(Jordan Strauss/Invision/AP)

Quanta strada ha fatto “Fast & Furious”

Partì 20 anni fa «un quarto di miglio alla volta», e contro ogni aspettativa oggi è una delle più grandi saghe della storia del cinema

(Jordan Strauss/Invision/AP)
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Il primo Fast and Furious arrivò nei cinema nell’estate 2001, parlava di corse automobilistiche illegali e iniziava con una scena che mostrava il furto del contenuto di un camion di lettori DVD. Questa estate (qualche giorno fa negli Stati Uniti e ad agosto in Italia) esce invece Fast & Furious 9 – The Fast Saga, il decimo film (c’è stato anche uno spin-off, in mezzo) di quella che nel frattempo è diventata per l’appunto una saga cinematografica in cui le corse automobilistiche illegali sono sparite da tempo, per lasciare spazio a ben più ambiziose rapine e intrighi internazionali.

Vent’anni fa, Fast and Furious era un film piuttosto piccolo e dalle modeste ambizioni. Oggi è il franchise di maggior valore della Universal Pictures e uno dei più importanti, redditizi e promettenti di tutta Hollywood. Qualcosa che, con le dovute differenze e proporzioni, si può addirittura paragonare all’Universo Cinematografico Marvel: il più imponente e proficuo progetto cinematografico di questo secolo.

La cosa strana è che, all’inizio, davvero nessuno ipotizzava o anche solo sperava che in un paio di decenni Fast & Furious sarebbe diventata la saga che è ora. Anzi: molti di quelli che lavorarono al primo film scelsero di non tornare per il secondo. E la storia di come invece al secondo seguì un terzo, e al terzo tutta un’altra serie di film sempre più mastodontica, è per certi versi bizzarra, oltre che senza dubbio emblematica di quanto e come il cinema sia cambiato in questi ultimi vent’anni.

Intorno al 2000 – prima di avere location in giro per il mondo, prima di includere nel suo cast Dwayne Johnson, Gal Gadot, Jason Statham, Idris Elba, John Cena, Kurt Russel, Charlize Theron ed Helen Mirren, prima di incassare oltre sei miliardi di dollari, e prima di far cadere auto da aerei in volo e forse di mandarne altre nello Spazio – partì tutto dalla proposta, fatta all’attore Paul Walker, di fare un film d’azione. Walker, che aveva recitato nel film The Skulls diretto da Rob Cohen, disse al produttore Neal H. Moritz che avrebbe gradito un film che fosse qualcosa a metà strada tra Giorni di tuono e Donnie Brasco, rispettivamente interpretati da Tom Cruise e Johnny Depp: il primo sulle corse Nascar, il secondo sulla mafia e un poliziotto che ci si infiltra.

Moritz andò quindi a recuperare un articolo pubblicato nel 1998 su Vibe, che raccontava la storia di un giro di corse automobilistiche illegali nei dintorni di New York. A suo modo di vedere, a quella storia poteva ispirarsi un film che facesse con l’automobilismo quello che Point Break aveva fatto con il surf. Strutturando la trama in modo che Brian O’Conner, il poliziotto infiltrato interpretato da Walker, subisse sempre di più il fascino del contesto illegale in cui si era intrufolato.

Per il titolo del film si pensò a Racer XRace Wars, Redline e Street Wars. Si scelse infine The Fast and the Furious (che in italiano divenne solo Fast and Furious) dopo che, guardando un documentario sulle corse d’auto, a qualcuno della produzione piacque l’associazione di quelle due parole (“veloce” e “furioso”) nel titolo di un film degli anni Cinquanta su un evaso di prigione che, alla guida di un’auto veloce e con una bella donna come ostaggio, prova a fuggire in Messico. Per poter usare il titolo di quel film – che si può vedere qui – la Universal Pictures dovette pagare i relativi diritti, ma non fu una spesa particolarmente onerosa. Tra l’altro, già a fine anni Trenta era uscito, sempre negli Stati Uniti, un Fast and Furious che però parlava di libri e non di automobili.

Il titolo, comunque, non fu l’unica cosa su cui ci furono diversi ripensamenti. La sceneggiatura fu infatti riscritta più volte: prima per spostare la vicenda in California, nella periferia di Los Angeles, e poi perché – secondo quanto raccontato in seguito da diversi membri del cast e della troupe – i personaggi e le vicende ideati inizialmente erano troppo superficiali.

Vin Diesel – che nella saga è Dominic Toretto (che all’inizio fa corse e furti in auto, poi tutta un’altra lunga serie di cose) – ha detto che fu subito intrigato da come gli fu descritta a voce una scena in cui l’inquadratura passa dai suoi occhi fino a entrare nel motore della sua auto «quasi a fondere l’uomo e la macchina», ma che poi leggendo la prima versione della sceneggiatura ne fu deluso ed ebbe più di un ripensamento.

Jordana Brewster – che nella saga è Mia Toretto, sorella del personaggio di Diesel – ha raccontato che Michelle Rodriguez (che interpreta Letty Ortiz, la compagna del personaggio di Diesel) «lesse la sua parte e disse “No, non la faccio così”» per poi imporre che fosse radicalmente cambiata, «così da trasformare Letty da donna-trofeo a personaggio ben più sfaccettato».

Sembra comunque che più di ogni altro fu Diesel a lavorare, insieme allo sceneggiatore David Ayer, alla riscrittura del film, che fu infine presentato il 18 giugno 2001.

Non c’erano tuttavia grandi aspettative. Perché i suoi attori erano famosi ma non famosissimi e poi perché nel giugno 2000 era uscito Fuori in 60 secondi: un film con Nicolas Cage e Angelina Jolie che aveva a sua volta a che fare con inseguimenti automobilistici. Che era costato più del doppio rispetto a Fast and Furious, e che aveva avuto incassi buoni ma non stratosferici: non un buon segno per un film simile, ma minore.

Rodriguez ha raccontato che il film uscì inoltre in un periodo in cui «i Rambo e i Die Hard iniziavano a essere meno rilevanti e in cui il modello del macho sembrava dover essere sostituito da personaggi più alla Orlando Bloom». Per questo, ha detto Rodriguez, «non pensavamo ci fosse molto spazio per un film come il nostro». Invece il film, costato circa 40 milioni di dollari, ne incassò un po’ più di 200. Più che sufficienti per mettersi al lavoro su un sequel.

C’era un problema, però. Nonostante i buoni incassi molti di quelli che avevano lavorato al primo film scelsero di non tornare per il secondo. Compreso Diesel, che in una recente intervista ha detto che lo decise poiché ritenne che un sequel «avrebbe compromesso la possibilità del primo film di diventare un classico». E che più probabilmente preferì investire il suo tempo in progetti che allora sembravano avere prospettive ben maggiori. Insieme a Cohen si mise infatti subito al lavoro per xXx: un film di spionaggio e azione costato circa 100 milioni di dollari, con Asia Argento coprotagonista e con una particolare predilezione per gli sport estremi.

Senza Diesel e diversi altri attori del primo film, il sequel 2 Fast 2 Furious prese quindi il personaggio di Walker e lo spostò in una storia diversa ambientata a Miami, contornato da tutta una serie di nuovi personaggi, uno dei quali interpretato dal rapper Ludacris.

Costato quasi il doppio del primo film, 2 Fast 2 Furious incassò poco di più. Comunque abbastanza per decidere di farne un terzo. Ma siccome Diesel non voleva saperne di tornare e anche Walker preferì fare altro, la storia fu di nuovo spostata: questa volta in Giappone, sempre puntando molto sulle corse d’auto e, quindi, su un pubblico di appassionati di automobilismo. Uscito nel 2006, The Fast and the Furious: Tokyo Drift costò più del secondo ma incassò meno dei due precedenti.

Al tempo, la sensazione prevalente era che già dal secondo film la serie vivesse di inerzia, che avesse ormai preso una parabola discendente e che fosse addirittura vicina all’essere interrotta, senza dover lasciare particolari ricordi di sé nella storia del cinema.

Seppur con incassi comunque soddisfacenti, infatti, né il secondo né il terzo film della serie davano la sensazione di poter aprire la strada a quella che poi sarebbe diventata una grande saga cinematografica: erano film di corse d’auto, tra l’altro senza grande coerenza generale o persistenti legami l’uno con l’altro. Come ha scritto Emily VanDerWerff su Vox, «per il 99 per cento della sua durata, Tokyo Drift non ha assolutamente niente a che fare con i precedenti due film».

Nonostante tutto, però, alla fine di Tokyo Drift c’era una breve apparizione di Dominic Toretto, cosa che apriva a un suo possibile ritorno e creava quindi nuove strade all’evoluzione della storia. Pare tra l’altro che Diesel fece quell’apparizione per via di un patto implicito con la Universal Pictures in base al quale, in cambio di quel cameo (e senza la certezza di un quarto film), la casa di produzione gli avrebbe concesso i relativi diritti per fare un nuovo film in cui interpretare il criminale spaziale Richard Bruno Riddick. Cosa che poi avrebbe fatto nel 2013, per l’appunto in Riddick.

Prima, però, Diesel tornò anche a interpretare Toretto. Perché in quel periodo arrivava da una serie di film piuttosto deludenti e perché con una certa ostinazione chi di dovere aveva deciso di fare un nuovo Fast & Furious, riprendendo buona parte dei personaggi dei primi due film. Tornando però a raccontare eventi cronologicamente precedenti a quelli di Tokyo Driftcosì da risolvere una serie di problemi di continuità temporale legati a certi personaggi, uno dei quali era stato fatto morire in Tokyo Drift.

Inoltre, già dal quarto film uscito nel 2009 – Fast & Furious – Solo parti originali (in inglese semplicemente Fast & Furious) – le vicende iniziarono a sganciarsi dalle corse automobilistiche, cosa che poi divenne ancora più evidente in Fast & Furious 5, arrivò nei cinema nel 2011 con l’aggiunta di Dwayne Johnson, anche noto come The Rock. Il quarto capitolo incassò più di ogni precedente film della saga e più del doppio rispetto al terzo; e il quinto – che mostrava un solo breve inseguimento automobilistico – incassò quasi il doppio rispetto al quarto.

Nei piani iniziali Fast & Furious 5 avrebbe dovuto concludere la saga, ma andò così bene che si scelse di rilanciare. Di fatto, la Universal Pictures si rese conto di avere creato e trovarsi tra le mani un intero universo narrativo e un gruppo di personaggi a cui una consistente parte di spettatori si era parecchio affezionata. Spettatori che spesso e volentieri non avevano grande interesse in motori e carrozzerie, e che più semplicemente volevano vedere grandi scene d’azione intramezzate da litigi, rappacificazioni, scontri e incontri tra personaggi vecchi e nuovi.

Dopo qualche sbandata, un paio di correzioni di rotta e una notevole accelerazione, da Fast & Furious 5 la saga si è per molti versi assestata, adattandosi alla sua nuova forma e alle sue nuove proporzioni, per assecondare le quali talvolta certe cose erano portate verso certi estremi poco plausibili: dal punto di vista della logica e, quasi, della fisica.

Nel 2013 – anno in cui morì Paul Walker, amatissimo dai fan della serie – uscì Fast & Furious 6, che ebbe incassi di sette volte superiori a Riddick e maggiori rispetto a ogni precedente film della saga. Nel 2015 arrivò Fast & Furious 7, che costò circa 200 milioni di dollari e che incassò oltre un miliardo e mezzo di dollari. Nel 2018 infine uscì Fast & Furious 8, un altro di quei rari film che nella storia del cinema hanno incassato, nel mondo, oltre un miliardo di dollari. Parlandone, il sito AV Club scrisse:

«Se qualcuno ibernato nel 2011 si svegliasse qui e ora, la sola cosa che lo stupirebbe più degli smartphone e del fatto che Donald Trump è presidente sarebbe l’esistenza di Fast & Furious 8. Quel qualcuno direbbe: «No, aspetta, ora è un film d’azione? E alla gente piace? E poi The Rock non faceva wrestling? Ma davvero alla gente piacciono questi film?».

E ora, dopo che nel frattempo è uscito anche il film spin-off Fast & Furious – Hobbs & Shaw, siamo arrivati a Fast & Furious 9 – The Fast Saga, che inizia con un agente segreto chiamato Signor Nessuno che, dalla giungla messicana, manda una richiesta d’aiuto a Dominic Toretto, che ora è una sorta di superspia internazionale.

Come ha scritto Entertainment Weekly, «un giorno stai girando un film il cui titolo di lavorazione è Redline, dal discreto budget, su un poliziotto sotto copertura che si infiltra in una famigerata gang di piloti d’auto che fanno gare illegali. Poi, a un certo punto, ti ritrovi a far parte di un colosso senza precedenti che ha otto sequel (e che ne avrà altri ancora), un film spin-off, un sottomarino nucleare e, nel cast, Helen Mirren» (cioè una rispettatissima attrice di teatro e di film di tutt’altro genere e levatura artistica).

Provare a trovare una logica superiore alle scelte che nel corso di dieci film e nell’arco di due decenni hanno portato all’evoluzione della saga di Fast and Furious è pressoché impossibile. Specie perché, almeno fino a qualche anno e qualche film fa, quelle scelte erano spesso dettate da necessità del momento e con una prospettiva non particolarmente lontana. Vista la peculiarità della saga, nata quasi dal nulla e diventata grandissima, in questi ultimi anni in molti hanno provato a capire quali siano, perché evidentemente ci sono, i suoi meriti, i suoi punti di forza e pure i suoi colpi di fortuna.

Un primo aspetto è che Fast & Furious sembra essere riuscito a intercettare e interpretare l’evoluzione che negli ultimi vent’anni ha avuto un certo tipo di cinema. Come ha osservato Kambole Campbell su BBC, nei primi Duemila «le case cinematografiche investivano molto in film, anche film d’azione, di medio budget come Ocean’s 11, Il destino di un cavaliere o Training Day, giusto per citarne alcuni. Erano film che facevano affidamento su un’azione vera e tangibile, senza troppi effetti speciali. E che non si preoccupavano troppo di quella che oggi chiamiamo “creazione di un universo narrativo”». Cioè la pratica con cui si cerca di creare un mondo di finzione in cui ambientare quante più storie possibile, non solo di fare un film o magari un suo seguito.

Sempre in quel periodo iniziavano però i franchise cinematografici del Signore degli Anelli e di Harry Potter, che potevano contare su mondi letterari già esistenti, noti e vasti. Nel 2000 era anche uscito X-Men, primo di una lunga serie. Con non pochi equilibrismi, Fast & Furious ha dunque saputo essere «sorprendentemente camaleontico», cambiando di volta in volta la marcia necessaria per tenere il passo con certa concorrenza, oltre che con i gusti e le aspettative del pubblico.

Così come diversi altri critici in questi ultimi anni, Campbell ha anche messo in relazione Fast & Furious con i film dell’Universo Cinematografico Marvel. «Nel 2008, quando uscì Iron Man, il primo film della Marvel, iniziò una nuova era per i film di supereroi, definita da due aspetti: gli effetti speciali ottenuti a computer e un intricato reticolo di personaggi e linee narrative dentro un universo condiviso». Secondo Campbell, dal quarto film in poi anche Fast & Furious fece a suo modo qualcosa di simile, sia per quanto riguarda gli effetti speciali che, soprattutto, per la sua capacità di «mettere insieme in un solo film, tre anni prima che la Marvel facesse The Avengers, personaggi diversi, che erano stati presentati in film diversi».

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Secondo VanDerWerff, «guardando ogni singolo film della saga di Fast & Furious è quasi come guardare un preciso momento nell’evoluzione del franchise, ma anche della storia del cinema, perché mentre i film di Hollywood si facevano sempre più grandi e sempre meno “seri”, lo stesso succedeva ai film di Fast & Furious».

Un altro importante aspetto evidenziato da chi prova a spiegare il successo di Fast & Furious sta nel fatto che, all’essenza e nonostante tutto, cerca di essere comunque reale e realistico (quindi non come tanti altri mondi cinematografici di fantasia) e che nel suo crescere è comunque riuscito a restare legato a un nucleo iniziale di personaggi. Un nucleo in cui, forse non a caso, il concetto di “famiglia” è ripetuto quasi allo sfinimento.

Qualsiasi sia la posta in gioco o l’ambientazione, infatti, si torna quasi sempre alla “famiglia” che circonda Toretto. Parlando del primo film della saga Moritz, il produttore, ha detto che aveva di certo molto a che fare con Point Break e Donnie Brasco, ma che secondo lui aveva anche preso spunto dal Padrino e dai suoi temi principali: «la famiglia, la famiglia e la famiglia». Che si tratti del furto di qualche lettore DVD o del mondo da salvare, che la storia sia ambientata a Los Angeles o in Brasile, alla fine, come ha scritto VanDerWerff «le vicende personali sono sempre più importanti delle vicende della trama» e «la storia più importante è quella delle relazioni tra i protagonisti», definite dai concetti di «onore, amicizia, famiglia e redenzione». Persino in Fast & Furious 9 – The Fast Saga, ha scritto VanDerWerff, «i personaggi si fermano più volte per mettersi a parlare tra loro di quanto siano importanti l’uno per l’altro, per spiegarsi cosa provano».

Tra le ragioni con cui qualcuno ha provato a spiegare il successo di Fast & Furious c’è poi il fatto che, sin dall’inizio, il film ebbe un cast piuttosto vario, con diversi attori non bianchi. Oltre alla sua capacità, spesso e volentieri, di non prendersi troppo sul serio: e quindi di potersi permettere di esagerare, senza per questo diventare ridicolo. In questo senso, secondo Campbell, un altro parallelismo possibile, oltre a quello con i film Marvel, è quello con il wrestling: ambiente dal quale, tra l’altro, sono stati pescati più di una volta gli attori, da The Rock a John Cena.

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Non è poi di certo secondario il fatto che, evidentemente, film dopo film la saga abbia saputo mantenere e modificare quando necessario aspetti di produzione, promozione, regia, scrittura e recitazione. Il tutto mentre nemmeno un attore è comparso in tutti i suoi film, e mentre con il passare del tempo sceneggiatori e registi diversi si avvicendavano senza, come invece succede con i film della Marvel, un chiaro controllo e una costante pianificazione di quello che sarebbe arrivato dopo.

La cosa assurda di Fast & Furious, ha scritto VanDerWerff, è che «ha costruito per caso una trilogia prequel, per poi incastrarla in mezzo alla sua storia, e tutto questo perché Vin Diesel voleva fare Riddick in un altro film». Con il risultato che l’ordine cronologico dei film sia 1 – 2 – 4 – 5 – 6 – 3 – 7 – 8 [e poi 9], con un terzo film che tecnicamente è ambientato negli anni Dieci del Duemila, ma in cui – visto che uscì nel 2006 – tutti usano ancora telefoni a conchiglia».

E tutto questo senza nemmeno provare a entrare davvero nelle vicende di una saga che per certi versi assomiglia e ricorda i James Bond e i Mission Impossible ma che, per alcune sue svolte, evoluzioni e colpi di scena richiama invece certe storie di supereroi o certe soap opera: con personaggi che sembravano morti e invece no, o che magari saltano fuori dal nulla dopo anni.

In futuro arriveranno di sicuro almeno altri due Fast & Furious, ma potrebbero benissimo essercene altri: è di certo ancora troppo presto per dire in quale e in quante direzioni la saga potrà allungare e allargare il suo universo narrativo.

Allo stesso tempo, è anche possibile che presto o tardi il filone di Fast & Furious si esaurisca, senza che si riescano a trovare nuove vite o altre forme narrative per la saga. Magari perché, con il passare del tempo, potrebbe diventare troppo diversa da quello che è stata, oppure finire per ripetersi troppo, subendo gli effetti di quella che in inglese è nota come franchise fatigue: il senso di inerzia e ripetitività che può colpire certe saghe cinematografiche.