(Charlie Leight/Getty Images)

Perché nessuno ha previsto Donald Trump

Per molte ragioni, ma due su tutte: nessuno lo ha preso sul serio quando si poteva ancora fermare, e nessuno pensava che fosse un candidato così abile

(Charlie Leight/Getty Images)

Il 16 giugno 2015, nello stesso giorno in cui Donald Trump annunciava la sua candidatura alle primarie Repubblicane per la presidenza degli Stati Uniti, il sito di news e statistica FiveThirtyEight – fondato da Nate Silver, rispettato giornalista e statistico americano – ha pubblicato un articolo intitolato «Perché Donald Trump non è un vero candidato, spiegato con un unico grafico». L’articolo parlava del fatto che Trump fosse sostanzialmente malvisto dalla maggior parte degli americani, come mostravano i sondaggi, e a un certo punto spiegava: «Trump ha più possibilità di fare un cameo in un nuovo Mamma ho perso l’aereo con Macaulay Culkin oppure di giocare in una finale NBA che di ottenere la nomination dei Repubblicani». FiveThirtyEight ha mantenuto questa posizione per lungo tempo, così come la maggior parte dei giornalisti e opinionisti americani. Ancora in agosto Larry Sabato, noto analista politico americano, ha scritto: «Se Trump ottiene la nomination, allora ogni cosa che sappiamo su come si ottiene la nomination è sbagliata».

A oggi Trump ha vinto in 15 dei 24 stati che hanno già tenuto le elezioni primarie, è il favorito per la vittoria finale tra i Repubblicani e diversi giornali americani stanno pubblicando articoli che si chiedono se davvero Trump può ancora perdere. È probabile che nei confronti di Trump buona parte degli opinionisti americani abbia avuto un approccio ben descritto da Dannel Malloy, il governatore Democratico del Connecticut: «Sono passato da una fase di rifiuto – “non ci credo, che qualcuno dia davvero ascolto a questo tizio” – a una di ammirazione, nel senso che ha dimostrato di aver capito come fare per catalizzare la rabbia di chiunque, fino a una certa preoccupazione».

Sulle possibili cause del successo di Trump stanno scrivendo in molti, in queste settimane. Diversi analisti stanno però facendo notare che oltre ad averci messo del suo, mostrando delle buone doti da candidato, Trump è stato anche aiutato da alcune circostanze esterne e dalla sostanziale sottovalutazione di chi gli stava attorno nei suoi confronti: su tutti la dirigenza del partito Repubblicano e gli altri candidati.

Per molto tempo l’establishment Repubblicano ha atteso che Trump si sgonfiasse da solo: cioè che succedesse qualcosa – una campagna della stampa, una gaffe durante un dibattito, la riemersione di una qualche vecchia storia – che ne compromettesse definitivamente la candidatura, dato il suo carattere appariscente e le sue posizioni controverse ed eccessive. Per molti mesi di campagna elettorale, poi, nessun candidato o dirigente voleva “sporcarsi le mani” attaccando il candidato più popolare in quel momento, cosa potenzialmente molto rischiosa per il proprio consenso. Con tutta probabilità in molti speravano che Trump avesse una traiettoria simile a quella dell’ex chirurgo Ben Carson, che dopo Trump è stato il secondo candidato più popolare fra quelli fuori dal mondo politico americano: in estate Carson – che se possibile aveva posizioni ancora più incoerenti e assurde di quelle di Trump – è stato brevemente in testa a tutti i sondaggi, per poi sgretolarsi non appena i giornali hanno mostrato la sua inadeguatezza (a novembre il suo consigliere per la sicurezza Duane R. Clarridge disse al New York Times che nessuno era ancora riuscito a «sedersi con lui e fargli capire una singola nozione utile sul Medio Oriente»).

Trump ha però condotto una campagna efficace e non si è quasi mai trovato in difficoltà. L’unico candidato che lo ha attaccato di frequente, con scarso successo, è stato Jeb Bush. Ultimamente qualcosa si è mosso: Marco Rubio, uno dei due candidati “moderati” rimasti in corsa – l’altro è John Kasich, ha attaccato e preso in giro Trump più o meno con gli stessi toni di Trump, con l’effetto di farlo innervosire. Ma non ha guadagnato niente in termini di voti, anzi da allora è crollato nei sondaggi e nei risultati alle primarie, né Trump sembra esserne stato scalfito. Giovedì 3 marzo Mitt Romney, ex candidato Repubblicano per la presidenza nel 2012, ancora molto rispettato all’interno del partito, ha tenuto un discorso pubblico pieno di dure critiche contro Trump. Diversi ricchi imprenditori Repubblicani hanno formato un’associazione che ha come obiettivo screditare Trump.

Non è chiaro se le manovre dell’establishment Repubblicano contro Trump avranno effetto. L’esperto di politica internazionale Daniel Drezner ha inquadrato quanto successo finora con un processo noto in sociologia e in economia come “reazione a un problema collettivo”.

Quando ancora i candidati erano molti, attaccare Trump era un problema di interesse generale: ma nessuno aveva un interesse specifico per farlo o per rischiare di scatenare la furia di Trump (chiedete a Bush, che è stato preso in giro senza pietà finché non si è ritirato). Di conseguenza tutti speravano di trarre benefici da un eventuale attacco contro Trump, ma nessun candidato di peso si è mai preoccupato di compierlo in prima persona.

Al di là di un talento politico formidabile e di un contesto generale favorevole che lo ha sottovalutato, gli analisti avevano comunque ottime ragioni per dubitare di Trump. I numeri citati nell’articolo di FiveThirtyEight erano effettivamente interessanti: secondo una media di tre sondaggi recenti, il 57 per cento degli elettori Repubblicani contattati aveva una cattiva opinione di Trump (per capirci: il “record” per un candidato Repubblicano a giugno dell’anno precedente le elezioni era il 43 per cento ottenuto da Pat Buchanan nel 2000, che finì per candidarsi da indipendente). Ancora fino a pochi giorni prima delle primarie in Iowa, in molti dubitavano che Trump potesse riuscire a mettere in piedi un’organizzazione complessa e delicata come quella necessaria per sostenere una lunghissima campagna elettorale in 50 stati diversi, ciascuno con il proprio elettorato.

Infine, per molti mesi osservatori, analisti e politici Repubblicani hanno fatto affidamento sul fatto che Trump a un certo si sarebbe fatto male da solo: pensavano cioè che, vista la sua retorica particolarmente estremista e bellicosa, a un certo punto ne avrebbe detta o fatta una così grossa da far deragliare la sua campagna elettorale. Trump effettivamente ne ha dette e fatte di grosse: ha dato degli stupratori ai messicani, ha imitato un giornalista disabile per irriderlo, ha offeso un decorato eroe di guerra come John McCain, ha cacciato giornalisti dalle sue conferenze stampa, ha detto un sacco di cose false, ha alluso al fatto che una giornalista gli aveva fatto domande incalzanti dovesse avere il ciclo, eccetera. Ognuno di questi episodi avrebbe probabilmente danneggiato qualsiasi altro candidato Repubblicano, ma con lui non è successo: col senno di poi, la spiegazione è che ha confermato negli elettori il tratto che più apprezzano in Trump, la sua “autenticità”, la sua diversità dai politici tradizionali così cauti e composti, il suo “dire le cose come stanno” e “non avere paura di nessuno”.

Trump è destinato a ottenere la nomination?
Non ancora. Nonostante per ora abbia stravinto in buona parte degli stati in cui si è votato, ha ottenuto 458 delegati sui 1.237 necessari per ottenere la nomination: Cruz per ora ne ha 359, e Rubio 151. Sono numeri ancora bassi e Trump ha almeno un ostacolo a breve termine. Per prima cosa il 15 marzo si vota nei due stati dove Rubio e Kasich sono considerati più forti, rispettivamente Florida e Ohio (Rubio è ancora in carica come senatore proprio in Florida, mentre Kasich è l’attuale governatore dell’Ohio). Entrambi assegnano tutti i propri delegati – 99 e 66 – al vincitore, che quindi otterrà una spinta notevole in termini politici e numerici. In Florida Trump è dato in vantaggio dai pochi sondaggi effettuati, ma nelle prossime settimane Rubio concentrerà lì molte delle sue risorse ed energie. In Ohio invece John Kasich è in leggero vantaggio su Trump.

(il “percorso ideale” di FiveThirthyEight affinché Trump ottenga la nomination, aggiornato al 9 marzo)

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