Milano è diventata di centrosinistra?

Per la terza volta consecutiva il centrodestra ha perso: se alcune ragioni sono contingenti, ci sono segnali di una trasformazione

di Luca Misculin

(ANSA/MOURAD BALTI TOUATI)
(ANSA/MOURAD BALTI TOUATI)

Uno dei risultati più rilevanti delle elezioni amministrative è la vittoria al primo turno del sindaco di Milano Beppe Sala, espresso dal centrosinistra. Nei giorni precedenti al voto c’era la sensazione che Sala fosse in vantaggio rispetto al candidato del centrodestra, il pediatra Luca Bernardo, ma in pochi potevano pronosticare una vittoria al primo turno con una percentuale di voti vicina al 60 per cento (e superiore al 50 per cento in tutti e 9 i Municipi in cui è diviso il territorio comunale).

Per tutti gli anni Novanta e i primi anni Duemila a Milano aveva vinto senza troppe difficoltà il centrodestra, prima con Marco Formentini della Lega Nord, poi con Gabriele Albertini e Letizia Moratti di Forza Italia. Prima ancora, i sindaci milanesi erano stati socialisti, nella maggior parte dei casi eletti con la coalizione del “pentapartito”, e quindi con la Democrazia Cristiana. Ma è ormai la terza volta che è il centrosinistra a esprimere il sindaco, prima di Sala con Giuliano Pisapia. Significa che Milano – una città che nell’immaginario collettivo è ancora legata alla finanza, all’imprenditoria e all’alta moda –  è diventata di sinistra?

La risposta è più complicata di un semplice sì o no.

Per prima cosa bisogna considerare che Sala non è un politico con una storia nella sinistra. Prima di iniziare a fare politica era stato un importante manager di Pirelli e Telecom, e dopo i primi importanti incarichi pubblici durante la consiliatura Moratti era stato manager di Expo, il ruolo che aveva lanciato la sua candidatura a sindaco. Anche dopo l’elezione non si è mai nemmeno iscritto al Partito Democratico, ma anzi lo scorso marzo ha aderito ai Verdi Europei. Il suo profilo insomma da sempre è considerato adatto a raccogliere voti anche tra gli elettori di centrodestra.

Per rispondere alla domanda del titolo occorre poi valutare la situazione contingente delle ultime comunali. Sala ha sempre avuto indici di gradimento piuttosto alti, e il centrodestra aveva scelto il suo candidato soltanto a ridosso della campagna elettorale, optando per uno sconosciuto primario di pediatria senza esperienza politica e – hanno dimostrato poi i fatti – non particolarmente brillante nel raccogliere consensi. La sua campagna elettorale è stata un succedersi di gaffe e inciampi vari. Rispetto al 2016, inoltre, l’affluenza è scesa di qualche punto, mentre Sala – che ha addirittura aumentato i voti assoluti – sembra aver pescato da vari bacini elettorali, dai moderati poco rappresentati all’interno della coalizione di centrodestra, passando per la sinistra radicale, che si è presentata divisa e senza un candidato riconoscibile. Il Movimento 5 Stelle poi si è completamente sbriciolato, passando dai 54mila voti del 2016 ai 12mila del 2021. Il 57 per cento di Sala si spiega anche così.

Da qualche anno inoltre i politologi hanno individuato uno spostamento verso sinistra delle principali città europee, sempre più eterogenee dal punto di vista etnico ed attraenti per i giovani: due categorie di elettori che tendono a votare per il centrosinistra.

Ci sono anche situazioni più puntuali che riguardano Milano e la coalizione di centrodestra. La strategia utilizzata in campagna elettorale, per esempio, non sembra avere pagato.

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Bernardo e il centrodestra hanno messo insieme un programma assai generico e insistito moltissimo sul tema – tutto sommato piuttosto circoscritto – delle corsie ciclabili realizzate in gran fretta dalla giunta Sala durante la pandemia, in Corso Buenos Aires e Viale Monza. L’obiettivo di Bernardo era quello di intercettare sia il voto dei negozianti delle principali vie commerciali – i più contrari alle ciclabili, perché convinti che scoraggino i clienti che arrivano in auto – sia delle persone moderatamente scettiche sulle piste ciclabili realizzate con la vernice, che però prevedibilmente non si sono dimostrate un bacino elettorale particolarmente rilevante.

Non sembra insomma che sia stata una grande trovata: soprattutto in una città dove secondo una rilevazione della FIAB (Federazione italiana ambiente e bicicletta) il numero delle persone che usano la bici in città è più che raddoppiato dal 2019 al 2020, e dove attualmente sono disponibili 300 chilometri di tracciati ciclabili in tutta la città, più del triplo rispetto a quindici anni fa, senza che ci siano state sollevazioni di massa.

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Le difficoltà nel trovare un candidato e nel costruire la propria proposta elettorale riflettono un problema più ampio: nessuno nel centrodestra sembra avere un’idea chiara di dove portare la città. Non sembra un caso che la coalizione prima di rivolgersi a Bernardo avesse chiesto di ricandidarsi ai suoi ultimi sindaci, Gabriele Albertini e Letizia Moratti, che hanno concluso il proprio mandato rispettivamente quindici e dieci anni fa. Ne ha scritto di recente sul Foglio Fabio Massa, giornalista politico che si occupa soprattutto di Milano.

La destra che programma ha, per Milano? Come pensa di declinare la nuova esigenza urbanistica di presìdi di salute, la nuova esigenza di mobilità, la nuova esigenza di lavoro, del commercio, l’epoca post covid? Modello culturale: la Scala e il [Teatro] Piccolo iper sovvenzionati e agli altri briciole, o si può pensare a una migliore collaborazione col privato, stile Teatro Parenti ma non solo? Partecipate: cassaforte o bracci operativi? Sottomesse e funzionali oppure libere e indipendenti? Case popolari: gestore unico oppure gestori suddivisi? Acqua: gestore unico oppure gestori suddivisi? Visione da città metropolitana, o solo cittadina?

Ve lo ricordate Salvini quando diceva di pedonalizzare il centro di Milano? Era un’idea, pure buona, perché il Salvini consigliere comunale conosceva Milano assai bene, i marciapiedi di Barona e gli odori cattivi di San Siro, il deserto di piazza Duomo di notte. A sinistra ci sono i Boeri, i Resta, i Bassetti e i Guzzetti: gente che ha visioni. Milano si merita idee anche da destra, e invece non ha nulla, ad oggi.

Ma il merito del miglior risultato per il centrosinistra da trent’anni a questa parte va probabilmente al lavoro di Sala, che peraltro ha agito sulle basi gettate dal suo predecessore Giuliano Pisapia. È vero che rimane parecchio da fare in molte periferie, dove la giunta uscente non ha avuto tempo, risorse e volontà politica per intervenire: ma negli ultimi cinque anni Sala ha saputo tenere insieme sia le esigenze di chi preferisce una Milano in eterno fermento, grazie all’avvio di progetti enormi come la riqualificazione degli Scali ferroviari e l’organizzazione delle Olimpiadi invernali, sia di chi ritiene che una grande città debba pensare anche alle sue fasce più deboli.

Le scelte di questi anni sembrano avere pagato: Sala ha stravinto nei Municipi più centrali, cioè quelli tradizionalmente coinvolti da investimenti, eventi e grandi opere, ma anche in quelli più periferici. Anche nel Municipio 6, che comprende un quartiere storicamente complesso come il Giambellino e su cui negli ultimi anni il Comune ha concentrato moltissime risorse, Sala ha aumentato il numero di voti raccolti nel 2016, quando l’affluenza complessiva fu superiore.

Sala ha dato un esempio del suo approccio anche lunedì sera. Nella stessa conferenza stampa in cui ha elencato le priorità del prossimo mandato mettendo al primo posto una spesa efficace dei soldi che arriveranno dall’Unione Europea attraverso il Next Generation EU, Sala ha anche corretto una giornalista che gli aveva fatto una domanda legando il tema delle persone senza fissa dimora a quello del decoro e della sicurezza.

Nel prossimo mandato, che si concluderà pochi mesi dopo le Olimpiadi invernali del 2026, il centrosinistra controllerà anche tutti e 9 i consigli di Municipio, una condizione di coerenza amministrativa che non si trova in nessun’altra grande città: per il centrodestra, in teoria, nel 2026 sarà ancora più facile accusare il centrosinistra di avere trascurato alcune questioni e approfittare del logoramento di quindici anni di governo di un solo colore politico. Ma per allora dovranno aver costruito e formato un programma politico composito e, forse, una nuova classe dirigente.