Luigi Di Maio, agosto 2020 (©Salvatore Esposito/Pacific Press via ZUMA Wire)
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  • martedì 1 Settembre 2020

Perché Di Maio è in Libia

Il governo sta tentando di ricostruire le relazioni, anche riprendendo in mano progetti come l'"autostrada dell'amicizia" concordata da Berlusconi e Gheddafi

Luigi Di Maio, agosto 2020 (©Salvatore Esposito/Pacific Press via ZUMA Wire)

Oggi il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, accompagnato dal sottosegretario Manlio Di Stefano, sarà in Libia. Dopo l’aumento degli stanziamenti delle missioni militari internazionali e il sostegno diretto alla Guardia Costiera libica – e indirettamente ai centri di detenzione nel paese – l’obiettivo dichiarato della visita, scrivono diversi giornali, sarà consolidare le relazioni economiche, industriali e commerciali della Libia con l’Italia. Saranno affrontati due temi, in particolare: i crediti vantati dalle aziende italiane in Libia e i progetti che erano stati annunciati nell’accordo firmato nel 2008 tra il dittatore libico Muammar Gheddafi e l’allora presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, tra cui l’aeroporto internazionale della capitale e la cosiddetta “autostrada della pace”: opere mai completate per via della fine del regime di Gheddafi.

Luigi Di Maio sarà a Tripoli e poi a Tobruk. Vedrà il primo ministro Fayez al Serraj, il cui governo è l’unico considerato legittimo dall’ONU, e poi Aguila Saleh, presidente del parlamento rivale nell’est del paese. A fine agosto al Serraj e Saleh avevano annunciato, grazie alla mediazione di Russia e Turchia, la fine delle ostilità e la riattivazione della produzione petrolifera ferma da metà gennaio, con la conseguente emarginazione del maresciallo Khalifa Haftar, che controlla l’est del paese.

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Questa nuova situazione di relativa stabilità, scrivono sempre i giornali, potrebbe essere un’occasione economica per l’Italia. Nel 2019 la Libia, dopo l’Algeria, è risultata il secondo partner commerciale nel continente africano dell’Italia; a livello globale l’Italia è il quinto fornitore e il secondo cliente della Libia. Nei primi due mesi del 2020, precisa il Corriere della Sera, «le nostre esportazioni sono aumentate del 32% rispetto allo stesso periodo del 2019». E poi c’è l’Eni, che in collaborazione con la libica Noc fornisce energia al mercato locale.

Un po’ di storia 
Nel 1911, dopo una breve guerra contro l’impero ottomano, l’Italia prese il controllo della Tripolitania e della Cirenaica, che nel 1934 vennero unite e chiamate Libia. Durante quegli anni decine di migliaia di italiani si trasferirono in Libia, aprendo fabbriche e imprese. L’Italia perse il dominio sulla Libia nel 1943, rinunciandoci ufficialmente nel 1947: la Libia venne amministrata provvisoriamente dal Regno Unito e dalla Francia, conquistò l’indipendenza nel 1951 e divenne una monarchia, retta da re Idris.

Nel 1969 un golpe militare condotto da Muammar Gheddafi prese il controllo del paese. Tra le prime cose che fece, il regime nazionalizzò i possedimenti italiani in Libia, confiscando tutti i beni ai 35 mila cittadini italo-libici, e infine li espulse. Negli anni il regime di Gheddafi avanzò numerose richieste e minacce verso l’Italia: un risarcimento in denaro per i danni provocati dalla colonizzazione, la costruzione di ospedali e infrastrutture, lo sminamento di alcune zone in cui furono combattute delle guerre.

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L’Italia non respinse mai del tutto le richieste di Gheddafi, un po’ per la minaccia esercitata dal dittatore con il suo sostegno al terrorismo internazionale, un po’ per l’importanza delle operazioni di estrazione del petrolio condotte dall’Eni in Libia, un po’, dagli anni Ottanta in poi, per l’influenza potenziale del governo libico nell’ostacolare i flussi migratori diretti dal Nordafrica verso l’Italia.

La prima bozza di accordo tra Italia e Libia venne firmata nel 1998, durante il primo governo Prodi. L’accordo prevedeva una serie di impegni per il governo italiano e la realizzazione di alcuni progetti in Libia da parte di una società a capitale misto. L’accordo però non venne ratificato, e si arrivò alla conclusione che per placare le richieste libiche serviva un “grande gesto”: un atto simbolico che evitasse nuove minacce e chiudesse la questione una volta per tutte. Si arrivò dunque al Trattato di Bengasi, siglato dall’Italia e dalla Libia nel 2008 durante l’ultimo governo Berlusconi.

Il Trattato di Bengasi
Il trattato è suddiviso in tre parti. La prima stabilisce alcuni principi generali nelle relazioni tra Italia e Libia, tra cui la volontà di agire «conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’essere umano».

Nella seconda parte l’Italia, dopo l’istituzione di una commissione mista paritetica costituita da componenti designati dai rispettivi stati, si impegnava a versare alla Libia cinque miliardi di dollari in vent’anni, cioè 250 milioni di dollari all’anno, per realizzare progetti e infrastrutture. La Libia si impegnava a sua volta a garantire alle aziende italiane la realizzazione di altre infrastrutture.

Poi c’erano alcune iniziative speciali: la costruzione in Libia di duecento unità abitative, a spese dell’Italia; l’assegnazione di borse di studio universitarie per cento studenti libici, a carico dell’Italia; un programma di cure, presso istituti specializzati italiani, a favore di alcune vittime in Libia dello scoppio di mine; il ripristino del pagamento delle pensioni ai titolari libici e ai loro eredi; la restituzione alla Libia di alcuni reperti archeologici trasferiti in Italia durante il colonialismo. Inoltre, le parti si impegnavano – senza specificare come – a risolvere il problema dei crediti vantati dalle aziende italiane nei confronti di amministrazioni ed enti libici, risalenti agli espropri compiuti da Gheddafi nel 1970 e soprattutto all’insolvenza libica nei confronti di aziende italiane tra gli anni Ottanta e il 2000.

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La terza e ultima parte del trattato era piena di dichiarazioni di intenti, come la valorizzazione dei legami storici, gli impegni a visite reciproche, la cooperazione in ambito culturale, scientifico, energetico, economico e industriale. Conteneva anche la collaborazione nel campo della lotta al terrorismo e dell’immigrazione.

Il Trattato venne ratificato dall’Italia il 6 febbraio del 2009. Dopodiché le attività vennero sospese: in Libia nel 2011 scoppiò infatti una guerra civile che rovesciò il regime di Gheddafi. Quando finì la guerra, il paese si ritrovò con centinaia di milizie armate e rivali, senza veri partiti o sindacati, senza un governo in grado di controllare tutto il territorio, e nel disinteresse di buona parte della comunità internazionale a favorire un processo di transizione verso la democrazia. Tutte cose che contribuirono al caos degli ultimi anni, alla cosiddetta “seconda guerra civile libica” iniziata nel 2014 e, nonostante l’accordo di cessate il fuoco, non ancora risolta.

I “comuni interessi economici”
Tra i principali progetti voluti dalla seconda parte del Trattato di Bengasi, e destinati al risarcimento della Libia, c’erano la cosiddetta “autostrada costiera della pace” (o dell’amicizia) e il Tripoli International Airport.

L’autostrada dovrebbe attraversare la Libia collegando il confine con la Tunisia a quello dell’Egitto. Dovrebbe essere lunga più di 1.700 chilometri, avere quattro corsie, ponti e tunnel per oltre 3 miliardi di euro di valore complessivo. Nel 2013 era stata annunciata la consegna ufficiale dell’aggiudicazione del primo lotto (440 chilometri) a Salini-Impregilo – società che oggi si chiama Webuild – per un valore di 963 milioni di euro. Dopodiché erano stati avviati gli appalti di quattro macro-lotti. Per quanto riguarda l’aeroporto di Tripoli, il consorzio Aeneas si era aggiudicato la costruzione di due terminal (uno per voli internazionali, un altro per voli nazionali), un parcheggio e la strada di accesso per 78 milioni.

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La Commissione mista italo-libica che Di Maio vorrebbe ricostituire (secondo quanto scrivono i giornali, ma non è stata ancora data alcuna comunicazione ufficiale) dovrebbe occuparsi della ripresa di questi due grandi progetti. Dovrebbe anche affrontare la questione dei crediti vantati dalle aziende italiane per i lavori iniziati e mai finiti a causa della guerra. L’interruzione dei lavori o il loro mancato inizio ha infatti costituito un danno per molte aziende italiane che, in Libia, operano soprattutto nei settori del petrolio e del gas, delle costruzioni, dei trasporti, delle telecomunicazioni, dei mangimi, della meccanica industriale o dell’impiantistica. Non solo: alcune imprese vantano crediti dagli anni Novanta pari a circa 200 milioni di euro che, a causa della caduta di Gheddafi, sono difficilmente recuperabili.

Per quanto riguarda le due opere principali, autostrada e aeroporto, il ministero delle Infrastrutture, scrive il Corriere, «sta rivedendo i conti» e il ministero dell’Economia e delle Finanze sta lavorando «agli stanziamenti in bilancio». In tutto questo, però, va tenuta presente la situazione interna della Libia. Due giorni fa il ministro dell’Interno del governo di Tripoli, Fathi Bashagha, è stato sospeso dal suo incarico perché avrebbe fomentato una parte delle proteste degli ultimi giorni per destabilizzare il governo Serraj. Questo potrebbe rilegittimare Haftar, interrompendo la fase di relativa stabilità iniziata a fine agosto, e la ripresa delle relazioni economiche con l’Italia.