(Scott Olson/Getty Images)
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  • sabato 7 Dicembre 2019

Due mesi alle primarie dei Democratici

Elizabeth Warren ha perso tutto il vantaggio che aveva costruito, Joe Biden rimane stabile e Pete Buttigieg è in vantaggio nei primi due stati in cui si vota: una guida per orientarsi

(Scott Olson/Getty Images)

Fra meno di due mesi, il 3 febbraio 2020, inizieranno ufficialmente le primarie del Partito Democratico statunitense per scegliere il candidato da opporre al presidente Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2020.

Negli Stati Uniti le primarie vengono spalmate nell’arco di più mesi – ne dureranno quasi cinque – ma i primi stati in cui si vota sono spesso decisivi per fare decollare (o sbriciolare) una candidatura. Nel 2008 Obama riuscì a battere Hillary Clinton alle primarie Democratiche nonostante partisse sfavorito anche grazie alla spinta che gli diede la vittoria in Iowa, tradizionalmente il primo stato in cui si vota, mentre alle primarie Repubblicane del 2016 si capì che Trump faceva sul serio quando vinse in New Hampshire, in cui si vota una settimana dopo l’Iowa.

Per questa ragione i comitati elettorali dei vari candidati stanno intensificando i loro sforzi per arrivare ai primi di febbraio nelle migliori condizioni possibili; e il fatto che la posta in gioco sia sempre più alta ha già provocato alcune conseguenze concrete, come il ritiro di un candidato di alto livello e le decine di milioni di dollari che in questi giorni vengono spesi da un paio di ricchi candidati in cerca di visibilità.

Di chi parliamo
I candidati ancora in corsa sono 15. Fra i più popolari ci sono soprattutto l’ex vicepresidente Joe Biden, i senatori Elizabeth Warren e Bernie Sanders e il sindaco di South Bend (Indiana) Pete Buttigieg. Ci sono poi una serie di candidati in cerca di una svolta come l’imprenditore Andrew Yang, la deputata Tulsi Gabbard, i senatori Amy Klobuchar e Cory Booker e l’ex deputato Julian Castro. Non si sono ancora ritirati, ma probabilmente è questione di tempo, alcuni candidati dalle campagne ormai decotte come l’ex deputato John Delaney e la scrittrice Marianne Williamson. Ma i candidati veri oggi sembrano soprattutto i primi quattro.

Nelle ultime settimane si è parlato molto di un ritiro inaspettato – almeno fino a poche settimane fa – e di un ingresso di peso: cioè rispettivamente della senatrice Kamala Harris e dell’imprenditore Michael Bloomberg.

Harris ha 55 anni e dopo essere stata l’apprezzata e popolare procuratrice generale in California, era entrata in Senato nel 2017. Da anni era considerata una dei leader più promettenti del partito, e per via delle sue credenziali – pragmatica ma abbastanza di sinistra, e con parecchia esperienza politica alle sue spalle in uno stato grande e influente – in molti la consideravano fra le favorite per ottenere la nomination. Il giorno in cui annunciò ufficialmente la candidatura attirò 22mila persone ad Oakland, la città dove è nata, rendendolo il comizio inaugurale più affollato di tutta la campagna elettorale, e poi raccolse moltissime donazioni.

Il resto della sua campagna è stata invece un mezzo disastro, come osservato nelle ultime settimane da diversi giornali americani fra cui il New York Times e Politico. Non avendo una collocazione precisa, nella prima parte della campagna elettorale era rimasta schiacciata fra le proposte più centriste e quelle di sinistra, facendosi notare soltanto per alcuni duri attacchi a Biden sulla sua vecchia collaborazione con politici razzisti. In seguito ha cambiato idea più volte sulla sua proposta per riformare il sistema sanitario americano – un tema molto caro all’elettorato Democratico – mentre i giornali continuavano a parlare di una gestione molto caotica del suo comitato elettorale; guidato peraltro da sua sorella Maya, una rispettata accademica ed attivista senza alcuna esperienza politica ad alto livello.

Dopo settimane di consensi in calo e raccolta fondi stagnante, Harris ha annunciato il ritiro della sua candidatura il 3 dicembre, pochi giorni prima che scadesse il termine per presentarsi alle primarie in California: una pesante sconfitta nello stato dove vive avrebbe danneggiato molto la sua immagine nell’ipotesi che voglia ricandidarsi alla scadenza del suo mandato in Senato, nel 2022.

L’ufficio del comitato elettorale di Harris ad Oakland, ormai chiuso (Justin Sullivan/Getty Images)

Bloomberg invece ha 77 anni, è uno degli uomini più ricchi del mondo ed è stato un popolare sindaco di New York dal 2002 al 2013. Aveva iniziato il suo mandato da Repubblicano, ma nel 2007 aveva lasciato il partito e nel 2018 si era registrato come Democratico, contribuendo fra l’altro con decine di milioni di dollari alle campagne di alcuni candidati del partito alle elezioni di metà mandato. Negli ultimi anni si è molto dedicato ad attività filantropiche legate soprattutto alla lotta al riscaldamento globale e al contrasto della diffusione delle armi.

Bloomberg ha annunciato il suo ingresso nella campagna elettorale a fine novembre, dopo mesi di voci e tentennamenti, ma sulla sua decisione circola già un certo scetticismo nonostante al momento i sondaggi gli assegnino un incoraggiante 4 per cento a livello nazionale. Il campo dei candidati moderati è già piuttosto ampio – soltanto nelle prime posizioni ci sono Biden, Buttigieg e Klobuchar – e il nome di Bloomberg non sarà presente sulla scheda elettorale in New Hampshire, il primo stato in cui si vota con un sistema tradizionale (in Iowa si usa da decenni il meccanismo del caucus).

Al momento la sua strategia è puntare sui 14 stati che voteranno alle primarie il 3 marzo, nel giorno del cosiddetto Super Tuesday. CNBC ha scoperto che la scorsa settimana Bloomberg ha investito in spot televisivi negli stati che voteranno durante il Super Tuesday circa 13,2 milioni di dollari (circa 11,9 milioni di euro), mentre nello stesso lasso di tempo il resto degli altri candidati ha speso in tutto circa 7,6 milioni di dollari (6,85 milioni di euro).

Un grafico di CNBC mostra gli stati dove si stanno concentrando gli spot televisivi di Bloomberg, a sinistra, rispetto a tutti gli altri candidati

Di cosa si sta parlando
La candidatura di Bloomberg – oltre a quella di un altro ricco imprenditore semisconosciuto, Tom Steyer – sta facendo parlare di nuovo del ruolo dei miliardari nella società americana. NBC News nota che le candidature di Bloomberg e Steyer «arrivano in un momento di rabbia crescente da sinistra verso i ricchi e le loro responsabilità nel perpetuare le diseguaglianze, rendendo dubbie le loro possibilità di ottenere la nomination». La tesi che le loro candidature siano largamente percepite come controverse è appoggiata da alcuni sondaggi e dal fatto che persino una candidata moderata come Amy Klobuchar in settimana ha detto in un’intervista televisiva che «non si può permettere ai ricchi di piombare in un’elezione e comprarla».

Si sta invece parlando ben poco del procedimento di impeachment in corso contro Trump, accusato di avere fatto pressioni sul governo ucraino per ottenere materiale imbarazzante su Joe Biden, uno dei suoi possibili avversari alle elezioni del 2020. Nonostante le inchieste dei giornali e le audizioni delle persone coinvolte alla Camera forniscano nuove notizie quasi quotidianamente, e sebbene il caso riguardi uno dei principali candidati alle primarie, molto raramente i candidati se ne occupano nei loro comizi e nelle loro interviste. In un pezzo di qualche settimana fa, Politico elencava una serie di ragioni per cui non dovremmo sorprenderci più di tanto.

Non è che i candidati non abbiano opinioni forti sull’argomento: se interrogati, più o meno tutti offrono pieno appoggio alla procedura di impeachment. Piuttosto, il fatto che lo trascurino riflette un semplice calcolo. Per quanto sia politicizzato, parlarne porta vantaggi limitati in un campo di battaglia come quello delle primarie dove quasi tutti nel partito sono d’accordo nel considerare improprio il comportamento di Trump. […]

Un consulente di un candidato ha raccontato: «sta andando avanti da così tanto tempo che la gente ci è passata oltre». Un altro collaboratore ha descritto l’impeachment come un tema che nessun candidato può utilizzare in maniera efficace per definire sé stesso rispetto al resto del gruppo.

La riforma sanitaria, invece, rimane uno dei temi della campagna elettorale: e continuerà a esserlo per diversi mesi, dato che secondo i sondaggi sta in cima alla lista delle priorità degli elettori Democratici. Un approfondito articolo di Politico ha notato però che i termini del dibattito si sono spostati: negli ultimi due anni diversi candidati alle primarie avevano appoggiato il disegno di legge proposto da Bernie Sanders per garantire copertura sanitaria pubblica a tutti gli americani, pensando che il proprio elettorato si stesse spostando sempre a più a sinistra.

In realtà perdere la propria assicurazione privata e pagare più tasse – come succederebbe se il piano di Sanders diventasse legge – spaventa molti americani, fra cui anche parecchi Democratici: in Iowa, per dire, soltanto un terzo delle persone che parteciperanno alle primarie appoggia la copertura sanitaria pubblica universale. Diversi candidati come Elizabeth Warren, Pete Buttigieg e Andrew Yang sono stati costretti a rimangiarsi il loro supporto incondizionato alla misura, mentre Kamala Harris – che secondo alcuni aveva scatenato l’effetto domino appoggiando per prima, nel 2017, la proposta di Sanders – prima di ritirarsi era inciampata spesso sulle proprie posizioni in materia di riforma sanitaria. Molti preferiscono l’introduzione di un piano sanitario pubblico in regime di concorrenza con quelli privati, per poter poi scegliere liberamente.

Cosa dicono i sondaggi
Negli ultimi due mesi sono successe soprattutto due cose: dopo essere stata brevemente in cima ai sondaggi, Elizabeth Warren ha perso diversi punti e ora a livello nazionale è scesa addirittura al terzo posto dietro a Bernie Sanders. È invece cresciuto molto Pete Buttigieg, soprattutto nelle ultime settimane, e ora è dato avanti nei sondaggi sia in Iowa sia in New Hampshire (due stati con un elettorato prevalentemente bianco e moderato, quello con cui Buttigieg va più forte).

(Grafico di Real Clear Politics relativo ai consensi degli ultimi tre mesi)

Il giornalista politico Chris Cillizza ha notato che il calo di Warren ha coinciso col dibattito del 15 ottobre, durante il quale è stata attaccata da tutti gli altri candidati «sia per il suo piano per eliminare completamente le coperture assicurative private sia per l’assenza di dettagli su come realizzarlo». Warren, insomma, avrebbe sofferto del progressivo spostamento verso il centro dell’elettorato Democratico sull’argomento (ammesso che qualche mese fa si stesse davvero sbilanciando a sinistra, come ritenevano allora gli analisti).

C’è poi il problema della cosiddetta eleggibilità, un criterio che secondo diversi analisti sta sempre più a cuore all’elettorato Democratico, mano a mano che ci si avvicina alle elezioni: l’attuale presidente Donald Trump è talmente sgradito agli elettori Democratici – fra cui ha una popolarità intorno al 5 per cento – che molti di loro tengono conto della forza di attrazione che un eventuale candidato potrebbe esercitare su un elettorato moderato o indipendente.

È un ragionamento che esiste, e aiuta soprattutto i candidati percepiti come più “tradizionali” – quindi in sostanza bianchi, moderati e preferibilmente maschi – mentre sfavorisce le donne e i membri di minoranze etniche: Harris, per esempio, rientrava in entrambe le categorie. Secondo alcuni è la stessa ragione per cui di recente sono aumentati i consensi per Buttigieg e per cui Biden rimane di gran lunga il candidato più apprezzato a livello nazionale.

Warren sta provando a reagire e negli ultimi giorni ha attaccato più volte Buttigieg, criticandolo per non aver rilasciato la sua dichiarazione dei redditi negli ultimi anni e per non aver mai chiarito esattamente con chi abbia lavorato nei suoi tre anni da analista a McKinsey, una potente e controversa società di consulenza (nota anche per le stringenti clausole di riservatezza che impone nei contratti dei suoi dipendenti, e Buttigieg dice di non poterlo dichiarare per questo motivo).

Le date
Febbraio e marzo saranno due mesi cruciali per le primarie Democratiche, al termine dei quali potremmo avere le idee più chiare sulle possibilità dei principali candidati. Si voterà il 3 febbraio in Iowa, l’11 in New Hampshire, il 22 in Nevada e soprattutto il 29 in South Carolina, uno stato con un elettorato composto prevalentemente da afro-americani che potrebbe premiare un candidato diverso dai primi tre. Il Super Tuesday invece è previsto per il 3 marzo.