Le condanne per la sparatoria di cascina Spiotta del 1975

Lauro Azzolini, il brigatista che fuggì, è stato condannato a sei anni; per Renato Curcio e Mario Moretti è stata dichiarata la prescrizione

Cascina Spiotta dopo la sparatoria (WIKIMEDIA/ANSA)
Cascina Spiotta dopo la sparatoria (WIKIMEDIA/ANSA)
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La Corte d’Assise di Alessandria ha condannato a sei anni di carcere l’ex membro delle Brigate Rosse Lauro Azzolini per l’omicidio del carabiniere Giovanni D’Alfonso durante la sparatoria a cascina Spiotta, avvenuta nel 1975.

Per Renato Curcio e Mario Moretti, gli altri due ex brigatisti imputati nel processo, ma non ritenuti poi colpevoli di omicidio, è stata dichiarata la prescrizione, per cui non sconteranno pene. La prescrizione interviene quando dal momento in cui è stato commesso il reato è trascorso un numero di anni pari alla pena massima prevista per quel reato.

Azzolini è il brigatista che secondo quanto emerso dalle indagini riuscì a fuggire dalla sparatoria, nelle campagne della zona, senza venire individuato per anni. Il processo che ha portato alla sua condanna era iniziato nel 2021, quasi cinquant’anni dopo i fatti, in seguito a un esposto presentato alla procura di Torino da Bruno D’Alfonso, figlio del carabiniere ucciso e anche lui carabiniere.

La sparatoria alla cascina Spiotta, in provincia di Alessandria, avvenne il 5 giugno 1975: quattro carabinieri arrivarono alla cascina durante la ricerca del nascondiglio dove i brigatisti tenevano sequestrato l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, che era stato rapito il giorno prima. Lì c’erano due brigatisti: nella sparatoria che seguì morì, oltre a D’Alfonso, anche la militante delle Brigate Rosse Margherita Cagol, conosciuta con il nome di battaglia di “Mara”. Cagol era la moglie di Curcio e insieme erano tra i fondatori delle Brigate Rosse. Nello scontro furono feriti anche altri due carabinieri, fra cui uno che perse un braccio e un occhio.

Azzolini era già stato indagato per la sparatoria a cascina Spiotta, ma fu prosciolto nel 1987: la procura aveva ottenuto la revisione di quel processo sulla base di quelle che considerava nuove prove contro di lui, e aveva chiesto una condanna a 21 anni. La Corte d’Assise di Alessandria lo ha condannato, oltre ai sei anni di carcere, a versare una provvisionale da 40mila euro ai familiari di D’Alfonso, cioè un anticipo sul risarcimento finale, che deve essere ancora determinato.

Azzolini, che ha 82 anni, era già stato arrestato nel 1978: fu condannato a quattro ergastoli e attualmente è detenuto in regime di semilibertà. La condanna stabilita dalla Corte d’Assise di Alessandria si aggiunge a quella che Azzolini sta scontando dal 1983 per il sequestro e l’assassinio del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, nel 1978.

Curcio e Moretti sono stati condannati per concorso anomalo nell’omicidio di D’Alfonso: significa che secondo i giudici i due brigatisti non avevano deciso di ucciderlo, ma la sua morte fu una conseguenza prevedibile del reato a cui stavano partecipando, cioè il sequestro a scopo di estorsione. La procura, in questo caso, aveva chiesto una condanna per concorso morale, reato che presupponeva invece la volontà di uccidere D’Alfonso.

Nel processo era inizialmente coinvolto anche un quarto imputato, Pierluigi Zuffada, prosciolto già nell’udienza preliminare perché il reato contestato era stato ritenuto prescritto.

Nella riapertura delle indagini del 2021, la procura arrivò ad Azzolini sulla base di undici impronte digitali, individuate dal Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri su un memoriale che le Brigate Rosse chiesero al loro militante sopravvissuto alla sparatoria. In quel memoriale il brigatista fuggito raccontò i momenti della sparatoria e la sua ricostruzione coincide con quella ufficiale dei carabinieri fino al momento della sua fuga.