo non hanno presentato un candidato.
Il risultato nel collegio è stato interpretato come un messaggio degli elettori ai partiti tradizionali. One Nation è il partito maggiormente anti-establishment fra quelli che partecipavano all’elezione. Il malcontento riguarda non solo la gestione dell’immigrazione, ma anche l’inflazione, i prezzi delle case e dei mutui (il paese è da anni in una gravissima crisi abitativa e sempre meno persone possono permettersi una casa) e le politiche contro il riscaldamento climatico, che secondo molti abitanti delle zone rurali mettono a rischio il loro stile di vita. One Nation si è anche sforzato di rivalutare in positivo la memoria del colonialismo europeo in Australia e di contrastare le iniziative per l’inclusione delle persone, che affrontano spesso gravissimi problemi sociali.

Hanson con una bandiera australiana in occasione dell’Australia Day, la festa nazionale che ricorda l’arrivo dei primi coloni britannici in Australia il 26 gennaio del 1788: negli ultimi anni molti australiani hanno iniziato a considerarla inappropriata per via degli effetti del colonialismo sulla popolazione aborigena australiana (EPA/DARREN ENGLAND)
Il successo di One Nation non è legato solo allo spostamento del dibattito politico australiano, ma anche all’indebolimento delle forze politiche di centrodestra, cioè il Partito Liberale e il Partito Nazionale.
Il primo ha posizioni liberiste abbastanza classiche, il secondo è più conservatore e specificamente legato alle istanze della popolazione delle regioni rurali dell’Australia. Storicamente sono uniti in quella che viene chiamata semplicemente “la Coalizione”, che però negli ultimi anni è stata interrotta due volte, prima di ricostituirsi.
La crisi di consensi dei partiti di centrodestra risale alla sconfitta alle elezioni parlamentari del 2022, ma recentemente si è aggravata. Entrambi hanno cambiato il proprio leader negli ultimi mesi: le elezioni suppletive servivano proprio a sostituire Sussan Ley, che dopo essere stata destituita come leader dei Liberali a febbraio ha deciso di dimettersi anche dal suo seggio di deputata. Era entrata in carica nel 2025 dopo la dura sconfitta alle elezioni federali del precedente leader Peter Dutton, subita nonostante le difficoltà del governo laburista del primo ministro Antony Albanese, in carica dal 2022. Né Dutton né Ley erano leader carismatici e nessuno dei due era considerato particolarmente abile.
Ora alla guida dei Liberali c’è Angus Taylor, che aveva innescato il processo per rimuovere Ley. Ma anche la sua posizione adesso è considerata a rischio, per aver perso una circoscrizione in cui il partito vinceva da 25 anni, cioè da quando era iniziato il mandato di Ley, e in cui uno dei partiti della Coalizione vinceva da 80 anni.
Anche per il Partito Nazionale, che storicamente è il partner minoritario dei Liberali, le cose non vanno meglio. Il suo leader David Littleproud si è dimesso il 10 marzo dicendo di essere esausto e di non avere le energie per continuare. Era stato lui a causare le due interruzioni della Coalizione, la più recente fra gennaio e febbraio. Lo ha sostituito Matt Canavan.
Non è chiaro se il successo di One Nation a Farrer sia effettivamente replicabile nel resto del paese. Sicuramente è quello che hanno dimostrato di pensare i suoi membri mentre festeggiavano la vittoria: il parlamentare Barnaby Joyce ha sfidato apertamente il Partito Laburista per il controllo dei sobborghi occidentali di Sydney, una zona popolare dove vive circa il 10 per cento della popolazione australiana e che storicamente vota a sinistra. Recentemente i cambiamenti nell’elettorato hanno portato la destra a considerarla contendibile, principalmente per via dell’arrivo di persone straniere, dell’aumento del costo della vita e degli effetti della gravissima crisi abitativa in corso da anni nel paese.
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