Gli Stati Uniti hanno molti modi per condizionare la politica italiana
La storia recente è piena di casi che lo dimostrano, per questo Meloni non vuole esagerare a prendersela con Trump

Con la lite tra Donald Trump e Giorgia Meloni le relazioni tra Italia e Stati Uniti, o quantomeno tra i rispettivi leader, hanno raggiunto il livello più basso di sempre dalla fine della Seconda guerra mondiale. È paradossale, se si considera che quando Trump venne eletto Meloni ambiva a proporsi come la sua interlocutrice privilegiata in Europa, e a far valere la sintonia ideologica e la simpatia umana che li legavano per garantire vantaggi all’Italia.
Meno di due anni dopo, proprio le relazioni personali tra Meloni e Trump appaiono come una grossa incognita sulla credibilità internazionale del governo italiano. Non a caso la stessa Meloni, dopo una prima reazione accalorata e istintiva agli attacchi di Trump, ha chiesto ai suoi ministri di non esasperare lo scontro e di astenersi dal fare dichiarazioni che possano alimentare polemiche. Vuole insomma provare a ristabilire una certa concordia istituzionale, aggirando per quanto possibile il dissidio personale.
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Una vecchia battuta attribuita all’ex presidente della Repubblica e del Consiglio Francesco Cossiga, uno dei leader politici italiani più abili e potenti tra gli anni Sessanta e Novanta, diceva che in Italia uno particolarmente bravo può riuscire a fatica a governare senza il favore degli Stati Uniti; ma nessuno, diceva, può governare se è avversato dagli Stati Uniti.
Era una battuta, ma riassumeva in modo efficace una verità difficilmente contestabile: per gli equilibri internazionali che si sono creati dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti esercitano sull’Italia un’influenza tale per cui il loro presidente può facilmente condizionarne la politica interna.
In certi casi ci sono state ingerenze evidenti. Lo stesso Cossiga, uno dei politici italiani che hanno avuto rapporti più proficui con gli Stati Uniti, ne è stato testimone diretto in più occasioni. Nel 1980 fu proprio Cossiga, da presidente del Consiglio, a propiziare un cambio di governo, restandone comunque il capo, per l’esigenza di creare una maggioranza parlamentare favorevole all’installazione dei cosiddetti euromissili nella base della NATO di Comiso, in Sicilia, richiesta dagli Stati Uniti per contrastare l’Unione Sovietica. La NATO è l’alleanza militare fondata dopo la Seconda guerra mondiale che comprende gli Stati Uniti e gran parte dei paesi europei.
Quel nuovo governo di Cossiga, e quello successivo guidato dal leader socialista Bettino Craxi, rispondevano esattamente a questa necessità di politica internazionale.

Francesco Cossiga, negli anni Ottanta, in una foto d’archivio di LaPresse
Anche la caduta della cosiddetta Prima Repubblica, cioè il sistema politico-istituzionale che aveva gestito il potere in Italia dal 1948 all’inizio degli anni Novanta, è stata considerata una manovra ispirata dagli Stati Uniti, o comunque a loro molto gradita.
Era la convinzione di Cossiga ma anche, tra gli altri, dell’ex ministro socialista Claudio Martelli, che rimase molto colpito da un colloquio avuto con un importante comandante statunitense a Berlino nel novembre del 1989, pochi giorni dopo la caduta del Muro. Il ragionamento su cui si fondavano queste convinzioni era il seguente: essendo venuta meno la minaccia sovietica in Europa, gli Stati Uniti non si sentivano più obbligati a proteggere il sistema politico italiano. Per questo ne avrebbero facilitato la dissoluzione, contribuendo a diffondere informazioni riservate relative a casi di corruzione e favorendo il caos istituzionale.
Fu sempre Cossiga a raccontare, alcuni anni più tardi, che secondo lui l’avvicendamento tra Romano Prodi e Massimo D’Alema alla guida del governo, nell’ottobre del 1998, fu fatto al termine di una lunga e intensa serie di discussioni tra diplomatici occidentali. Questi, secondo Cossiga, fecero notare l’esigenza degli Stati Uniti di avere in Italia un governo disposto a eseguire operazioni militari contro la Serbia, durante la guerra in Kosovo.
Due mesi fa invece D’Alema ha riferito un altro episodio notevole: disse che dopo le elezioni del 2001 fu convocato da Gianni Agnelli, il presidente della FIAT, e da Henry Kissinger, potente politico conservatore statunitense, desiderosi di fare in modo che il nuovo presidente del Consiglio Silvio Berlusconi mantenesse una linea di politica estera filoamericana. Serviva per questo che nominasse come ministro degli Esteri l’ambasciatore Renato Ruggiero, che però era disposto ad accettare quell’incarico solo su sollecitazione dello stesso D’Alema.
Più di recente c’è stato il caso di Giuseppe Conte. Nell’estate del 2019 ci fu un passaggio burrascoso dal cosiddetto governo “gialloverde”, sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega (indicati nelle mappe elettorali appunto rispettivamente coi colori giallo e verde), a quello “giallorosso”, sostenuto dal Movimento 5 Stelle e dal Partito Democratico. Per convincere il PD ad accettare Conte come guida del nuovo governo di centrosinistra, dopo che aveva guidato un governo di destra populista, ebbe un peso significativo un tweet in cui Trump esprimeva stima per Conte, augurandosi che restasse presidente del Consiglio.
Starting to look good for the highly respected Prime Minister of the Italian Republic, Giuseppe Conte. Represented Italy powerfully at the G-7. Loves his Country greatly & works well with the USA. A very talented man who will hopefully remain Prime Minister!
— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) August 27, 2019
Due anni dopo, però, Conte lamentò che proprio l’arrivo di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti avesse incoraggiato Matteo Renzi a innescare la crisi che avrebbe portato alla fine del governo giallorosso, e alla nomina di Mario Draghi come presidente del Consiglio. Qui l’episodio decisivo fu un altro: subito dopo la vittoria di Biden, Conte faticò moltissimo a mettersi in contatto con la Casa Bianca – la residenza del presidente statunitense – per complimentarsi, come sempre avviene tra alleati in questi casi.
Dopo giorni di tentativi andati a vuoto, ci riuscì solo grazie all’intervento del ministro della Difesa Lorenzo Guerini e del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Ma fu un segnale politico molto chiaro: la nuova amministrazione democratica non si fidava, evidentemente, di un leader considerato troppo vicino a Trump.
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Tutti questi resoconti vanno presi con una certa cautela e senza dogmatismi, per non alimentare teorie cospirazioniste. L’influenza che un presidente statunitense esercita sulla politica interna italiana può essere enorme, ma il modo in cui succede ha molto a che vedere con le vicende italiane, coi tatticismi dei vari partiti, con le scelte più o meno azzeccate dei leader, con gli interessi dei vari gruppi industriali.
Sarebbe molto sbagliato interpretare la politica italiana come un mero riflesso dei desideri delle amministrazioni statunitensi che si succedono. È certo però che tutti i politici italiani che assumono incarichi istituzionali di prestigio finiscono col convincersi che le questioni di politica estera – e in particolare il rapporto con gli Stati Uniti – valgano molto più di quanto traspaia nelle polemiche estemporanee.

Donald Trump e Giuseppe Conte al summit NATO a Londra, il 4 dicembre 2019 (Filippo Attili/LaPresse)
Un presidente degli Stati Uniti ha molti strumenti per esercitare pressioni o perfino ricatti nei confronti di un governo italiano. I primi sono mediatici. Una dichiarazione di incoraggiamento o di critica verso un presidente del Consiglio fatta dal presidente statunitense ha un effetto reputazionale enorme, almeno nell’immediato. Anche le conseguenze politiche, economiche e finanziarie possono essere significative. Dal buon rapporto tra il governo italiano e l’amministrazione statunitense possono dipendere le decisioni degli investitori americani in Italia; e al contrario, un clima di discordia può incentivare grosse aziende americane a non fare affari in Italia.
Importanti gruppi industriali e fondi finanziari statunitensi detengono importanti quote di debito pubblico italiano, e sono presenti in maniera consistente nel capitale di importanti banche o società assicurative italiane. Pur in un regime di libero mercato, un presidente degli Stati Uniti, il suo staff, il suo partito, i suoi donatori più facoltosi possono condizionare in questo modo l’andamento del mercato azionario italiano.
C’è poi la condivisione di informazioni. Per il suo peso politico e per l’efficienza dei servizi di intelligence di cui dispone, che sono i più avanzati in assoluto, il presidente degli Stati Uniti è la persona che in teoria sa più di chiunque altro cosa sta per succedere in giro per il mondo. Essere messi a parte di queste informazioni può dare grandi vantaggi, o quantomeno può consentire di arrivare preparati a un certo evento. Esserne esclusi può essere un problema, ed espone i leader ignari di quello che sta per accadere a possibili figuracce.
Alcune di queste informazioni riservate possono avere a che fare con la sicurezza del paese. L’intelligence statunitense fornisce spesso agli alleati dritte su quel che accade nel Mediterraneo, in Africa, in Medio Oriente: sul transito di armi, su possibili attentati in zone dove sono presenti contingenti internazionali della NATO o dell’ONU, su persone sospette che varcano certe frontiere, eccetera. Anche solo una minore cooperazione in quest’ambito può generare grossi rischi per un paese come l’Italia.
In altri ambiti, invece, questo enorme patrimonio di dati, questa capacità senza pari da parte degli Stati Uniti di reperire informazioni, possono essere usati in modo ancor più spregiudicato. Tra i palazzi romani della politica, ogni volta che le relazioni con gli Stati Uniti si fanno più complicate del normale, si diffonde una certa paranoia sulla possibilità che «gli americani» forniscano imbeccate o notizie imbarazzanti su questo o quel ministro, sulla sua famiglia, sulle sue attività, sui suoi vizi. O che magari sempre «gli americani» possano voler fornire quelle informazioni riservate o quei dettagli compromettenti a un politico di opposizione, così da agevolarlo nel mettere in difficoltà il governo di turno.
Sono spesso sospetti vaghi e approssimativi, che danno l’idea di come la politica italiana, ai più alti livelli e senza grosse distinzioni tra schieramenti, viva di frequente con timore il rapporto con gli Stati Uniti.



