• Italia
  • mercoledì 6 luglio 2011

Il centrosinistra e i referendum elettorali

Due proposte di segno opposto dividono il Partito Democratico e l'opposizione su come superare la legge Calderoli

La giornata complicata del Partito Democratico sulla stampa italiana conosce un altro aspetto, oltre a quello ampiamente trattato sull’abolizione delle province. Tutti i principali quotidiani, infatti, dedicano degli articoli a quanto sta accadendo riguardo due proposte di referendum elettorale di segno opposto, e il sostegno di dirigenti e parlamentari del PD a queste proposte. Sulla questione è intervenuto ieri il segretario del partito, Pier Luigi Bersani.

Le proposte in questione sono due. La prima è quella dei cosiddetti “referendum Passigli”, che prende il nome da Stefano Passigli, settantenne, docente universitario, parlamentare di lungo corso e oggi responsabile Riforme dell’Italia dei Valori. Ha promosso un comitato che si chiama “Riprendiamoci il voto” e che propone tre quesiti referendari. I tre quesiti sono volti ad abrogare diverse sezioni della legge elettorale vigente, il cosiddetto “Porcellum”. Il primo quesito, se approvato, abrogherebbe il premio di maggioranza per la Camera dei Deputati e l’obbligo per le coalizioni di indicare un candidato premier, e porterebbe al 4 per cento lo sbarramento per accedere alla ripartizione dei seggi. Il secondo quesito abrogherebbe le parti della legge elettorale riferite alle liste bloccate. Il terzo quesito inciderebbe invece sul metodo di elezione del Senato, abrogando sezioni della legge allo scopo di utilizzare in tutte le regioni il sistema ora previsto per Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta, cioè un proporzionale senza premio di maggioranza con parlamentari eletti in collegi uninominali.

La seconda proposta è promossa da un gruppo di parlamentari del PD che comprende, tra gli altri, Walter Veltroni, Arturo Parisi e Pierluigi Castagnetti. I loro quesiti non sono ancora stati depositati in Cassazione – dovrebbero farlo martedì, se non ci sono intoppi – ma è noto che propongono l’abrogazione tout court della legge elettorale vigente, nell’intenzione di ritornare alla legislazione precedente. Cioè il cosiddetto Mattarellum, dal nome del suo relatore, Sergio Mattarella: un sistema elettorale misto che prevedeva l’assegnazione del 75 per cento dei seggi con un maggioritario a turno unico e per il 25 per cento con un meccanismo proporzionale e con un complicato e controverso meccanismo di calcolo – il cosiddetto “scorporo” – per il Senato.

Circolano dubbi sull’ammissibilità di entrambe le proposte. Nel caso dei referendum Passigli, molti esperti sostengono che soltanto il primo quesito sia ammissibile, mentre gli altri vanno oltre il compito dei referendum abrogativi e creano dei vuoti legislativi. Nel caso dei referendum sostenuti da Veltroni e Parisi, altri esperti – nonché la stessa Corte Costituzionale, in passato – sostengono che abrogare tout court la legge elettorale vigente non riporterebbe in vita quella precedente ma si limiterebbe a investire il Parlamento della scrittura di una nuova normativa.

In ogni caso, la questione sta agitando il Partito Democratico. Ieri Bersani ha criticato i dirigenti del PD promotori del ritorno al Mattarellum, dicendo che “il PD non promuove referendum perché si tratta di strumenti a disposizione della società civile” e che “il partito può appoggiarli ma deve esserci un buon equilibrio tra partiti e società civile”. Nei giorni scorsi anche Antonio Di Pietro aveva detto di considerare il referendum “la soluzione meno appropriata” per cambiare la legge elettorale. I promotori dei “referendum Passigli” intanto hanno già cominciato la raccolta delle firme, che devono essere 500.000 e raccolte entro tre mesi. In Italia si sono già tenuti dei referendum per abrogare la legge elettorale vigente: era il 2009 e la consultazione fece registrare la più bassa affluenza della storia dei referendum in Italia, andando molto lontana dal raggiungimento del quorum.

foto: GIULIO NAPOLITANO/LAPRESSE

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