Un soldato americano in Afghanistan nel 2008 (Photo by John Moore/Getty Images)
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  • venerdì 10 Settembre 2021

Vent’anni di guerra al terrore

Cosa volevano ottenere e soprattutto cosa hanno ottenuto gli Stati Uniti con la strategia inaugurata dopo l'11 settembre 2001, finita nel caotico ritiro dall'Afghanistan

di Eugenio Cau
Un soldato americano in Afghanistan nel 2008 (Photo by John Moore/Getty Images)
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Quando ad aprile di quest’anno il presidente Joe Biden annunciò che gli Stati Uniti avrebbero ritirato tutte le loro truppe dall’Afghanistan, disse che il ritiro sarebbe stato completato entro l’11 settembre, in tempo per il ventennale dell’attacco di al Qaida alle Torri gemelle di New York e all’edificio del Pentagono a Washington. Il simbolismo dell’annuncio era piuttosto facile da decifrare: a vent’anni dall’attacco dell’11 settembre Biden, che anche da vicepresidente di Barack Obama era contrario al prolungamento dell’intervento americano in Medio Oriente, aveva deciso che era arrivato il momento di porre fine alla cosiddetta guerra al terrore.

Come si sa, le cose sono andate diversamente da quanto previsto dall’amministrazione Biden: il ritiro americano è stato anticipato di un mese a causa dell’avanzata rapidissima dei talebani, che hanno conquistato l’Afghanistan nel giro di pochi giorni, e gli Stati Uniti sono stati costretti a un ritiro frettoloso e problematico, che è stato esposto a un terribile attacco terroristico e ha lasciato nel paese migliaia di afghani che negli anni avevano aiutato l’esercito americano.

Ma anche dopo il disastroso ritiro Biden ha ribadito che per lui non c’erano alternative ad andarsene dall’Afghanistan, perché da presidente non avrebbe «esteso ancora questa guerra perpetua».

Il presidente faceva riferimento alla guerra in Afghanistan, ovviamente, ma più in generale in questi anni con “guerra perpetua” si è inteso la guerra globale al terrore, cioè quell’insieme di interventi militari all’estero, soprattutto in Afghanistan e in Iraq (oltre ad attacchi mirati con droni armati, e azioni d’intelligence di vario tipo) cominciati come risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre e poi estesi a tal punto che per gli Stati Uniti diventò sempre più difficile districarsi.

Come ha detto ancora Biden, «se oggi hai vent’anni, non hai mai visto l’America in stato di pace».

La guerra al terrore ha probabilmente cambiato la storia americana come nessun altro evento di questo secolo, forse con l’eccezione della crisi finanziaria del 2008. È stata una conseguenza diretta degli attacchi dell’11 settembre, ma non una conseguenza inevitabile. Fu il frutto di alcune scelte deliberate dell’amministrazione di George W. Bush, che allora si trovava al potere, e delle decisioni prese nei due decenni successivi dalle amministrazioni che seguirono.

Dopo l’attacco
La prima causa della guerra al terrore fu la necessità di trovare una risposta appropriata agli attacchi dell’11 settembre, un evento catastrofico e devastante al punto che ancora oggi, secondo l’istituto di sondaggi Pew Research Center, praticamente tutti gli americani sopra ai 30 anni si ricordano dov’erano e cosa facevano quando ne vennero a conoscenza, e continuano a considerarlo come uno degli eventi storici più importanti della loro vita.

Immediatamente dopo l’attacco terroristico fu chiaro che il principale obiettivo della risposta americana sarebbe stato l’Afghanistan, dove il regime dei talebani ospitava e sosteneva il gruppo terroristico al Qaida e il suo capo, Osama bin Laden. Era anche chiaro che, davanti all’enorme gravità di quello che era successo a New York, la risposta sarebbe stata estesa e dura.

Ma in quel momento la necessità di rispondere agli attacchi subìti andò a coincidere con il fatto che, dentro all’amministrazione Bush, diverse figure centrali – come il vicepresidente Dick Cheney e il segretario di Stato Donald Rumsfeld – ritenevano già da tempo che gli Stati Uniti dovessero assumere un atteggiamento più bellicoso e interventista a livello internazionale, secondo una corrente del pensiero conservatore allora molto in voga e associata ai neocon, cioè i neoconservatori.

Come ha ricordato George Packer sull’Atlantic, secondo gli appunti presi da un collaboratore, poche ore dopo l’attacco dell’11 settembre Donald Rumsfeld già sosteneva: «Capire se è il caso di colpire anche S.H. [Saddam Hussein, l’allora dittatore dell’Iraq] allo stesso tempo. Non solo UBL [Osama bin Laden]». In seguito, si legge nelle note: «Fare le cose in grande. Spazzare via tutto. Quello che c’entra e quello che non c’entra». Il giorno dopo l’attacco Paul Wolfowitz, un altro noto neocon e vice di Rumsfeld, disse che l’America si sarebbe impegnata in una «ampia e prolungata campagna» tra i cui obiettivi c’era quello di «porre fine agli stati che finanziano il terrorismo».

Una settimana dopo gli attacchi, George Bush in persona disse, riferendosi ai talebani: «Colpiamoli duramente. Vogliamo mostrare al mondo che le cose sono cambiate rispetto al passato. Vogliamo che altri stati come la Siria e l’Iran cambino idea».

In quei giorni la risposta agli attacchi dell’11 settembre si trasformò nella “guerra al terrore”. Nell’idea, cioè, che per difendere gli Stati Uniti non era sufficiente punire gli autori del peggiore attacco terroristico della storia americana, ma anche che fosse necessario agire risolutamente per eliminare ogni altra possibile minaccia proveniente dall’esterno.

Quest’idea prese una forma più concreta qualche mese dopo, durante il discorso sullo stato dell’Unione del gennaio del 2002, quando Bush parlò per la prima volta dell’“asse del male”, cioè di un gruppo di paesi «che si stanno armando per minacciare la pace nel mondo», in molti casi usando «armi di distruzione di massa». I paesi erano Iran, Iraq e Corea del Nord, tutti presentati come minacce concrete e imminenti alla sicurezza degli Stati Uniti e dell’Occidente. La dicitura “asse del male” divenne da quel momento un elemento costante nella retorica di Bush.

Afghanistan e Iraq
All’inizio di ottobre del 2001 cominciò l’invasione americana dell’Afghanistan, sostenuta da tutto il parlamento (l’autorizzazione alla guerra fu approvata all’unanimità al Senato, e con il solo voto contrario alla Camera della deputata Barbara Lee, che fu poi criticata e minacciata), da un’ampia coalizione internazionale e dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica (l’88 per cento degli americani era favorevole alla guerra).

Il regime dei talebani cadde in poche settimane, e cominciò la ventennale occupazione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Pochi mesi dopo, verso la metà del 2002, l’amministrazione Bush cominciò a sostenere che, al fine di garantire la sicurezza degli Stati Uniti e dell’Occidente, fosse necessario colpire anche il dittatore iracheno Saddam Hussein, che secondo l’amministrazione aveva fornito sostegno ad al Qaida e stava accumulando armi di distruzione di massa, cioè armi chimiche e nucleari, ed era pronto a usarle in attacchi contro l’Occidente e contro i paesi vicini.

Bush disse che l’invasione dell’Iraq sarebbe stata «il fronte centrale della guerra al terrore».

Benché fosse chiaro fin da subito che le prove della presenza di armi di distruzione di massa in Iraq fossero piuttosto fragili, gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel marzo del 2003, questa volta con molto meno sostegno internazionale e, anzi, provocando manifestazioni contro l’invasione che coinvolsero milioni di persone in molte città, soprattutto in Europa. Anche in questo caso, il regime di Saddam cadde nel giro di poco tempo.

Dopo l’invasione, numerose ricerche hanno dimostrato che il regime iracheno non possedeva armi di distruzione di massa, non aveva messo in atto un programma per la loro creazione e non aveva nemmeno fornito sostegno ad al Qaida. Attualmente ci sono ancora 2.500 soldati americani in Iraq, che il presidente Biden vorrebbe rimpatriare entro la fine del 2021.

Le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq sono ovviamente le operazioni più importanti della guerra al terrore, anche perché hanno comportato l’invio in quei paesi di centinaia di migliaia di soldati americani nel corso di circa 20 anni, ma la guerra fu composta di numerosissime operazioni che hanno impegnato gli Stati Uniti su vari fronti in Medio Oriente e in Africa. Tra le più note c’è l’operazione “Inherent Resolve” compiuta nel 2014 contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria, e quella sempre contro lo Stato Islamico compiuta in Libia lo stesso anno. Ci sono state anche operazioni in Yemen, in Camerun, nel Corno d’Africa, nelle Filippine e in Pakistan, compresa ovviamente quella che, nel 2011, portò all’uccisione di Osama bin Laden.

Soldati americani e canadesi in Afghanistan nel 2002 (Pool Photo/Getty Images)

“Nation building” ed esportazione della democrazia
Le invasioni di Afghanistan e Iraq rimangono comunque le più importanti, anche perché fu in quei due paesi che si cominciò a introdurre un altro concetto fondamentale della guerra al terrore, quello di “nation building”, cioè di costruzione di una nazione: l’idea era che, dopo aver invaso Afghanistan e Iraq, gli Stati Uniti avrebbero dovuto trasformarli in stati prosperi e con istituzioni stabili, in modo da evitare la possibilità che tornassero a essere rifugi per gruppi terroristici e regimi pericolosi.

Robert Kagan, un noto esperto di politica estera, ha scritto di recente sul Washington Post che l’amministrazione Bush non aveva particolare interesse nel “nation building” quando cominciò la guerra in Afghanistan. Al contrario, Bush e la sua consigliera per la Sicurezza nazionale, Condoleezza Rice, in passato avevano criticato la tendenza del loro predecessore, Bill Clinton, a intromettersi troppo nella politica dei paesi in cui gli Stati Uniti avevano interessi di tipo militare. Anche Rumsfeld per i primi anni di guerra in Afghanistan cercò di mantenere il più basso possibile il numero dei soldati americani nel paese, proprio per evitare un coinvolgimento eccessivo.

Ma una volta in Afghanistan (e poi in Iraq), l’amministrazione Bush si accorse che era ormai impossibile ritirarsi senza provocare un collasso dei due paesi, una forte destabilizzazione della regione e, nel caso, nuove minacce terroristiche. Come scrive Kagan, «gli Stati Uniti intrapresero il nation building in Afghanistan non perché gli ufficiali avessero fiducia che potesse funzionare, ma perché sembrò la meno peggio tra le opzioni disponibili».

L’amministrazione Bush si accorse molto presto che la situazione sarebbe stata eccezionalmente complicata. Quando qualcuno nell’amministrazione disse a Condoleezza Rice che la guerra in Afghanistan sarebbe stata meno impegnativa dell’intervento internazionale nei Balcani negli anni Novanta, la cui pacificazione fu resa eccezionalmente difficile a causa dei radicati conflitti e dissidi etnici, Rice rispose: «Finiremo con lo sperare che le cose vadano come nei Balcani».

Un altro concetto importante della guerra al terrore è quello di “esportazione della democrazia”, cioè l’idea che una grande potenza liberale come gli Stati Uniti, oltre a costruire da zero le istituzioni di Afghanistan e Iraq, avrebbero dovuto anche renderle libere e democratiche, benché nessuno dei due paesi avesse una qualche tradizione di democrazia parlamentare. Sempre secondo Kagan, nemmeno l’obiettivo di esportare la democrazia faceva parte del progetto iniziale dell’amministrazione Bush, che si sarebbe accontentata di instaurare in Afghanistan e in Iraq un qualunque governo stabile.

Ma la retorica dell’esportazione della democrazia negli anni successivi divenne un elemento centrale della guerra al terrore, e assieme all’efficacia del “nation building” ne divenne uno degli obiettivi, nonché uno dei criteri con cui misurare un’eventuale vittoria.

“Missione compiuta”
Con obiettivi così ampi, e tendenzialmente impossibili da realizzare, capire quando fermarsi e dichiarare che la guerra al terrore era finita fu uno dei principali problemi che afflissero l’amministrazione Bush e poi tutte quelle che le succedettero.

Bush dichiarò vittoria in un celebre e criticato discorso nel maggio del 2003, quando disse che «nella battaglia in Iraq, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno prevalso». Anche se il discorso di Bush non fu una dichiarazione di completa vittoria («La guerra al terrore continua, ma non è infinita. Non sappiamo il giorno della vittoria finale, ma abbiamo visto che il suo corso è cambiato»), divenne famoso perché lo pronunciò sotto a uno striscione su cui era scritto, in maniera esageratamente ottimista: “Missione compiuta”.

Barack Obama, nella campagna elettorale del 2008, promise che avrebbe portato a termine la guerra al terrore (e soprattutto l’invasione dell’Iraq, considerata meno giustificata), dicendo che l’America doveva fare “nation building a casa propria”. Ma una volta presidente, nel 2009, si fece convincere dai suoi generali ad approvare il cosiddetto “surge” in Afghanistan, cioè un invio massiccio di truppe nel tentativo di stabilizzare il paese. Le truppe americane in Afghanistan passarono da poco più di 30 mila a oltre 110 mila.

Contestualmente Obama approvò un’eccezionale espansione delle operazioni mirate con droni armati in vari paesi. Obama, tuttavia, ridusse considerevolmente il numero delle operazioni in Iraq fino a poche migliaia: cosa che, secondo alcuni, contribuì a facilitare la conquista di gran parte del paese da parte dello Stato Islamico, qualche tempo dopo (su questo tema c’è però molto dibattito e le opinioni sono contrastanti).

Anche Donald Trump promise di porre fine alla guerra, ma non lo fece davvero. Il suo atto più notevole (e il più disgraziato, in questo campo), fu quello di firmare nel 2020 gli accordi di Doha con i talebani, che di fatto concordavano il ritiro delle truppe americane dell’Afghanistan senza imporre nessun tipo di condizione.

Il ritiro definitivo dall’Afghanistan (e forse, nei prossimi mesi, dall’Iraq) è stato lasciato a Joe Biden. Anche se la maggior parte degli esperti riteneva che ormai ritirare le truppe fosse non più rinviabile, il modo in cui è stata gestita l’operazione è stato considerato un grave fallimento, che per ora sta costando a Biden anche in termini di consensi.

Vittoria?
La guerra al terrore non è finita. In molti scenari, le operazioni antiterrorismo con droni e altri mezzi proseguono, e non è escluso che ci saranno in futuro attacchi mirati anche in Afghanistan. Gli Stati Uniti mantengono inoltre soldati in Iraq, e consiglieri militari in altre regioni. Ma dopo vent’anni, e dopo il ritiro storico dall’Afghanistan, che potrebbe essere seguito da quello in Iraq nei prossimi mesi, ci sono numerosi elementi a disposizione per fare un bilancio, a partire dai numeri.

Secondo le stime del progetto “Cost of War” della Brown University, la guerra al terrore ha provocato oltre 929 mila morti, di cui 387 mila civili. Il costo economico per gli Stati Uniti, che non riguarda soltanto le operazioni militari ma anche, tra le altre cose, la gestione e la cura dei veterani, potrebbe ammontare a 8 mila miliardi di dollari. Quelle della Brown University sono ovviamente stime difficili da confermare, ma molto citate anche dagli addetti ai lavori.

Capire se la guerra al terrore è stata “vinta” o meno è piuttosto complicato, e molto dipende da quali si ritiene siano stati gli obiettivi da raggiungere per poter dichiarare vittoria.

Se l’obiettivo della guerra al terrore era tenere al sicuro gli Stati Uniti da attacchi terroristici, allora la guerra al terrore è stata «un grande successo», come hanno scritto Michael O’Hanlon e Lily Windholz, due ricercatori del centro studi americano Brookings Institution. Dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti non hanno subìto nessun attacco terroristico islamista di gravità anche lontanamente paragonabile. Altri attacchi, che hanno ucciso complessivamente migliaia di persone, sono stati compiuti a Madrid, Londra, Parigi, oltre che a Bali, Mumbai e numerosi altri luoghi, ma gli Stati Uniti sono rimasti al sicuro.

Ovviamente, è impossibile dire quanto la guerra al terrore abbia contribuito a questa sicurezza, e quanto invece non sia stata frutto dell’enorme sviluppo degli apparati di sicurezza e intelligence avvenuto dopo l’11 settembre del 2001.

Se invece l’obiettivo era quello di sradicare in maniera consistente le minacce terroristiche che avrebbero potuto colpire gli Stati Uniti e l’Occidente, in questo caso la guerra si può dire persa: il numero di attacchi terroristici nel mondo è oggi tra le tre e le cinque volte superiore a quanto non fosse nel 2001. Secondo un’analisi fatta nel 2018 dal centro studi Center for Strategic and International Studies, il numero di gruppi terroristici attivi in quell’anno era il più alto dal 1980, e il numero di combattenti coinvolti in attività terroristica è aumentato di circa il 270 per cento dal 2001.

Anche per quanto riguarda gli obiettivi di democratizzazione e nation building, benché alcuni passi avanti fossero stati fatti tanto in Afghanistan quanto in Iraq, è difficile definire il risultato soddisfacente – soprattutto in Afghanistan, ora che il regime talebano è tornato al potere.

Le conseguenze
L’11 settembre e la guerra al terrore sono probabilmente gli eventi che più hanno cambiato gli Stati Uniti e i loro rapporti internazionali nella storia recente. Secondo un sondaggio, sono di più i cittadini americani che pensano che dopo gli attacchi dell’11 settembre l’America sia cambiata in peggio, di quelli che sia cambiata in meglio.

Tra le conseguenze più importanti della guerra al terrore – che sono ovviamente numerosissime e ramificate – c’è l’eccezionale perdita di credibilità e reputazione internazionale che gli Stati Uniti hanno subìto soprattutto dopo l’invasione dell’Iraq. Reputazione per uno stato non significa soltanto essere più o meno apprezzati all’estero, ma anche essere considerato affidabile dagli alleati e rispettato o temuto dai nemici, e il fatto che l’invasione dell’Iraq sia stata largamente considerata come illegittima sia dal punto di vista legale sia morale ha danneggiato, secondo alcuni esperti, la capacità di azione degli Stati Uniti a livello internazionale.

Gli Stati Uniti stanno «perdendo la capacità di modellare o di influenzare in maniera efficace gli eventi in Asia, nel Medio Oriente e in America Latina. Gli stati sono meno disposti a lavorare con noi, richiedono più cose in cambio di quello che chiediamo loro, e questo in generale sta limitando quello che possiamo ottenere a livello internazionale», scriveva qualche anno fa l’analista ed ex ufficiale Daniel L. Davis sul National Interest.

A peggiorare la situazione c’è il fatto che soprattutto in Iraq soldati degli Stati Uniti furono accusati credibilmente di torture di civili e combattenti (le più note avvennero nel carcere di Abu Ghraib), e che il programma di attacchi mirati con droni, benché considerato eccezionalmente efficace, abbia avuto come effetti collaterali l’uccisione di moltissimi civili. Nel dicembre del 2013, per esempio, un attacco con droni in Yemen scambiò una processione di matrimonio per un raduno di terroristi, e uccise decine di civili. Lo stesso avvenne due anni dopo, con un bombardamento della coalizione internazionale in cui morirono più di 100 persone. Casi del genere sono relativamente frequenti in tutti i luoghi della guerra al terrore.

Questi eventi hanno peggiorato di molto la percezione degli Stati Uniti e delle loro operazioni militari, soprattutto nel mondo arabo.

Una manifestazione a favore di Osama bin Laden il 28 settembre 2001 a Islamabad, Pakistan (Photo by Visual News/Getty Images)

Sempre a livello internazionale, molti esperti ritengono che la guerra al terrore abbia distolto gli Stati Uniti da altre e più urgenti priorità strategiche, come per esempio l’ascesa di nuove potenze in competizione con l’Occidente.

Già prima dell’11 settembre era piuttosto chiaro che nel giro di poco tempo la Cina sarebbe diventata una potenza mondiale capace di insidiare gli Stati Uniti, e George Bush aveva parlato di questa possibilità in campagna elettorale. Ma gli attacchi di al Qaida concentrarono tutte le attenzioni americane in Medio Oriente: «Mentre l’America guardava altrove, la Russia si è ripresa e la Cina è diventata una potenza, con conseguenze che vanno dalla Crimea allo stretto di Taiwan alle fabbriche e alle città dell’interno dell’America [colpite dalla concorrenza economica cinese, ndr]. Ora dobbiamo affrontare queste conseguenze da una posizione di maggiore debolezza [rispetto a quella che avevamo prima dell’11 settembre]», ha scritto il ricercatore della Brookings Institution William Galston, in un articolo intitolato “Come la risposta dell’America all’11 settembre ha contribuito al nostro declino nazionale”.

Come ha scritto l’Economist, l’America ha «sprecato il suo momento unipolare», cioè quel periodo in cui, dopo la fine della Guerra Fredda, era l’unica superpotenza al mondo, e aveva l’occasione di plasmare a suo piacimento l’ordine mondiale.

A livello interno, tra le altre cose, l’11 settembre ha provocato un’enorme proliferazione dell’apparato di sicurezza e d’intelligence che, se da un lato ha probabilmente contribuito a mantenere il paese al sicuro, dall’altro ha creato gravi dubbi di legittimità democratica. Il Patriot Act, una legge fatta approvare da Bush pochi mesi dopo l’11 settembre, ha sì favorito la collaborazione tra le agenzie di sicurezza e reso il loro lavoro più agile, ma ha anche creato la copertura legale per la creazione di un ampio sistema di sorveglianza interno, parte del quale fu resa nota con le rivelazioni di Edward Snowden sul controllo delle attività online dei cittadini americani e non solo.