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  • venerdì 12 settembre 2014

I problemi del piano di Obama sull’IS

Esistono ancora ribelli "moderati" in Siria da addestrare e armare? Perché gli alleati arabi degli americani si tirano indietro? Una breve guida

Due giorni dopo l’atteso discorso del presidente Barack Obama sulla nuova strategia degli Stati Uniti contro lo Stato Islamico (IS) – gruppo estremista che controlla un ampio territorio tra Iraq e Siria – molte cose del piano americano non sono ancora state chiarite e rimangono molto confuse. Si tratta di problemi che condizionano direttamente la realizzazione del piano e che minano la già debole credibilità dell’azione americana in Medio Oriente. Il piano, in sintesi, prevede una serie di attacchi aerei contro l’IS in Siria e in Iraq e la creazione di centri di addestramento per i ribelli moderati siriani in Arabia Saudita, con un generale appoggio dei paesi arabi della regione. Obama si trova ora di fronte a quattro grandi problemi:

1. Esistono i ribelli siriani moderati?
Il piano di Obama dipende in buona parte dalla capacità del governo americano di individuare un gruppo di ribelli siriani moderati con cui allearsi nella lotta contro l’IS: cioè con una struttura abbastanza solida da poter ricevere addestramento e armi, e con una credibilità tale da poter rappresentare una futura alternativa al governo di Assad. Il problema è che Obama non ha indicato con precisione alcun gruppo di ribelli durante il suo discorso e un gruppo del genere sembra non esserci più in Siria. Dopo oltre tre anni di guerra civile, le milizie che combattono il regime siriano – e che combattono spesso anche tra di loro – sono centinaia, legate per lo più a città o a piccoli villaggi. I gruppi che fino a un anno fa venivano considerati più “moderati” hanno stretto alleanze con gli islamisti per ottenere sostegno e armi, oppure banalmente per sopravvivere; oppure hanno cominciato a combattere a fianco del Fronte al Nusra, la milizia che rappresenta al Qaida in Siria e che per diversi mesi tra il 2011 e il 2012 è stata considerata la più estremista nella guerra siriana.

Aron Lund, analista ed esperto della politica siriana, ha detto al New York Times: «Non si riuscirà a trovare questo tipo di gruppo ribelle, “pulito” e laico, che rispetta i diritti umani, perché non esiste. [Quella in Siria] è una guerra molto sporca e ci si deve arrangiare con quello che offre». Paradossalmente ci sono anche gruppi di ribelli che si oppongono al piano di Obama. I Fratelli Musulmani Siriani, per esempio, si sono rifiutati di appoggiare la coalizione internazionale contro lo Stato Islamico, «a meno che il primo proiettile non sia diretto contro la testa di Assad». Altri gruppi di ribelli più piccoli, scrive l’analista Hassan Hassan, hanno espresso diversi dubbi sulla possibilità di combattere l’IS: temono che se la loro azione sul terreno e gli attacchi aerei americani non si dimostrassero decisivi per la sconfitta dei miliziani, i loro stessi villaggi potrebbero subìre delle violente e crudeli ritorsioni in un secondo momento per mano dell’IS. Episodi del genere sono già successi nel corso degli ultimi mesi.

2. La riluttanza dei paesi arabi sull’IS
Tre dei maggiori alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente – Giordania, Turchia ed Egitto – sono rimasti molto cauti sul piano annunciato da Obama. L’Egitto, tramite il suo viceministro degli Esteri, ha detto che il governo del Cairo ha già abbastanza problemi a combattere il suo “terrorismo interno”, ovvero il movimento islamista dei Fratelli Musulmani. Il re della Giordania Abdullah II ha detto mercoledì scorso al segretario di stato americano John Kerry che per il suo paese “la causa palestinese rimane il centro del conflitto nella regione” e ora la priorità è la ricostruzione della Striscia di Gaza. La Turchia ha espresso grandi preoccupazioni per la sorte dei 49 dipendenti del governo turco catturati dall’IS nella città irachena di Mosul. Il timore di un’eventuale rappresaglia da parte dello Stato Islamico nei confronti degli ostaggi è il motivo per cui molto probabilmente il governo di Ankara non farà dichiarazioni pubbliche di appoggio al piano americano (la Turchia comunque non ha firmato il comunicato congiunto di Stati Uniti e paesi arabi che sostiene la lotta contro l’IS, forse anche in chiave anti-curda).

Anche l’Arabia Saudita, che pure ha accettato di ospitare sul proprio territorio dei centri di addestramento per i ribelli moderati siriani, si è mostrata piuttosto cauta di fronte all’idea di uno scontro diretto con i miliziani dell’IS: il governo saudita, scrive il Wall Street Journal, teme che combattendo direttamente l’IS ci sia il rischio di reazioni interne violente della parte più intransigente del sunnismo saudita. Ai dubbi dei singoli stati c’è da aggiungere, scrive il New York Times, un generale scetticismo nei confronti dell’azione americana in Medio Oriente, dopo i fallimenti dell’ultimo decennio e l’instabilità causata, tra le altre cose, dalle cosiddette “Primavere Arabe”. In altre parole, soprattutto con il ritiro dei propri soldati dall’Iraq, gli Stati Uniti hanno perso molta della credibilità agli occhi dei loro alleati arabi.

3. Non è che è l’Iran a beneficiarne?
Lo scetticismo dei paesi arabi del Medio Oriente dipende anche dai benefici che potrebbe ottenere l’Iran dall’indebolimento o della distruzione dell’IS. L’Iran è un paese a maggioranza sciita ed è considerato una minaccia alla sicurezza di alcuni stati mediorientali alleati con gli Stati Uniti, tra cui l’Arabia Saudita (sunnita) e Israele. Negli ultimi anni il suo contenimento è stata la priorità della politica estera americana nella regione: prima del ritiro dei soldati americani in Iraq, per esempio, gli Stati Uniti si impegnarono molto a combattere le milizie sciite coordinate dall’Iran che agivano soprattutto a Baghdad (come quelle di Muqtada al-Sadr o quelle molto vicine al comandante delle forze al Quds iraniane, Qassem Suleimani).

Ora le milizie sciite potrebbero essere usate dagli americani – direttamente o indirettamente – per colpire lo Stato Islamico, sia in Siria che in Iraq. L’Iran potrebbe guadagnarne non solo sul piano strettamente militare: secondo diversi analisti, l’Iran potrebbe usare la sua influenza in Iraq e sul regime siriano di Assad per ottenere “concessioni” nei colloqui che proseguono da mesi riguardanti il tema del nucleare iraniano. Finora gli Stati Uniti hanno cercato di bloccare in ogni modo il processo di arricchimento dell’uranio portato avanti dal governo iraniano e necessario per la costruzione di un’arma atomica. Gli Stati Uniti hanno negato che ci sia un qualche livello di coordinamento tra i due governi nel piano per sconfiggere l’IS, anche se è stata riconosciuta una “convergenza di obiettivi”.

4. La confusione sul ruolo del Congresso
Negli ultimi due giorni l’amministrazione Obama ha ribadito che non serve un voto del Congresso per iniziare gli attacchi bensì di avere bisogno di un’autorizzazione del Congresso per avviare il programma di addestramento e di equipaggiamento dell’opposizione moderata siriana. Diversi deputati e senatori la pensano diversamente. Carl Levin, senatore democratico e presidente della Commissione dei servizi armati, ha detto che Obama “ha già l’autorità” per procedere all’addestramento e all’equipaggiamento dei ribelli siriani. Lo stesso portavoce del dipartimento della Difesa, John Kirby, ha detto ai giornalisti che Levin ha ragione, e ha aggiunto: «Non ho mai detto che abbiamo bisogno dell’approvazione del Congresso». E in effetti il dipartimento della Difesa ha già fornito in passato assistenza ai ribelli siriani, senza passare per il Congresso.

Non è chiaro se il Congresso approverà il piano, scrive Politico: alcuni deputati e senatori – sia democratici che repubblicani – hanno espresso diversi dubbi sulla proposta di Obama, soprattutto per la paura che le armi fornite ai ribelli siriani possano finire nelle mani di gruppi estremisti (e per ragioni di più bassa politica: a novembre ci sono le elezioni di metà mandato, tutti i deputati e un terzo dei senatori sono in piena campagna elettorale). Non è chiaro nemmeno come saranno finanziati l’addestramento e il trasferimento di armi, visto che si parla di circa 500 milioni di dollari.

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