(AP Photo/ Andy Wong)
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  • martedì 14 Settembre 2021

Come la censura cinese ha raggiunto Hollywood

Il mercato cinese fa gola a molti, ma per entrarvi serve stare estremamente attenti a quello che si dice, e a come lo si dice

(AP Photo/ Andy Wong)
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Alla fine di maggio l’attore americano John Cena, uno dei protagonisti del decimo film della saga di Fast & Furious, pubblicò sul social network cinese Weibo un video di scuse in cui diceva – in mandarino – di aver «commesso un errore» e di amare e rispettare molto la Cina e i cinesi. Nel video Cena non diceva esplicitamente per cosa si stesse scusando: pochi giorni prima, durante una conferenza stampa, si era riferito a Taiwan parlandone come di un paese indipendente e irritando il governo cinese, che invece considera Taiwan un proprio territorio.

Cena si era scusato per aver detto qualcosa che andava contro i valori del governo cinese, ma in particolare per evitare che Fast & Furious 9 – The Fast Saga, che tra le altre cose era stato prodotto anche dalla China Film Group Corporation, venisse censurato. Nel 2020 il mercato cinese del cinema è stato il più grande del mondo, sorpassando quello del Nord America: per gli incassi del cinema di Hollywood arrivarci è diventato essenziale, anche a costo di qualche compromesso.

Russell Schwartz, che ha lavorato nel marketing per case cinematografiche statunitensi come New Line Cinema e Relativity Media, ha raccontato all’Atlantic che quando la Cina cominciò a co-produrre o finanziare vari film di Hollywood, nei primi anni Duemila, «tutti facevano i salti mortali» per portarvi i loro film. Fino a una ventina d’anni fa, in Cina c’era una «mancanza straordinaria di sale cinematografiche», ma grazie a grossi investimenti da parte del governo, che controlla e usa il cinema come strumento di propaganda, le cose da allora sono molto cambiate.

Secondo un rapporto governativo dello scorso febbraio, citato da Variety, attualmente in Cina ci sono più di 75mila sale, di cui quasi 20mila costruite tra il 2018 e il 2019 e più di 5.700 costruite nel 2020, nonostante gli effetti della pandemia da coronavirus. Per dare l’idea, nel primo weekend della sua uscita in Cina, lo scorso maggio, Fast & Furious 9 ha incassato l’equivalente di 136 milioni di dollari (115 milioni di euro), quasi il doppio degli incassi negli Stati Uniti nello stesso periodo.

Sebbene negli ultimi anni la Cina abbia creato i suoi stessi franchise e sia diventata sempre meno dipendente dal cinema americano, i film prodotti e girati negli Stati Uniti hanno continuato a essere molto visti. Per questo gli studi cinematografici stranieri hanno iniziato a prestare sempre più attenzione per evitare contenuti a rischio censura: «si censurano preventivamente», ha scritto James Tager, direttore della ong PEN America, che si occupa di libertà di espressione nei media e ha pubblicato un ampio rapporto sulla censura nel cinema cinese.

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Durante il periodo della Rivoluzione culturale, tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, i film americani in Cina erano vietati. A partire dalla fine degli anni Ottanta cominciò a essere permessa la proiezione di alcuni film stranieri selezionati, le cui scene potevano comunque essere tagliate se ritenute contrarie ai valori del Partito Comunista. Ancora oggi il governo cinese ha un ampio controllo sul cinema: tra le altre cose, salvo eccezioni, ammette una quota massima di 34 film stranieri all’anno e decide quando e in quante sale debbano uscire, e quanta pubblicità si possa fare.

Da questo punto di vista, la decisione delle case cinematografiche statunitensi di eliminare a priori elementi sgraditi alla Cina si può interpretare come una strategia di penetrazione di un nuovo mercato: una cosa che del resto nella storia del cinema era già stata fatta in passato.

A suo tempo alcune scene esplicite di sesso di Ultimo Tango a Parigi (1972) furono censurate per permettere l’uscita del film nel Regno Unito; in Germania Casablanca, prodotto da Warner Bros e uscito nei cinema statunitensi nel 1942, fu proiettato soltanto dieci anni dopo e senza tutte le scene in cui si faceva riferimento al nazismo.
Nel caso della Cina il mercato sembra oggi semplicemente troppo redditizio per non fare altrettanto. D’altra parte, come ha sottolineato Wendy Su, docente di media e studi culturali dell’Università della California, entrare nel «vasto mercato cinese» per Hollywood significa avere «il potenziale di guadagni ancora più ampi», soprattutto in un periodo in cui l’intero settore è entrato in una profonda crisi a causa della pandemia.

Allo stesso tempo, non è un argomento di cui si parla in maniera esplicita per varie ragioni. Secondo Aynne Kokas, esperta di media dell’Università della Virginia, se gli studi cinematografici americani ed europei ammettessero apertamente di praticare autocensura nei loro film rischierebbero notevoli ripercussioni e danni alla loro reputazione, soprattutto negli Stati Uniti; allo stesso tempo, il governo cinese potrebbe decidere di limitare l’uscita di questi film nelle sale del paese.

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Tendenzialmente in Cina vengono censurati film che trattano temi particolarmente delicati per il Partito Comunista, come quelli che discutono del rapporto del governo centrale con Taiwan o con la provincia autonoma del Tibet, o quelli che alludono alla repressione della minoranza musulmana degli uiguri, che abita nella regione dello Xinjiang. Non sono visti di buon occhio nemmeno i film in cui i personaggi cinesi sono gli antagonisti, mentre sono molto pubblicizzati quelli che esaltano la Cina come paese avanzato e unito.

Nel 2011 il governo cinese vietò i film che parlavano di viaggi nel tempo, come il celebre Ritorno al futuro, sostenendo che fossero «frivoli» e che non rispettassero la Storia. Allo stesso modo fu censurato Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma, dove compaiono tribù di cannibali e fantasmi, e furono tagliate anche alcune scene di Bohemian Rhapsody, sulla celebre band rock dei Queen, in cui si fa riferimento alle esperienze omosessuali di Freddie Mercury.

Una delle artiste che hanno risentito di questo rigore è Chloé Zhao, che è nata a Pechino ed è stata la prima donna non bianca ad aver vinto l’Oscar come miglior regista per Nomadland, lo scorso aprile.

Dato il grande successo del film, a marzo il giornale cinese Global Times, controllato dal governo, aveva definito Zhao «l’orgoglio della Cina»: quando tuttavia era emersa una sua vecchia intervista del 2013 in cui la regista diceva che la Cina era un paese «dove le bugie sono dappertutto», Nomadland era stato tolto dalle sale e sui social network erano stati bloccati vari hashtag e molte discussioni relative al film. Per via di questo vecchio commento anche il prossimo film di Zhao, Eternals, che è stato prodotto dai Marvel Studios e uscirà a novembre, rischia di non essere proiettato in Cina.