(Fox Photos/Getty Images)

L’ultima volta che abbiamo invaso la Francia

Esattamente 80 anni fa l'Italia fascista lanciò un attacco a sorpresa contro la Francia ormai già battuta dai nazisti: finì malissimo

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La mattina del 21 giugno 1940 l’esercito italiano attaccò le posizioni francesi lungo il confine alpino che dalla Liguria saliva fino alla Svizzera. Era un assalto che il dittatore italiano Benito Mussolini aveva ordinato di lanciare in fretta, poiché temeva che la guerra finisse prima che il suo esercito riuscisse a ottenere una singola vittoria. Come spiegò al suo governo, Mussolini aveva bisogno di una partecipazione al conflitto, anche solo simbolica, per poter portare avanti rivendicazioni sui territori francesi. «Ho bisogno soltanto di qualche migliaio di morti», disse, «per potermi sedere da ex-belligerante al tavolo delle trattative».

Organizzata precipitosamente da un esercito impreparato e senza motivazione, l’offensiva innescata su uno dei peggiori terreni d’Europa, in cui la linea del fronte arrivava a più di tremila metri di altezza, fu un disastro. Per tre giorni mezzo milione di soldati italiani provarono ad avanzare, ma in nessun punto del fronte riuscirono a superare la linea degli avamposti francesi. Il 24 giugno la Francia firmò l’armistizio e Mussolini, umiliato dalla disfatta, ritirò gran parte delle domande territoriali che aveva mosso prima dell’invasione.

L’attacco alla Francia fu considerato da molti all’epoca un gesto particolarmente sorprendente e vigliacco, nei confronti di un nemico già battuto. Fino a quel momento, infatti, l’Italia di Mussolini aveva cercato di presentarsi in Europa come una forza moderata, in grado di interloquire allo stesso tempo con l’aggressivo regime nazista e con le democrazie dell’Europa Occidentale. Quando nel maggio del 1940 i nazisti attaccarono e sbaragliarono in poche settimane l’esercito francese, per esempio, Mussolini venne considerato come un possibile interlocutore per raggiungere un accordo di pace.

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Ma il dittatore italiano aveva altri piani. Si era tenuto lontano dal conflitto, scoppiato nel settembre precedente con l’invasione tedesca della Polonia, poiché sapeva che l’esercito italiano era impreparato a condurre una guerra moderna, e lo sarebbe stato almeno fino al 1943. La rapida vittoria della Germania sulla Francia gli fece cambiare idea. Alla fine di maggio l’esercito tedesco aveva circondato gli eserciti francesi e britannico a Dunkerque e si preparava a marciare su Parigi. Il 10 giugno, con il famoso discorso dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini annunciò l’entrata in guerra al fianco della Germania nazista.

Le ragioni politiche dell’entrata in guerra erano abbastanza evidenti. Hitler oramai era divenuto il padrone del continente europeo e Mussolini intendeva partecipare alla spartizione del bottino. I possedimenti coloniali francesi erano una preda particolarmente ghiotta: Mussolini puntava in particolare alla Tunisia, un obiettivo della politica estera italiana fin dagli ultimi anni dell’Ottocento, alla Corsica e alla Somalia francese. Erano obiettivi importanti anche da un punto di vista militare. Se la guerra fosse continuata contro l’Impero britannico, l’Italia si sarebbe trovata a combattere in Africa e le colonie francesi sarebbero state di importanza strategica nel conflitto.

Restava però il problema principale: l’esercito italiano era impreparato alla guerra. I piani di riarmo erano appena cominciati e le scarse risorse industriali italiane avrebbero impiegato ancora anni a portare le forze armate a un livello sufficiente per condurre un conflitto moderno. Dopo la dichiarazione di guerra, quindi, l’ordine di Mussolini fu restare sulla difensiva lungo tutti i fronti.

I tedeschi però avanzavano in fretta. Il 14 giugno occuparono Parigi e il governo francese iniziò a trattare la resa. Mussolini pensò che il tempo a sua disposizione stava scadendo. Se la pace fosse arrivata senza che l’esercito italiano avesse occupato un solo lembo di terra francese sarebbe stato molto difficile ottenere i territori a cui ambiva. Bisognava attaccare e bisognava farlo in fretta. Durante le settimane centrali di giugno molti messaggi vennero scambiati tra il Duce e gli alti comandi dell’esercito. Mussolini chiedeva un’offensiva immediata, mentre i generali chiedevano più tempo per organizzarsi.

Alla fine si decise di passare all’attacco lungo l’unico fronte su cui sarebbe stato facile concentrare le truppe: il confine occidentale tra Italia e Francia, che corre lungo le Alpi. Era un fronte particolarmente difficile dove condurre una guerra offensiva. Le strade erano poche e impervie, inerpicate lungo altissimi passi montani. I francesi avevano a disposizione un’imponente catena di forti per difendersi, posizionati strategicamente in modo da chiudere tutte le principali vie d’accesso al paese.

L’esercito italiano aveva un unico vantaggio. Nelle settimane prima dell’attacco, il fronte alpino francese era stato sistematicamente sguarnito per inviare rinforzi con cui cercare di rallentare l’avanzata dell’esercito tedesco. Quando la mattina del 21 giugno arrivò il momento dell’attacco, l’esercito italiano poteva contare su un totale di mezzo milione di uomini, mentre i francesi ne avevano a disposizione meno della metà.

Ma in quei terreni difficili e impervi, la superiorità numerica servì a poco. Anche se i francesi erano già battuti, la rabbia per quello che era percepito come un tradimento degli italiani contribuì a farli rimanere saldi nelle loro posizioni. Nel settore più settentrionale, l’intera avanzata fu bloccata per tre giorni da un unico fortino presidiato da cinquanta soldati francesi. A sud, lungo la costa ligure, l’avanzata fu fermata sulle strette strade costeggiate dalle montagne a strapiombo e soltanto il 24 giugno un distaccamento di soldati italiani, scendendo da un sentiero secondario, riuscì a occupare Mentone, la prima cittadina oltre il confine francese.

Nonostante l’enorme numero di soldati impiegati sulla carta, la battaglia delle Alpi Occidentali fu uno scontro di piccole dimensioni. In nessun posto italiani e francesi riuscirono a utilizzare effettivamente più di poche centinaia di soldati. Non c’era stato il tempo di preparare offensive su larga scala e i combattimenti somigliarono più che altro ai movimenti preliminari che si compiono prima di una grande battaglia. Questo stato di cose si riflesse nel bilancio delle perdite: poco più di 600 morti e 2.600 feriti per gli italiani, una ventina di morti e meno di cento feriti per i francesi.

Alle 19.35 del 24 giugno, a poco più di tre giorni dall’inizio dei combattimenti, Francia, Germania e Italia firmarono l’armistizio e le operazioni militari vennero fermate. Mussolini fu così umiliato dalla disfatta che ritirò gran parte delle sue richieste territoriali. Vinta la guerra con sorprendente facilità, i nazisti cercarono di infliggere alla Francia un trattamento non troppo punitivo, nella speranza di ottenere un alleato con cui proseguire la guerra contro l’Impero britannico. Mussolini cercò in qualche misura di fare altrettanto: non inimicarsi troppo il governo francese così da avere un possibile alleato nella nuova Europa dominata dai nazisti.

I successivi cinque anni di guerra dimostrarono come i suoi calcoli fossero tragicamente sbagliati. Non solo legare i destini dell’Italia a quelli della Germania nazista si tramutò nella condanna del regime fascista e dello stesso Mussolini, ma il modo in cui venne condotto l’attacco alla Francia contribuì indirettamente ad accelerarne la fine. Senza la Tunisia e le colonie francesi, rifornire i possedimenti coloniali italiani in Libia, sotto attacco da parte dei britannici, si rivelò complicato e pericoloso. La caduta di questi territori, nel 1943, aprì le porte all’invasione dell’Italia che, a sua volta, condusse alla caduta del regime guidato da Benito Mussolini.

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