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  • Venerdì 12 gennaio 2024

Il governo vuole liberarsi di ArcelorMittal per rilanciare l’ex ILVA

La soluzione più semplice è un accordo per acquisire le sue quote nella società, altrimenti si rischia un lungo contenzioso legale

Tre ciminiere dell'ex Ilva nello stabilimento di Taranto
L'Ex ILVA di Taranto (Manuel Dorati/ZUMA Wire)
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Giovedì il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha detto in Senato che per non chiudere l’acciaieria ex ILVA serve un «intervento drastico» e per farlo c’è la necessità di «cambiare equipaggio alla guida per invertire la rotta». E poi ha aggiunto: «Non è più possibile condividere la governance con ArcelorMittal».

L’ex ILVA è di Acciaierie d’Italia, una società che gestisce lo stabilimento di produzione di acciaio di Taranto, il più grande in Europa, e altri in Liguria, Piemonte e Veneto. Il 68 per cento di Acciaierie d’Italia è di una multinazionale franco indiana, ArcelorMittal, che però non vuole più investire negli impianti, mentre il 32 per cento è dello Stato, che ora vuole liberarsi di ArcerlorMittal per non portare l’acciaieria verso una graduale chiusura con migliaia di licenziamenti.

ArcelorMittal aveva comprato l’ex ILVA all’asta nel 2018 prendendosi il compito di risanare una società molto compromessa da anni di indagini per danni ambientali. Da allora la multinazionale ha fatto pochi investimenti per rilanciare la produzione, non rispettando le promesse fatte al momento dell’acquisizione per via delle decisioni del governo di Giuseppe Conte che cancellò il cosiddetto scudo penale compromettendo i presupposti del contratto. Alla fine del 2020 lo Stato aveva deciso di tornare nella società per non lasciare il controllo dell’impianto più importante di un settore strategico come la siderurgia e per evitare le conseguenze sociali di una chiusura: nell’ex ILVA, infatti, lavorano 10.500 persone a cui vanno aggiunte altre migliaia nell’indotto, ossia le aziende a cui vengono affidati lavori non direttamente collegati alla produzione di acciaio, come la manutenzione degli impianti.

Nel dicembre del 2020 era stato approvato un accordo per rilanciare l’azienda, con cui lo Stato sarebbe arrivato a detenere il 60 per cento del capitale entro il maggio del 2022, poi il passaggio era stato rinviato di due anni e mai portato a termine.

Lo scorso dicembre, in seguito alle difficoltà economiche dello stabilimento che non aveva nemmeno i soldi per pagare l’energia necessaria a farlo funzionare, ci sono stati alcuni incontri tra i rappresentanti del governo e ArcelorMittal, ma senza riuscire a trovare un accordo per via dell’indisponibilità di ArcelorMittal di investire altri soldi. In un confronto di lunedì 8 gennaio, infine, i due soci hanno preso atto dell’impossibilità di continuare a governare insieme Acciaierie d’Italia, posizione confermata dal governo giovedì al Senato e in un incontro con i sindacati.

Entro mercoledì prossimo si dovrà capire come far uscire ArcelorMittal da Acciaierie d’Italia. Le possibilità sono due, entrambe complesse.

La soluzione più conveniente per lo Stato è la separazione consensuale, cioè l’acquisizione delle quote di ArcelorMittal in seguito a un accordo economico. Quella più traumatica invece è il ricorso all’amministrazione straordinaria, possibile grazie a una norma del cosiddetto decreto ILVA del 2023 che consente di attivarla anche su richiesta del solo socio pubblico. L’amministrazione straordinaria è una procedura che permetterebbe all’azienda di restare aperta, concordando però con il tribunale un piano di risanamento che tuteli i creditori.

In questo caso il rischio è di aprire un lungo contenzioso legale sui mancati impegni contrattuali, perché lo Stato e ArcelorMittal hanno qualcosa da recriminarsi l’un l’altro relativamente ai mancati investimenti promessi in passato. Un contenzioso, inoltre, renderebbe ancora più incerto il futuro dello stabilimento e porterebbe a un blocco immediato dei pagamenti dei fornitori, con conseguenze pesanti per l’occupazione.

Per tutti questi motivi l’accordo è considerato la soluzione migliore per far contente entrambe le parti: lo Stato tornerebbe in possesso dell’azienda per tutelarne il valore produttivo e i posti di lavoro, ArcelorMittal si rifarebbe almeno in parte del suo investimento finanziario. Trovare un accordo, tuttavia, non è semplice, il governo non è propenso a spendere molto e accordarsi significa escludere tutti i possibili contenziosi legali futuri.

Un accordo è preferibile anche perché consentirebbe allo Stato di gestire in tempi più rapidi la nazionalizzazione, che sarebbe comunque temporanea perché l’obiettivo rimane trovare un nuovo socio privato in grado di rilanciare l’acciaieria. Anche in questo caso non sarà un compito semplice. La storia travagliata dell’ex ILVA e il suo perenne stato di crisi economica non la rendono appetibile sul mercato. Inoltre la sua presenza a Taranto è da tempo assai contestata per l’inquinamento che produce e i rischi per la salute dei residenti: si trova molto vicina al centro abitato e i suoi metodi di produzione dell’acciaio sono stati problematici soprattutto in passato, con grandi cumuli di scorie lasciati all’aria aperta, e in parte lo sono ancora.

In un’intervista alla Repubblica, il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci ha sintetizzato una possibile via per rilanciare l’acciaieria: «Decarbonizzazione, rilancio della produzione, ricollocamento del personale in esubero e ricadute sulla città e sul territorio, partendo dal rispetto delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e utilizzando i fondi messi a disposizione dal Just transition fund», un fondo europeo per la transizione energetica.

Secondo Melucci, prolungare la vita della fabbrica così com’è non servirebbe a nulla, anzi esporrebbe lo Stato al rischio di apertura di una procedura di infrazione europea sugli aiuti di Stato, considerati una forma di concorrenza sleale. «L’unica possibilità di evitare contestazioni dell’Europa su possibili aiuti di Stato è quella di investire con decisione nel processo di decarbonizzazione per produrre acciaio» in maniera ecologica, ha detto il sindaco. «È bene che a Roma tengano presente che a Taranto c’è molto disagio. La città è stanca. Serve un piano industriale credibile».