Cosa fare con la propria canzone più famosa
Suonarla per ultima fa contenti i fan e migliora il loro ricordo del concerto, ma c'è chi lo fa con riluttanza oppure ha proprio smesso

Suonarla per ultima fa contenti i fan e migliora il loro ricordo del concerto, ma c'è chi lo fa con riluttanza oppure ha proprio smesso

«Nei libri, soprattutto in quelli “per ragazzi” (e ragazze!), la mappa di solito si trova all’inizio. Le ricordo bene queste mappe, a volte su fogli più grandi del libro, incollati alla controcopertina o inseriti in una tasca di cartoncino. Li dovevi distendere con un gesto rituale, facendo attenzione a non sdrucirli: le linee di piegatura erano già tanto consumate da esporre una peluria di fibre. Era proprio la mappa a dare al libro la patente di “libro per ragazzi”, cioè tuo. Ogni mappa è una promessa, è una mappa del tesoro. Ma la verità è che la mappa è essa stessa il tesoro: perché là fuori, nella realtà, il tesoro non è detto che lo trovi»

«Ricordo ancora l’ultima volta – che poi è l’unica – in cui mi dissero: “Non preoccupatevi degli ascolti, divertitevi, sperimentate”: tempo due mesi e il programma fu chiuso. Forse non ci eravamo divertiti abbastanza. Da quel giorno ho imparato a non scherzare con i santi. Perché quella degli ascolti tv è come una religione, anzi: è una religione. E, come per tutte le religioni, in suo nome si sono commesse nefandezze, si sono combattute guerre, si è insultato, denigrato, e soprattutto si sono mandate in onda (e si mandano tuttora) cose ai limiti dell’improponibile»

Le foto dei tifosi radunati fuori dallo stadio del Napoli dopo la notizia della sua morte

«Ricordo di aver visto il film di Monicelli e alcuni di Lina Wertmüller, Germi, Pietrangeli, insieme a mia cugina, e per noi due ragazzette, sebbene ignoranti della faticosa acquisizione di diritti da parte delle donne dal dopoguerra in poi, era chiaro di avere davanti una visione nuova del rapporto fra i sessi, che metteva in luce con la parodia i cliché maschilisti da cui eravamo ancora circondate»

«Prima di cena, rientrando brillo e incantato verso la città, mi fermai in un negozio e comprai l’"Unplugged in New York", il disco che ho poi più ascoltato, che ho letteralmente consumato, che mi ha accompagnato in tutti i miei viaggi, le mie città, le mie case, i miei drammi, le mie estasi. E che ancora oggi, trent’anni esatti più tardi, mi ispira un'assillante domanda: mi incaponisco a frugare in cosa ci sia nella dolce asprezza di quella voce, di quelle parole, di quella musica, di quel maglioncino verde, di quelle sigarette, di quelle accelerazioni e quei silenzi, che mi fa vibrare così tanto. Anche cosa vibra nel ricordo di me che imparo una delle sue canzoni»

«Dopo una quindicina di viaggi da inviato, il ricordo delle persone ha finito per diventare più solido. Con gli afghani ho parlato in una lingua fatta in parti uguali di parole inglesi e gesti italiani, ho riso, mangiato i ravioli di montone e bevuto innumerevoli tè. Ma non riesco a immaginare una strada per riprendere i contatti con chi è rimasto»

«Quando mi hanno riconsegnato ai miei stavo bene, ma il troppo ossigeno nell’incubatrice aveva bruciato le retine degli occhi. Cecità assoluta, la diagnosi dei dottori. A otto anni, a Corfù, in Grecia, mio padre insistette perché provassi lo sci nautico. Lui che non sapeva nemmeno nuotare saliva su un motoscafo di un improvvisato istruttore e gli affidava suo figlio, cieco, perché gli insegnasse a sfrecciare sull’acqua. Ancora ricordo le prime paure, il timore del rumore del motoscafo e della sua elica che per me era come uno squalo affamato pronto a mordere le mie gambe»

«Decisero di cucirmi le palpebre per tenere l’occhio riposato. Ma gli occhi si muovono insieme, quindi era un po’ una stupidaggine, allora cucirono anche l’altra palpebra, ma era insopportabile non poter vedere. Ricordo che nell’angolino dell’occhio buono c’era un buchino e io, quando nessuno mi vedeva, guardavo da quel buchino aiutandomi con le mani per ingrandirlo un po’ e poi contorcevo il corpo fino a vedere quello che volevo vedere»

Undici anni fa morì a Varsavia, all’età di 87 anni: era uno dei pochi sopravvissuti dell’eroica insurrezione del ghetto di Varsavia [Continua]

«Non ricordo quando i primi pensieri ossessivi di quel tipo hanno fatto capolino nella mia vita. Posso solo dire che ero alle elementari. Sentivo una inspiegabile angoscia e per mandarla via facevo cose come saltare le piastrelle di casa sempre con lo stesso piede, toccare le pareti o le porte, ripetere un gesto con la mano. Più tardi, alle medie, diventò indispensabile inventare delle strategie affinché gli altri non mi scoprissero»

«La questione: il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, ricordo dello sterminio del popolo ebraico. Data scelta perché quel giorno, nel 1945, l'Armata Rossa abbatte i cancelli di Auschwitz. Il 26 gennaio è la Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini. Data scelta “al fine di conservare la memoria dell'eroismo dimostrato dal Corpo d'armata alpino nella battaglia di Nikolajewka durante la seconda guerra mondiale”. È il 1943, gli Alpini combattono contro l'Armata Rossa».




Che cos’è la città? Sicuramente ognuno ha una risposta personale e unica, basata sulla sua esperienza [Continua]

«Il 3 ottobre ricordiamo i morti. Ma non ci chiediamo mai chi siano quelle vite. Compassionevoli, non essendo riusciti a salvare quelle vite, abbiamo istituito per loro una giornata del ricordo, perché dobbiamo rievocare, serbare memoria affinché non si ripetano le tragedie del passato, ci ammonisce la storia. Compassionevoli tendiamo la mano ma non abbiamo un progetto comune del bene da condividere. Abbiamo imparato a memoria la poesia, ma non l’abbiamo capita»

Il ricordo di qualcuno di cui non ci dimenticheremo mai il giorno del compleanno ogni volta che viene

È scomparso domenica a Varsavia, all’età di 81 anni: era un grande storico del Medio Evo e fu lui a proporre il nome "Solidarność"
