Il capo del CNR sta ostacolando la legge sul suicidio assistito
Andrea Lenzi, presidente del più importante ente pubblico di ricerca in Italia, ha dato al parlamento risposte inverosimili, con gravi conseguenze concrete
di Alessandra Pellegrini De Luca

Nell’affossamento dell’ultima proposta di legge sul suicidio assistito ha avuto un ruolo determinante Andrea Lenzi, il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Lenzi è il capo del più importante ente pubblico che si occupa di ricerca in Italia, e per questo è molto influente: interpellato dal Senato durante la discussione sulla proposta di legge, ha fornito informazioni gravemente omissive e fuorvianti su un aspetto molto tecnico della procedura di suicidio assistito in Italia, che però era fondamentale per regolamentarla in maniera adeguata.
Anziché essere votata, dopo l’audizione di Lenzi la proposta di legge è stata quindi rinviata alle commissioni per essere ulteriormente discussa. Alla fine della legislatura manca poco più di un anno e non ci sarà il tempo di discuterla nuovamente: significa che anche questo parlamento, come tutti i precedenti, non approverà la legge sul suicidio assistito che la Corte costituzionale – oltre a pazienti e attivisti – chiede ormai da anni.
Il suicidio assistito è la pratica che permette, a determinate condizioni, di autosomministrarsi un farmaco per morire. L’intervento di Lenzi ha riguardato la realizzazione di un dispositivo per consentire l’accesso a questa pratica anche alle persone completamente paralizzate, e che quindi non possono autosomministrarsi il farmaco. Il Senato lo aveva contattato, in quanto presidente del CNR, per sapere se esistessero dispositivi per permetterlo. Lenzi ha risposto dicendo che non erano disponibili dispositivi conformi alle norme europee, e di non essere a conoscenza di studi o sperimentazioni per costruirli.
Lenzi ha dato una risposta surreale, oltre che falsa, perché un dispositivo simile lo aveva costruito pochi mesi prima proprio il CNR da lui diretto, su ordine del tribunale: è quello che ha utilizzato “Libera”, nome di fantasia di una donna di 55 anni con sclerosi multipla paralizzata dal collo in giù. È una storia che in Italia ha avuto grande risonanza mediatica ed è finita anche alla Corte costituzionale: “Libera” è morta a fine marzo, dopo una lunga vicenda giudiziaria, grazie a un puntatore oculare con cui si era potuta somministrare il farmaco. A novembre del 2025 il tribunale di Firenze aveva dato mandato proprio al CNR di costruire questo macchinario, che lo aveva poi realizzato.
La risposta omissiva di Lenzi non è un caso isolato. Il Post ha ricostruito che il suo ostruzionismo va avanti da mesi, anche prima degli interventi in Senato, con azioni che finora non erano state rese note e che hanno riguardato proprio il dispositivo realizzato dal CNR.

Andrea Lenzi il 17 febbraio 2026 a Roma (ANSA/FEDERICO PERRUOLO)
Lenzi è stato nominato presidente del CNR dal governo Meloni – tecnicamente dal ministero dell’Università – il 26 luglio del 2025, dopo quasi vent’anni di incarichi vicini alla politica: è stato presidente del Consiglio universitario nazionale, organo consultivo del ministero dell’Università e della ricerca, ed è attualmente anche il presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita, organo legato alla presidenza del Consiglio.
È considerato vicino ad Alfredo Mantovano, potente sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, cattolico conservatore e considerato il membro più importante e influente di quella parte della destra italiana che da sempre si oppone alla regolamentazione sul fine vita.
Lenzi è stato interpellato dal Senato a fine maggio, dalla commissione Affari sociali che stava esaminando la discussa proposta di legge sul fine vita. La richiesta sull’esistenza o meno di un dispositivo per il suicidio assistito per le persone paralizzate può sembrare un tecnicismo, ma è un aspetto fondamentale. Il suicidio assistito infatti differisce dall’eutanasia, che in Italia è vietata, proprio perché nel primo caso il paziente si somministra il farmaco letale in maniera autonoma. La domanda rivolta a Lenzi, in altre parole, serviva a capire se l’Italia possieda o meno strumenti per regolamentare il suicidio assistito senza creare discriminazioni tra malati.
In una nota inviata alla commissione, Lenzi sostenne che «non risultano reperibili» dispositivi di questo tipo autorizzati a livello europeo; disse lo stesso, e nonostante il caso di “Libera”, anche Rocco Bellantone, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. Bellantone aveva argomentato maggiormente la sua posizione: aveva detto che esistono tecnologie che potrebbero permettere l’accesso delle persone paralizzate al suicidio assistito, ma che richiederebbero ulteriori approfondimenti.
Anche lui è finito nelle polemiche, ma non quanto Lenzi, che si era limitato a una nota molto breve in cui sostanzialmente negava l’esistenza di un dispositivo che il CNR aveva appena costruito. Su richiesta di alcuni senatori dell’opposizione, Ivan Scalfarotto di Italia Viva e Sandra Zampa del Partito Democratico, Lenzi è stato quindi invitato a ricomparire in Senato e argomentare la propria posizione. Ci è andato il 16 giugno e ha ribadito sostanzialmente le stesse cose.

Una manifestazione a favore della libertà di scelta sul fine vita, nel 2009 (Roberto Monaldo/LaPresse)
Lenzi si è difeso dicendo che quello che aveva costruito il CNR non era un “dispositivo” ma un “prototipo”, e che comunque in quel momento non era “reperibile”, nel senso che non si trovava al CNR (è vero: da settimane il dispositivo in questione è nella sede dell’azienda sanitaria che si è occupata del caso di “Libera”). Ha sostenuto di non essere stato coinvolto dal tribunale di Firenze nella decisione di affidare al CNR la costruzione del dispositivo: ha detto che non gli era stato «comunicato nulla» e che a lui, benché presidente, «non era nota la produzione» del dispositivo, visto che il giudice aveva contattato direttamente il dipendente che lo ha poi progettato: l’ingegnere Emilio Campana, direttore del dipartimento di Ingegneria dello stesso CNR.
La ricostruzione fornita da Lenzi è poco credibile. La prima comunicazione formale del tribunale al CNR è del 12 novembre, e il 18 novembre il CNR rispose con una nota concordata da Campana proprio con Lenzi. Campana è stato invitato a relazionare in Senato il 30 giugno: dalla sua audizione, che è documentata di riferimenti cronologici precisi, risulta che Lenzi fosse ampiamente e dettagliatamente informato dell’incarico di costruire il dispositivo, fin dalle prime fasi.
Le principali azioni di ostruzionismo di Lenzi si sono concentrate a febbraio del 2026. Il 12 febbraio, a pochi giorni dalla scadenza stabilita dal tribunale per la consegna del dispositivo, il CNR ha chiesto un rinvio della consegna citando «sopravvenute e non prevedibili complessità tecniche».
Contattato dal Post, Lenzi non ha voluto dare spiegazioni e ha rimandato alla sua portavoce: quest’ultima ha detto che il CNR ha avviato «un’istruttoria interna per ricostruire i passaggi» dell’accaduto, di cui valuterà se rendere note le conclusioni.
Dalle conversazioni avute con persone informate sui fatti, al Post risulta che in realtà il dispositivo fosse pronto, e che la richiesta di rinvio sia stata fatta senza un valido motivo.

Andrea Lenzi con l’ex ministra della Salute Beatrice Lorenzin al Fertility Day nel 2016, l’iniziativa che il governo promosse quell’anno con lo scopo di sensibilizzare sul rischio della denatalità (Roberto Monaldo/LaPresse)
Il 24 febbraio, quando si stava avvicinando anche la seconda scadenza, Lenzi ha preso la decisione di chiedere formalmente al ministero della Salute una «preventiva autorizzazione» sulla costruzione del dispositivo: nonostante al CNR, che è un ente pubblico, fosse stato ordinato di costruirlo da un tribunale.
Quella richiesta di autorizzazione preventiva è stata giudicata superflua non solo dallo stesso tribunale di Firenze ma anche dall’avvocatura dello Stato, l’organo che rappresenta e difende lo Stato e le pubbliche amministrazioni italiane: entrambe le posizioni sono formalmente riportate nell’ordinanza di marzo del 2026 con cui il tribunale di Firenze ha ordinato all’azienda sanitaria toscana che aveva in carico “Libera” di consegnarle il dispositivo. L’avvocatura dello Stato aveva proprio detto che «non è necessaria alcuna autorizzazione».
Nonostante questo, questa «autorizzazione preventiva» superflua che Lenzi ha deciso di chiedere ha avuto l’effetto di rallentare la consegna del dispositivo a “Libera”, che nel frattempo aveva tutti i requisiti per accedere al suicidio assistito e chiedeva di morire da quasi due anni.
Accogliendo in parte la richiesta di Lenzi, infatti, il ministero aveva inviato al CNR un parere in cui raccomandava prove di collaudo in un laboratorio esterno prima dell’utilizzo. È un parere non vincolante, su prove di collaudo che lo stesso tribunale di Firenze aveva giudicato non solo superflue – per come funziona il dispositivo – ma anche «non compatibili», vista l’urgenza del caso di “Libera”. Nonostante questo, c’è stato un ulteriore allungamento dei tempi.
Il parere chiesto da Lenzi al ministero ha rallentato la consegna del dispositivo non solo a “Libera”, ma anche ad altri malati: in questo momento è in possesso dell’Ausl Toscana Nord Ovest, quella di riferimento di “Libera”, che non lo sta consegnando ad alcuni malati nelle stesse condizioni che lo hanno richiesto. Secondo la spiegazione data dall’azienda, il motivo è che lo sta sottoponendo alle prove di collaudo indicate dal ministero.
Le parole di Lenzi al Senato hanno spinto una parte dell’opposizione a chiederne le dimissioni o la revoca dell’incarico; e anche alcuni importanti membri della maggioranza parlamentare, contattati per questo articolo, hanno espresso forti perplessità sulla veridicità e sulla congruenza delle dichiarazioni di Lenzi, pur chiedendo che i loro commenti venissero riportati in forma anonima.
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