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  • Lunedì 7 luglio 2025

Vent’anni fa esplosero tre bombe nella metro di Londra

E una su un autobus, in un attentato islamista che uccise 52 persone e cambiò le operazioni antiterrorismo nel Regno Unito

Un vagone squarciato da una bomba, fotografato durante le indagini due giorni dopo l'attentato del 7 luglio (Metropolitan Police via Getty Images)
Un vagone squarciato da una bomba, fotografato durante le indagini due giorni dopo l'attentato del 7 luglio (Metropolitan Police via Getty Images)
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Poco prima delle 9 di mattina del 7 luglio 2005 esplosero tre bombe nelle gallerie della metropolitana di Londra, e circa un’ora dopo una quarta esplose al piano superiore di un autobus. Le esplosioni uccisero 52 persone, oltre ai quattro attentatori, e ne ferirono più di 700, per la maggior parte pendolari che si stavano spostando durante l’ora di punta. L’attacco è considerato il primo attentato suicida di matrice islamista della storia del Regno Unito, e cambiò il modo in cui la polizia britannica conduce le operazioni antiterrorismo.

Tre dei quattro attentatori partirono da Leeds, una città nel nord dell’Inghilterra, e si incontrarono poi con il quarto a Luton, circa 50 chilometri a nord-ovest di Londra, dove erano stati prodotti gli esplosivi a partire da materiali comuni. Lì presero un treno per la stazione di King’s Cross, nel centro della capitale: in tre salirono su altrettanti treni che andavano tutti in direzioni diverse, e attorno alle 8:50 fecero esplodere le bombe che avevano negli zaini.

La quarta bomba fu fatta esplodere alle 9:47 (circa un’ora dopo le altre) su uno dei tipici autobus a due piani londinesi, che era stato deviato e si trovava a Tavistock Square, sempre vicino a King’s Cross. La foto del piano superiore del bus squarciato dall’esplosione è diventata uno dei simboli degli attacchi, che in Regno Unito sono spesso ricordati come attentati del “7/7”, dalla loro data.

L’autobus della Linea 30 distrutto dall’esplosione a Tavistock Square il 7 luglio 2005 (AP Photo/Sang Tan)

Circa metà dei morti e dei feriti furono provocati dalla bomba che esplose più vicina a King’s Cross, verso la stazione di Russel Square: 26 persone furono uccise e oltre 340 ferite. Sette persone furono uccise vicino alla stazione di Aldgate, e 6 vicino a quella di Edgware Road: in entrambi i casi ci furono oltre 150 feriti. L’esplosione sul bus uccise 13 persone.

Le prime due ore dopo l’attacco furono molto caotiche. Il sistema della metropolitana, che a Londra è capillare, si fermò: inizialmente si pensò a diversi incidenti concomitanti o a problemi con la rete elettrica, dato che dalla sala di controllo della metro le esplosioni potevano apparire come una serie di interruzioni di corrente, e si parlò di esplosioni causate da un sovraccarico della rete. Le bombe esplosero in mezzo alle gallerie, e il fatto che i passeggeri lasciarono i convogli e si divisero andando alle stazioni davanti e dietro ai treni fece credere che il numero di treni coinvolti fosse maggiore. Poco dopo, quando ancora non era chiaro che fossero esplose delle bombe, la società che gestisce la rete elettrica di Londra negò che gli incidenti fossero dovuti a problemi sulle sue infrastrutture.

Solo alle 11, due ore dopo le prime esplosioni, la polizia confermò che c’era stato un attentato esplosivo, e ci volle un giorno per appurare che le esplosioni furono quattro. Le stazioni coinvolte furono chiuse, quella di King’s Cross (la più grande e trafficata) venne trasformata in una specie di ospedale da campo. Migliaia di persone si riversarono nelle strade dalle stazioni, alcune ferite più o meno gravemente. Ci furono chiaramente enormi disagi per il trasporto pubblico londinese: venne chiesto anche alle barche che navigavano sul Tamigi di assistere chi si doveva spostare.

Una mappa delle linee della metropolitane nel centro di Londra, con i punti in cui esplosero le bombe (Isochrone/Wikimedia) 

Nella mattina, per via della scarsità di informazioni, le linee telefoniche di Londra arrivarono al massimo della loro capacità: le società di telecomunicazioni dovettero bloccare il traffico per dare priorità alle chiamate d’emergenza. Inizialmente ci fu molta preoccupazione per i sospetti che ci fosse un quinto attentatore ancora in vita (il 16 luglio la polizia confermò che tutti i quattro responsabili erano morti nell’attentato).

Poco dopo gli attacchi ci fu il primo discorso ufficiale del primo ministro, il Laburista Tony Blair. In quel momento Blair si trovava in Scozia, dove era appena iniziata una riunione del G8. Tenne un breve discorso in cui era visibilmente emozionato: disse di voler tornare immediatamente a Londra, e che poi sarebbe tornato alla riunione in serata.

Gli attentatori si chiamavano Mohammad Sidique Khan (30 anni), considerato il leader del gruppo, Shehzad Tanweer (22 anni), Germaine Lindsay (19 anni), e Hasib Hussain (18 anni). Erano tutti cittadini britannici figli di immigrati pakistani, a parte Lindsay, che era nato in Giamaica e si era poi convertito all’islam. Khan aveva registrato un video in cui motivava gli attacchi sostenendo di voler vendicare l’oppressione dei musulmani da parte dei paesi occidentali (erano gli anni della “guerra al terrore”, dell’invasione di Iraq e Afghanistan da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati), e dicendo di essersi ispirato ad Al Qaida. L’organizzazione lodò gli attacchi ma disse di non aver collaborato a metterli in atto.

Il 21 luglio di quell’anno, due settimane dopo, ci fu un altro tentativo di attentato. Quattro uomini che non avevano rapporti con il primo gruppo salirono su tre treni della metro e su un autobus. Cercarono di far esplodere delle bombe, che però non funzionarono: esplosero solo i detonatori, della potenza più o meno di un grosso fuoco d’artificio; ci furono alcuni feriti ma nessuno venne ucciso. Un quinto uomo doveva partecipare all’attacco, ma abbandonò la propria bomba dopo aver lasciato il covo del gruppo. I cinque fuggirono e la polizia li arrestò tutti nel giro di otto giorni. Il giorno seguente la polizia uccise un uomo brasiliano che non c’entrava niente, Jean Charles de Menezes, scambiato per uno degli attentatori.

Una persona ferita nelle esplosioni viene caricata in ambulanza (ANSA – DAVID PARRY)

Il fatto che gli attentatori fossero cittadini britannici apparentemente ordinari e che realizzarono le bombe in maniera artigianale, a partire da ingredienti facilmente reperibili, colpì molto l’opinione pubblica e modificò anche il modo di operare dell’antiterrorismo britannico, che fino a quel momento concentrava le indagini principalmente su persone straniere. Oltre alla polizia e ai servizi di sicurezza interni (l’MI5), anche i servizi di ambulanze, vigili del fuoco e dei trasporti cittadini rividero i loro protocolli di risposta a emergenze del genere.

In occasione del ventesimo anniversario dell’attentato è stata organizzata una cerimonia a Londra a cui hanno parlato il primo ministro britannico Keir Starmer, la ministra dell’Interno Yvette Cooper e anche re Carlo III. Gli attentati comunque non crearono il senso diffuso di insicurezza che i loro autori intendevano causare: dopo gli attacchi lo spirito di molti fu piuttosto di resilienza.

Secondo molti gli attentati cambiarono anche la considerazione che una parte della popolazione britannica aveva per la comunità musulmana: nei giorni e nei mesi successivi ci furono diversi casi di aggressioni razziste verso persone musulmane o presunte tali, e da allora c’è la percezione diffusa che certi discorsi contro l’islam prima inaccettabili siano diventati comuni, anche in politica. Il governo istituì un programma contro la radicalizzazione (non solo islamista) chiamato Prevent (“prevenire”) che però negli anni ha ricevuto varie critiche per essere stato ideato senza la partecipazione e il coinvolgimento delle persone musulmane, che anzi in molti casi hanno lamentato di essere state ingiustamente prese di mira dal programma.

– Leggi anche: Nel 2004 le bombe sui treni di Madrid cambiarono la Spagna