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  • sabato 3 agosto 2019

L’era del controllo delle armi nucleari sta finendo

Le regole messe in piedi negli ultimi 40 anni da Stati Uniti e Russia hanno appena perso un altro pezzo importante: quanto c'è da preoccuparsi?

Un missile americano Pershing a Mutlangen, nella Germania Ovest, il 20 maggio 1987 (AP Photo/Thomas Kienzle)

Venerdì è crollato un altro pezzo importante del sistema di controllo delle armi nucleari che Stati Uniti e Russia (prima Unione Sovietica) avevano messo in piedi di comune accordo negli ultimi quarant’anni: il governo statunitense ha annunciato il suo ritiro formale dal trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), cioè l’accordo che nel 1987 mise al bando qualsiasi missile balistico e da crociera basato a terra con gittata compresa tra i 500 e i 5.500 chilometri. L’annuncio non è arrivato di sorpresa, perché da tempo Stati Uniti e NATO accusavano la Russia di avere violato il trattato: al governo russo era stato dato un ultimatum – entro il 2 agosto avrebbe dovuto distruggere alcuni missili – che la Russia però ha deciso di ignorare.

La fine del trattato INF ha diverse implicazioni importanti: alcune riguardano la sicurezza dell’Europa e le decisioni che dovrà prendere la NATO; altre si riferiscono più in generale all’intero sistema di controllo delle armi nucleari, che era già stato messo in discussione negli ultimi anni e che potrebbe subire un altro colpo con la probabile decisione americana di non rinnovare il trattato New Start sulla riduzione delle testate nucleari strategiche.

Una delle principali preoccupazioni dell’Europa e della NATO è capire cosa fare di fronte a un possibile futuro schieramento di missili russi che potrebbero colpire le città dell’Europa occidentale. Il dispiegamento di questi missili era stato vietato negli ultimi trent’anni proprio dal trattato INF, che tra le altre cose aveva messo fine alla cosiddetta “crisi degli euromissili”, cioè i missili nucleari a media gittata che negli anni Ottanta erano stati installati in Europa sia dall’Unione Sovietica che dagli Stati Uniti. Diversi governi europei, ha scritto il Wall Street Journal, hanno espresso preoccupazione per quello che succederà d’ora in avanti, ma allo stesso tempo hanno detto di voler evitare una “corsa agli armamenti”: cioè rispondere ai missili con altri missili. Lo stesso ha detto il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, che ha specificato che la NATO non risponderà allo schieramento di missili russi installando propri missili nucleari con base a terra.

Paesi europei e NATO sembrano decisi a rispondere alla fine del trattato INF – e quindi al possibile schieramento di nuovi missili nucleari russi – proseguendo con la strategia già adottata nei confronti della Russia a partire dall’annessione della Crimea, nel 2014: una strategia che si basa sul rafforzamento del “fianco orientale” della NATO, quello formato dalla Polonia e dai tre stati baltici, Estonia, Lettonia e Lituania. Gli Stati Uniti comunque potrebbero essere di un’altra idea. Il dipartimento della Difesa statunitense sta pensando di sviluppare due tipi di missili a medio raggio con base a terra, anche se di tipo “convenzionale” e senza la possibilità di trasportare testate nucleari. Secondo il Wall Street Journal, il governo americano vorrebbe installare questi missili in Europa, ma non avrebbe ancora discusso della questione con gli alleati europei.

L’altra importante implicazione della fine del trattato INF riguarda in maniera più ampia la crisi del sistema di controllo delle armi nucleari sviluppato negli ultimi decenni da Stati Uniti e Russia: è un sistema che si basa su una serie di trattati firmati dalle due parti, che hanno garantito per molto tempo che non venissero usate armi nucleari per risolvere le controversie e i conflitti.

Già nel 2002 gli Stati Uniti si erano ritirati dal trattato sui sistemi d’arma “anti missili balistici” (ABM, la sigla in inglese), che era stato firmato nel 1972 da statunitensi e sovietici. Il suo scopo era limitare le possibilità delle due parti di sviluppare sistemi di difesa antimissilistica, in modo da frenare la proliferazione delle armi nucleari. Ora, dopo la decisione di ritirarsi dal trattato INF, sembra che sia a rischio anche il rinnovo del trattato New Start firmato nel 2010 da Barack Obama e dall’allora presidente russo Dmitry Medvedev, che prevedeva una riduzione delle testate nucleari strategiche (che a differenza di quelle tattiche, usate sul campo di battaglia, sono pensate per essere impiegate molto lontano dal fronte, e per danneggiare le capacità del nemico di fare la guerra, quindi anche con una funzione deterrente). Il trattato New Start scadrà nel 2021: è prevista la possibilità di un rinnovo, ma Stati Uniti e Russia non hanno ancora iniziato i negoziati. L’impressione è che l’amministrazione Trump non sia intenzionata ad estendere il trattato, condizionata dalla sua corrente più aggressiva e conservatrice in politica estera, tra cui figura il consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton.

La decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal trattato INF sembra quindi essere un passo (ma non l’unico) verso la fine dell’era del controllo delle armi nucleari, almeno per come l’abbiamo conosciuta finora. Come ha scritto il Financial Times, ci sono però almeno due potenziali buone ragioni per adottare un nuovo approccio verso il controllo degli armamenti.

La prima è che i governi di diversi paesi hanno cominciato a sviluppare armi difficilmente classificabili nelle categorie usate finora, e soprattutto non incluse negli accordi stipulati durante gli ultimi 40 anni. Un esempio sono i missili supersonici, ancora in via di sperimentazione e sviluppati su un’idea semplice: creare un missile veloce quanto un missile balistico (che viene sparato in traiettoria quasi verticale e che è in grado di colpire bersagli dall’altra parte del mondo), ma che mantenga la capacità di manovrare e l’altezza operativa di un missile da crociera (che viaggia in traiettoria orizzontale e che colpisce bersagli più vicini). Un nuovo sistema di controllo potrebbe includere anche questo tipo di armi, regolandone lo sviluppo e la diffusione, ma non è detto che sia davvero realizzabile.

La seconda è che oggi, a differenza del passato, le potenze nucleari non sono più solo due (Stati Uniti e Unione Sovietica) ma nove, tra cui il paese che più minaccia la supremazia statunitense nel mondo: la Cina. Per questo motivo gli Stati Uniti hanno espresso l’intenzione di coinvolgere il governo cinese nei colloqui su futuri accordi riguardanti il controllo delle armi nucleari, ricevendo però per ora un no come risposta. La Cina non vuole firmare accordi sulle armi, perché con circa 250-260 testate nucleari che possiede oggi, molte meno delle migliaia ancora in possesso di Stati Uniti e Russia, ha poche ragioni per sottoporsi volontariamente a controlli e ispezioni nelle sue strutture.

La fine del trattato INF e quella probabile del New Start, ha scritto il Financial Times, non eliminano solo diversi freni alla corsa agli armamenti, ma potrebbero lasciare per la prima volta negli ultimi 40 anni le due principali potenze nucleari senza la possibilità di fare controlli e ispezioni reciproche. Le due cose, unite alla decisione di Trump di ritirarsi dall’accordo sul nucleare iraniano, potrebbero inoltre mandare un segnale preoccupante agli stati che hanno già o aspirano ad avere le armi nucleari. Il Financial Times si è chiesto: «Se le più grandi potenze nucleari non vedono il bisogno di sottoporsi a controlli, o onorare gli accordi sul nucleare con paesi terzi, perché dovrebbero farlo gli altri?».

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