Il presidio a piazza Montecitorio dei familiari dei pescatori italiani fermati in Libia. Roma, 7 ottobre 2020. (ANSA/ RICCARDO ANTIMIANI)
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  • giovedì 8 Ottobre 2020

La storia dei 18 pescatori bloccati in Libia

Sono trattenuti a Bengasi da 38 giorni con l'accusa di avere sconfinato nelle acque libiche e i familiari non hanno notizie

Il presidio a piazza Montecitorio dei familiari dei pescatori italiani fermati in Libia. Roma, 7 ottobre 2020. (ANSA/ RICCARDO ANTIMIANI)

Da più di un mese 18 pescatori che erano a bordo di due pescherecci partiti da Mazara del Vallo, nella Sicilia occidentale, si trovano in stato di fermo in una caserma di Bengasi, città costiera dell’est della Libia. Le autorità libiche, che rispondono al maresciallo Khalifa Haftar che controlla quell’area del paese, hanno dato notizie generiche sulla situazione dei pescatori, e in queste settimane i giornali hanno provato a ricostruire i motivi del loro arresto. Intanto, i familiari delle persone fermate hanno chiesto al governo di sbloccare le trattative avviate con la Libia per la loro liberazione: alcuni hanno occupato la sala consiliare del comune di Mazara, altri hanno organizzato un presidio davanti alla camera dei Deputati in Piazza Montecitorio, a Roma.

Gli equipaggi dei pescherecci “Medinea” e “Antartide” vennero fermati dalle autorità libiche lo scorso primo settembre, a una quarantina di miglia dalle coste della Libia; otto di loro sono italiani e sei tunisini, due sono filippini e due senegalesi.

La questione della sovranità sulle acque
Non è la prima volta che dei pescherecci italiani vengono fermati dalle autorità libiche con l’accusa di aver violato le acque che la Libia ritiene di propria competenza. Era accaduto per esempio il 23 luglio del 2019 al “Tramontana” di Mazara del Vallo, che venne portato al porto di Misurata e poi fatto ripartire il giorno seguente, o nell’ottobre del 2018, quando altri due pescherecci sempre di Mazara erano stati fermati e poi rilasciati.

La questione dei diritti per la navigazione e lo sfruttamento delle acque marine è uno dei temi su cui diversi paesi costieri si scontrano da anni in tutto il Mediterraneo. La porzione di mare adiacente alle coste di un certo stato, il cosiddetto mare territoriale, si estende per un massimo di 12 miglia nautiche, cioè circa 22 chilometri, e lo stato vi esercita una sovranità – cioè pieni poteri – pari a quella esercitata sulla terraferma. Ciascuno stato però è tenuto a consentire il passaggio di navi straniere purché non comportino un rischio per l’ordine e la pace.

Nella zona contigua, ovvero quella che si estende fra le 12 e le 24 miglia nautiche, lo stato invece ha poteri di controllo sulle navi straniere per evitare che commettano reati all’interno del proprio territorio, nel mare territoriale così come sulla terraferma. Malgrado ciò, come ha spiegato il Giornale di Sicilia, le autorità libiche contestano la presenza dei due pescherecci all’interno di una fascia ancora più ampia che la Libia rivendica da anni come propria zona economica esclusiva, ovvero la porzione di mare in cui un paese ha diritto esclusivo allo sfruttamento economico delle risorse marine.

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Le condizioni dei pescatori
Il sito di news libico in inglese Libyan Address Journal ha riportato le parole di Khaled Al-Mahjoub, alto funzionario delle milizie libiche che combattono per Haftar: secondo Al-Mahjoub, «è noto» che i libici trattino i propri prigionieri «nel rispetto dei diritti umani» e le condizioni di salute dei pescatori fermati sono «eccellenti». In Libia, ha poi aggiunto: «Non viene arrestato nessuno a meno che non infranga la legge». Il funzionario ha spiegato che i 18 pescatori sono sotto indagine per aver violato la competenza territoriale ed economica delle acque libiche e pertanto verranno processati secondo le leggi del paese, avendo diritto all’assistenza legale. Inoltre, Al-Mahjoub ha detto di «aver appreso» che i pescatori hanno potuto contattare le proprie famiglie.

Le cose però non stanno proprio così. Si sa che dal primo settembre c’è stata soltanto una telefonata: quella che il capitano della Medinea, Piero Marrone, ha fatto alla madre per spiegare che l’equipaggio sta bene, ma che ha bisogno d’aiuto. Marco Marrone, armatore dello stesso peschereccio e portavoce delle famiglie dei pescatori, e ha detto al Giornale di Sicilia che: «Continuiamo a non avere contatti con i nostri pescatori che il 20 ottobre saranno processati a Bengasi. Ci vengono date rassicurazioni, ma non siamo riusciti né a sentire i marittimi né a ricevere una loro fotografia». In più, secondo il telegiornale regionale della Sicilia la Libia avrebbe trattenuto i pescherecci perché stavano trasportando anche sostanze stupefacenti, un’accusa che secondo i familiari dei pescatori sarebbe falsa.

Secondo un tweet del Libyan Address Journal, invece, il maresciallo Haftar vorrebbe barattare la liberazione dei pescatori con la scarcerazione di quattro scafisti libici che erano stati condannati a 30 anni di carcere in Italia per la morte di 49 migranti e che attualmente sono detenuti nel nostro paese.

Il Fatto Quotidiano ha scritto che, secondo un pescatore che stava a bordo di un altro peschereccio che si trovava nella stessa area della Medinea e dell’Antartide la sera del primo settembre, la guardia costiera libica stava «controllando da giorni» diversi pescherecci italiani.

Tra le altre cose, ha osservato il Fatto, i pescherecci erano stati fermati poche ore dopo la ripartenza verso l’Italia del ministro degli Affari esteri, Luigi Di Maio, che era andato in Libia per incontrare il primo ministro Fayez al Serraj, il cui governo è l’unico considerato legittimo dall’ONU, e poi Aguila Saleh, il presidente del parlamento libico orientale, che appoggia Haftar ed è in conflitto con Serraj. Di Maio e le autorità libiche dovevano discutere dei crediti vantati dalle aziende italiane in Libia e dei progetti che erano stati annunciati nell’accordo firmato nel 2008 tra il dittatore libico Muammar Gheddafi e l’allora presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, ma la visita serviva anche a migliorare le relazioni tra i paesi.

Il ministero degli Esteri ha comunicato che sta continuando a lavorare sul caso coinvolgendo «tutti gli attori internazionali rilevanti», e il 7 ottobre c’è stato un cosiddetto “question time” in Parlamento – cioè una interpellanza rivolta a un rappresentante del governo da parte di membri del parlamento – per fare il punto sulla situazione. Il Quotidiano di Sicilia ha scritto che secondo Matilde Siracusano, deputata siciliana di Forza Italia, il governo «sta pericolosamente sottovalutando questa vicenda». Inoltre, il Quotidiano di Sicilia ha spiegato che stando a quanto ha detto il ministro per i Rapporti col parlamento, Federico D’Incà, le richieste di Haftar per organizzare uno scambio di prigionieri al momento non sono «né confermate né in alcun modo formalizzate».

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