In Italia ci sono già 200 data center, e altre decine ne arriveranno

L'espansione è un grande affare per alcuni comuni, ma va anche gestita: e sarà difficile farlo finché manca una norma nazionale

di Francesco Gaeta

Il green data center di Eni a Ferrera Erbognone, Pavia.
Il green data center di Eni a Ferrera Erbognone, Pavia.
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Da alcune settimane in Lombardia è in vigore una legge regionale che regolamenta la costruzione di nuovi data center, gli edifici che ospitano i server che servono a far funzionare tra le altre cose i servizi cloud e i chatbot di intelligenza artificiale. Sono in sostanza computer che lavorano in connessione tra loro dove vengono archiviati, custoditi e gestiti miliardi di dati. La legge lombarda fissa alcune regole su dove e come possano essere costruiti e sugli oneri che chi costruisce deve pagare ai comuni.

È la prima legge del genere, ed è appunto regionale, mentre una legge nazionale ancora non esiste. Eppure i data center in Italia sono già 200, e altri 83 verranno costruiti nei prossimi anni. In poco tempo sono passati dall’essere infrastrutture tecniche quasi invisibili a diventare un nuovo settore industriale, capace di muovere investimenti enormi. Ma sono anche molto contestati dalle comunità nelle quali vengono costruiti, perlomeno negli Stati Uniti.

Le ragioni delle proteste hanno riguardato soprattutto il consumo di suolo, visto che normalmente i data center sono molto estesi e a volte occupano terreni che prima erano agricoli; il consumo d’acqua utilizzata per il raffreddamento dei server; e il rumore prodotto per farli funzionare.

È probabile che alcuni di questi problemi arrivino anche in Italia. Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, negli ultimi tre anni sono stati investiti nel settore dei data center oltre 7 miliardi. Da qui al 2028 la cifra potrebbe triplicare.

Il centro di questa crescita è la provincia di Milano. Qui c’è il maggior numero di strutture, e qui c’è la quota più grande di potenza installata per farle funzionare, il 68 per cento del totale nazionale. Qualcosa si sta muovendo anche intorno a Roma, con una ventina circa di progetti.

Generalmente gli operatori che realizzano i data center si dividono in due gruppi. I colocator costruiscono e gestiscono l’infrastruttura — edificio, energia, raffreddamento, connessioni — e poi la affittano ai clienti. Gli hyperscaler, cioè i grandi gruppi globali del cloud come Amazon Web Services, Microsoft Azure o Google Cloud, costruiscono in proprio. L’analisi dei 70 progetti nell’area milanese censiti dal Dipartimento di Architettura e Studi urbani del Politecnico di Milano mostra però che su questo mercato sono attivi anche soggetti di tipo diverso, molto spesso stranieri: società di telecomunicazioni e fondi di investimento, ma anche gruppi della logistica e sviluppatori immobiliari.

Un data center, infatti, è un’infrastruttura digitale ma anche un prodotto immobiliare. Può diventare redditizio per società che fanno da “veicolo”, cioè comprano terreni, istruiscono la pratica urbanistica con i comuni e poi rivendono ad altre società del digitale prima ancora della costruzione. L’obiettivo è realizzare guadagni sulla mediazione. È un fenomeno che non può essere definito speculativo in senso stretto, ma è confermato dagli studiosi e dagli amministratori locali sentiti per questo articolo.

Per i comuni queste strutture sono di sicuro un’opportunità economica, almeno in potenza. Come per altri insediamenti produttivi, chi costruisce deve pagare i cosiddetti oneri di urbanizzazione, che servono a finanziare strade, reti energetiche, fognature, parcheggi. Le cifre variano entro criteri definiti o regolati dalle Regioni. A questi si possono aggiungere le opere di compensazione, cioè infrastrutture pubbliche finanziate dai privati per mitigare gli impatti ambientali: piste ciclabili, parchi urbani, interventi di efficientamento energetico sugli edifici comunali.

Secondo Alice Franchina e Cristiana Mattioli, ricercatrici del Dipartimento di Architettura e Studi urbani del Politecnico di Milano, nell’hinterland milanese tutto questo ha avviato una specie di «competizione negoziale» tra comuni. Chi possiede aree disponibili e uffici tecnici preparati può ottenere più soldi o più opere, perché è in grado di trattare al rialzo con gli investitori.

A Rho, che è un comune a nord-ovest di Milano dove Amazon Web Services sta costruendo un data center da 400 milioni di euro, l’assessore all’Urbanistica Edoardo Marini ha introdotto un onere più alto rispetto a quanto previsto nelle tabelle regionali: «100 euro al metro quadrato contro i 60 previsti». È una decisione, dice, che tiene conto dell’investimento in questione. «Un data center ha un valore che può oscillare tra i 6mila e 10mila euro al metro quadrato». Per questo motivo, secondo lui, i comuni possono provare a ottenere qualcosa di più.

In alcuni casi, l’effetto di questa negoziazione vale diversi anni di entrate comunali ordinarie. A Settimo Milanese c’è un’ampia area che apparteneva a Italtel, storica azienda italiana delle telecomunicazioni, e che è stata trasformata in uno dei principali campus digitali della zona. Tra il 2014 e il 2024 il comune ha incassato oltre 7,5 milioni di euro. A Magenta, dove è previsto un grande data center nell’area un tempo occupata dall’azienda chimica Novaceta, l’amministrazione ha di recente presentato l’operazione come un intervento da 19 milioni di euro, di cui 13 destinati a opere pubbliche per la città.

In casi come questi, ai benefici derivanti dagli oneri di urbanizzazione si somma la possibilità di rigenerare vecchie aree industriali, facendo sì che i costi di bonifica – proibitivi per piccoli enti locali – ricadano su chi intende investire. Un esempio è il comune di Pregnana Milanese, dove sono in arrivo tre data center su tre grandi aree un tempo occupate da stabilimenti Citroën, Iveco e Olivetti. Secondo il sindaco Angelo Bosani è un’occasione «imperdibile». Il motivo è che «quelle aree occupano il 20 per cento della superficie edificata del mio comune. Sarà un’operazione di rigenerazione urbana altrimenti impossibile».

Nel milanese sono nati comitati civici contrari alla costruzione, allarmati soprattutto dall’eventuale consumo di suolo. La nuova legge lombarda risolve la questione solo in parte, dichiara le ex aree industriali da rigenerare come destinazione prioritaria, ma non vieta di costruire su un’area libera: viene solo reso un po’ più oneroso farlo. E per gruppi pieni di soldi come le società immobiliari o quelle tecnologiche, pagare oneri più alti per un suolo agricolo non è un problema.

Questo aspetto è centrale anche nel dibattito nazionale. In questi giorni si sta discutendo in Senato un disegno di legge che affida al governo la delega per regolamentare il settore. È stato già approvato alla Camera in una formula che gli stessi proponenti ritengono migliorabile. Tra questi c’è Lorenzo Basso, del Partito Democratico. Dice che «si può fare meglio» innanzitutto «rendendo obbligatoria la localizzazione in aree industriali dismesse. La cosa consentirebbe di utilizzare le centrali elettriche a carbone che per legge hanno smesso di funzionare dal dicembre scorso».

Tuttavia non c’è solo il consumo di suolo, c’è anche quello energetico. Alimentare migliaia di server, mantenere sempre tutto acceso e raffreddare ambienti che si riscaldano moltissimo richiede enormi quantità di acqua e di energia. Nel 2025 le richieste di connessione alla rete di alta tensione sono state di oltre 60 gigawatt, quasi cento volte la potenza installata attualmente. Sebbene sia realistico pensare che non tutti i progetti per cui è stata fatta richiesta verranno realizzati, è comunque un dato che dà la dimensione di quanto il settore potrebbe espandersi.

Marina Natalucci, direttrice dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, dice che sulla bolletta energetica di un data center, allo stato attuale, «pesa per oltre la metà il raffreddamento dei server», e che però esistono già tecnologie efficienti per ridurre questo impatto. Tra i casi di studio cita Pont-Saint-Martin, in provincia di Aosta, dove i consumi sono stati ridotti del 35 per cento con un sistema di raffreddamento geotermico, cioè che sfrutta l’energia generata dal calore naturale della Terra; e Ponte San Pietro, vicino a Bergamo, dove è stato adottato un raffreddamento con acqua di falda.

Dati questi consumi, i data center stanno interessando anche i gruppi del settore energetico. Eni ha già da anni un proprio data center a Ferrera Erbognone, in provincia di Pavia, e ora ha annunciato un nuovo impianto destinato all’intelligenza artificiale che costruirà insieme a Khazna Data Centers, operatore emiratino specializzato in grandi infrastrutture digitali. È una linea di sviluppo futuro: se si considera il fabbisogno energetico che sarà richiesto da un uso esteso dell’AI, i nuovi data center costituiranno un bel pezzo della politica energetica di uno Stato, e richiederanno l’ingresso di investitori pubblici.