(AP Photo/Lefteris Pitarakis)
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  • domenica 1 novembre 2015

Le elezioni turche viste da Diyarbakir

Nella più importante città della parte curda della Turchia – dove i curdi dell'HDP hanno la loro roccaforte – è tornata una calma irreale dopo settimane di violenze e di scontri

di Davide De Luca
(AP Photo/Lefteris Pitarakis)

Due settimane fa Helin Şen, una bambina curda di dieci anni, è stata colpita da un proiettile mentre andava a comprare il pane nel quartiere di Sur, uno dei più poveri della città curda di Diyarbakir, in Turchia. Suo padre, Ekrem Şen, ha raccontato che poco dopo le otto di mattina del 10 ottobre Helin lo aveva chiamato al telefono per dirgli che sarebbe uscita di casa per andare a comprare da mangiare per le sue due sorelle. Quindici minuti dopo un suo amico lo aveva richiamato per dirgli che Helin era stata uccisa. Şen si trovava in ospedale quella mattina. Ha raccontato che per tre giorni la polizia gli ha impedito di tornare a Sur per recuperare il corpo di Helin: «Mia figlia non era una terrorista. Chiedo solo di sapere perché è stata uccisa».

Ekrem ŞenEkrem Şen, il padre di Helin Şen, la bambina turca uccisa due settimane fa da un proiettile sparato dalla polizia a Diyarbakir, nel sud-est della Turchia. (Foto di: Davide Maria De Luca)

Helin è stata uccisa negli scontri tra la polizia turca e i ribelli curdi: le violenze durano da circa un mese e hanno diviso profondamente Diyarbakir. Due settimane dopo l’uccisione di Helin, a poche ore dalle elezioni parlamentari anticipate che si tengono oggi, Diyarbakir è tornata a essere una metropoli apparentemente tranquilla, dove più di un milione di abitanti vivono tra centri commerciali, grandi moschee e un nuovo, gigantesco aeroporto inaugurato una settimana fa dal primo ministro turco Ahmet Davutoğlu. È a Diyarbakir che l’HDP, il principale partito curdo della Turchia, ha la sua roccaforte: qui alle ultime elezioni – che si sono tenute lo scorso giugno – l’HDP ha ottenuto più dell’80 per cento dei voti e dieci deputati su undici. Oggi i sostenitori dell’HDP si aspettano un risultato simile: in particolare sperano di ottenere in tutta la Turchia un consenso che permetta al partito curdo di riconfermarsi quarta forza politica del paese, risultato che alle ultime elezioni gli ha consentito di entrare in Parlamento per la prima volta.

A Diyarbakir, comunque, è difficile trovare segni di entusiasmo, soprattutto a causa di quanto successo ad Ankara due settimane fa nello stesso giorno dell’uccisione di Helin. Il 10 ottobre sono esplose due bombe durante un corteo pacifista organizzato vicino alla stazione dei treni di Ankara, uccidendo più di 100 persone tra cui molti attivisti curdi. Dopo l’attentato, l’HDP aveva deciso di sospendere tutte le manifestazioni di partito fino al termine delle elezioni.

Quello di Ankara è stato il terzo attentato in pochi mesi compiuto contro i curdi. A giugno, pochi giorni prima delle ultime elezioni, una bomba era esplosa durante un comizio per la chiusura della campagna elettorale. Il 20 luglio un attentatore suicida aveva ucciso 22 attivisti curdi e turchi a Suruc, nel sud della Turchia (l’attentato era stato poi rivendicato dall’ISIS). Il PKK – gruppo politico militare che da più di trent’anni combatte per una maggiore autonomia del popolo curdo – aveva accusato il governo di essere responsabile dell’attacco e per rappresaglia aveva ucciso tre poliziotti turchi. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva risposto ordinando massicci bombardamenti nel nord dell’Iraq contro le basi del PKK e una campagna di arresti nei confronti di sospetti appartenenti al PKK, di membri dell’HDP e di semplici attivisti curdi.

Tra rappresaglie e contrattacchi, la Turchia si ritrova oggi sull’orlo di una guerra civile simile a quella che nei decenni passati ha causato più di trentamila morti e che è terminata nel 2013 con la firma di una tregua tra il governo e il PKK: quella è stata una guerra fatta di agguati e imboscate tra le montagne e le valli della Turchia meridionale. Gli attacchi nelle città, a volte compiuti con attentatori suicidi, non erano altro che un diversivo rispetto alla guerriglia che il PKK portava avanti contro i convogli e le basi militari turche. Ma a luglio, dopo l’attentato di Suruc, il PKK ha proclamato la fine della tregua e l’esercito turco si è trovato di fronte ad un nemico nuovo: migliaia di giovani attivisti curdi hanno cominciato a protestare, spesso senza una guida e senza un vero e proprio coordinamento. Hanno costruito barricate improvvisate per isolare quartieri o intere cittadine e hanno proclamato l’autogoverno delle zone occupate. Al posto di un movimento di guerriglia coordinato dall’alto, come i vietcong o i talebani, l’esercito turco si è trovato ad affrontare un’insurrezione urbana, caotica e imprevedibile.

A Diyarbakir la rivolta è cominciata a Sur, il centro storico circondato dalle mura di basalto nero costruite dall’imperatore Costanzo II nel Quarto secolo. A Sur non ci sono centri commerciali: è la parte più povera di Diyarbakir dove vivono migliaia di curdi fuggiti dalle loro città di origine negli anni Novanta. A settembre un gruppo di giovani curdi ha chiuso alcune strade scavando trincee e ammucchiando pietre e rottami. La moschea di Kurşunlu, l’edificio più imponente del quartiere, è diventata la loro roccaforte. La polizia turca ha risposto ordinando il coprifuoco in tutta la città e scontrandosi con i miliziani intorno alla moschea, ma i ribelli sono riusciti a resistere per quasi un mese e mezzo, barricandosi dentro l’edificio, stendendo grandi teli bianchi per proteggersi dal fuoco dei cecchini e dalla ricognizione degli elicotteri.

Tre settimane fa, la polizia ha deciso di sgomberarli. Un coprifuoco è stato imposto in tutta la zona e luce e acqua sono state tagliate per quattro giorni. Il 9 ottobre centinaia di poliziotti con elicotteri e mezzi blindati hanno assaltato la barricate, difese da qualche decine di ragazzi con poche armi. Nelle strade intorno alla moschea si vedono ancora i segni dei centinaia proiettili di armi leggere e quelli più grandi dei razzi RPG. Decine di poliziotti e miliziani sono rimasti feriti negli scontri.

Moschea KurşunluLa moschea di Kurşunlu dopo i combattimenti (Foto di Davide Maria De Luca)

Dopo aver occupato la moschea, le forze speciali turche sono salite in cima al minareto, hanno issato la bandiera turca e proclamato un nuovo coprifuoco in tutta la città. Il giorno dopo, il 10 ottobre, un poliziotto turco è morto per l’esplosione di una bomba, mentre cercava di rimuovere una barricata. Poche ore dopo Helin Şen è stata uccisa mentre andava a comprare il pane.

Nelle ultime settimane una strana calma è ritornata in città. L’11 ottobre il PKK ha proclamato un cessate il fuoco unilaterale e fino ad oggi le milizie urbane sembrano aver rispettato l’ordine dei loro superiori. Dopo una settimana di occupazione, la polizia turca ha abbandonato Sur e si è ritirata nelle caserme e oggi gli unici militari che si vedono in giro sono quelli di guardia alle stazioni di polizia. Molti credono che dopo questi scontri le elezioni si svolgeranno in maniera tranquilla e i leader locali dell’HDP dicono di essere ottimisti sul loro risultato. Tutti i sondaggi danno l’HDP sopra la soglia del 10 per cento e sembra difficile che l’AKP, il partito del presidente Erdoğan, riesca nel suo tentativo di ottenere una maggioranza autonoma con cui governare. La Turchia, dicono tutti i sondaggi, si avvia verso un governo di coalizione per la prima volta dopo 13 anni.

Il dubbio è solo chi ci sarà in questo nuovo governo. «Non potremo mai avere a che fare con Erdogan», dice Ömer Önen, co-presidente dell’HDP di Diyarbakir, «Ma se l’AKP si libererà di lui e dell’attuale classe dirigente del partito saremo disponibili a collaborare». Ziya Pir, un altro parlamentare dell’HDP, è ancora più aperto: «Finché ci sono uomini c’è speranza. Collaboreremo con chiunque abbia intenzione di ricominciare il processo di pace con il popolo curdo». Ekrem Şen, il padre di Helin, non ha molte aspettative sul voto di oggi: «Spero solo che dopo le elezioni nessuna famiglia debba più passare quello che abbiamo passato noi».

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