Ayako Sato e il ricordo di una città

Tokyo, 5 dicembre, 231 giorni alle Olimpiadi

Che cos’è la città? Sicuramente ognuno ha una risposta personale e unica, basata sulla sua esperienza, sul lavoro, gli interessi e mille altri fattori. Ogni città può essere rappresentata con una serie di mappe, ognuna ritagliata su un certo argomento, un interesse particolare, ed estremizzando questa idea si arriva alla mappa personale, quella creata da e per un individuo.
Ayako Sato è un’artista che ha partecipato alla mostra “Hirogaru Chizu” al museo di arte contemporanea di Tokyo. Nell’opera di Ayako la zona del museo (Kiba/Shirakawa) è descritta attraverso il racconto di 10 persone comuni che ci hanno abitato dagli anni ‘60 ad oggi. A ogni intervistato corrisponde una serie di ricordi scritti e posizionati sulla mappa della zona: edifici, parchi, ponti, linee di trasporti pubblici, ricordi familiari. Lo stesso posto diventa così una galassia che si moltiplica per le persone che lo vivono e per il tempo lungo il quale la zona si trasforma. 


Ho incontrato Ayako e la sua curatrice per una chiacchierata qualche giorno dopo la fine della mostra. Ayako ha abitato in molti posti e quando ha cominciato a preparare questa mostra, lavorando in questa zona ha scoperto che suo nonno era originario di qui, eppure non ne sapeva quasi niente. Il motivo è che gli uomini (giapponesi?) sono restii a raccontare le storie dei luoghi, delle persone vicine. Secondo Ayako sono le donne a seguire le vicende umane, a curarsi della rete familiare e dei rapporti con il vicinato, mentre i maschi imparano la Storia condivisa e ufficiale, la vita quotidiana la ignorano o la dimenticano subito. “Sia io che la curatrice della mostra siamo donne, e non è per caso, credo. Io però normalmente faccio una vita molto anonima nel posto dove abito: vado in biblioteca per studiare e lavorare in un ambiente neutro senza lasciare traccia o interagire con gli altri”. Quando fa ricerca sul campo, invece, raccoglie le storie e intervista le persone per mappare il luogo. Guardando la sua mostra si vorrebbe una mostra di Ayako per ogni posto in cui si ha abitato, come una guida multidimensionale. Ho sognato un lavoro simile fatto su Udine o Venezia o tanti altri posti in cui mi sono trovato. Mi sono accorto di tendere a una visione decisamente nostalgica: sono riuscito a provare malinconia per posti scomparsi 40 anni fa in una zona di Tokyo che nemmeno conosco. Incuriosito dalle possibili differenze antropologiche, le chiedo che rapporto hanno i giapponesi con la continua distruzione/ricostruzione degli spazi cittadini. “Tokyo si è sempre espansa spingendo verso l’esterno i centri industriali, come le fabbriche di legname che erano a Kiba, ad esempio. La distruzione degli edifici non fa tanta impressione, anzi poco fa passando vicino a un edificio in demolizione mi sono incantata a guardare l’arcobaleno creato dagli spruzzi usati per non far volare la polvere di cemento. Non ho pensato nient’altro di particolare. Distruggere significa fare posto a qualcosa di nuovo, Tokyo si espande così da 300 anni”. Mi dice che la grande città in continua evoluzione ha proprio per questo motivo un’attrattiva irresistibile sugli abitanti delle zone più rurali del Giappone. È forse per questo che Tokyo è accogliente e vivibilissima anche per gli stranieri: è la sua vocazione.

In un angolo dell’installazione c’è una postazione dove scrivere i propri ricordi per una mappa personale della zona dove si è o di un posto dove si è vissuti, in molti compilano i fogli che poi restano all’artista. Penso che in Italia questo scatenerebbe uno scroscio di nostalgia e rimpianti per le cose belle che non ci sono più, adesso che tutto è peggiorato. Provo a scoprire nell’estetica di Ayako un po’ di questo senso di rimpianto, ma in due ore di conversazione l’unico che si lamenta dello sviluppo moderno di Tokyo sono io. Mi lamento che molti quartieri della città hanno perso, negli ultimi 10 anni, moltissimo della loro personalità e vedere edifici rasi al suolo mi provoca l’incertezza di non sapere da cosa saranno sostituiti. Il ricordo forse per me (noi italiani?) è quasi solo nostalgia, Ayako invece mi dice che la mostra cerca di fornire delle occasioni per far riemergere ciò che altrimenti forse rimarrebbe seppellito nel corso del tempo, per il semplice piacere di farlo. Non c’è dolore né il peso salvifico/morale del ricordare. “Tra ricordare e dimenticare un posto e la sua relazione con noi ho pensato che forse è meglio ricordare, tutto qua”.

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