Agenti Frontex in Grecia, 8 dicembre 2015 (AP Photo/Santi Palacios)
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  • mercoledì 16 dicembre 2015

Avremo una polizia di frontiera europea?

L'ha proposto la Commissione europea, Germania e Francia sono d'accordo: servirà a proteggere i confini, dopo il fallimento dei piani precedenti, ma non tutti sono d'accordo

Agenti Frontex in Grecia, 8 dicembre 2015 (AP Photo/Santi Palacios)

Martedì 15 dicembre la Commissione europea ha presentato al Parlamento di Strasburgo la proposta di un nuovo piano per affrontare la cosiddetta “crisi dei migranti”. Tra le altre cose è stata ipotizzata la creazione di un’agenzia comunitaria di poliziotti di frontiera e di guardie costiere. Questo corpo di polizia sarebbe composto da migliaia di agenti in grado di mobilitarsi in modo rapido e con la possibilità di agire autonomamente in caso di grave minaccia alle frontiere dell’Unione. Il progetto, se approvato dagli stati membri e dal Parlamento europeo, sarebbe un concreto passo avanti verso una gestione comune delle frontiere dell’Unione: presuppone però una perdita di sovranità da parte degli stati membri e potrebbe quindi non essere accettato. Perché la proposta della Commissione sia approvata, deve essere adottata a maggioranza qualificata dal Consiglio dell’Unione europea, che rappresenta i governi dei singoli Stati membri, e poi dal Parlamento. Ci vorranno comunque dei mesi.

Obiettivo
L’obiettivo specifico di questo nuovo corpo di polizia comunitario sarebbe rafforzare i controlli sui migranti alle frontiere esterne dell’Unione Europea e arginarne il flusso (nel 2015 sarebbero più di 1,5 milioni le persone transitate “illegalmente” attraverso le frontiere esterne dell’Unione Europea). L’obiettivo sarebbe anche salvare il Trattato di Schengen, che consente la libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione. Negli ultimi mesi diversi stati, a cominciare dalla Germania, hanno ristabilito i controlli alle frontiere e altri, come l’Ungheria, hanno costruito vere e proprie barriere per impedire ai rifugiati di raggiungere l’Europa.

Sarà nuovo o creato con le strutture già esistenti?
L’Unione Europea riprenderebbe il progetto Frontex, cambiandone nome e struttura e aumentandone i poteri. Frontex è l’agenzia per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione Europea. È stata creata nel 2004 e funziona dal 3 ottobre del 2005, ha sede a Varsavia e ha come principale obiettivo «aiutare le autorità di frontiera dei diversi Paesi europei a lavorare insieme». Frontex coordina la cooperazione fra gli stati membri in materia di gestione e controllo delle frontiere esterne, fornisce assistenza nella formazione professionale delle guardie in servizio, nei controlli, nei pattugliamenti e nella vigilanza (non esistono, insomma, agenti del Frontex). Appoggia inoltre gli stati membri in operazioni comuni di rimpatrio degli immigrati irregolari e mette a disposizione gruppi di intervento rapido, in situazioni eccezionali e urgenti, che fanno parte del Rapid Boarder Intervention Team, un contingente sovranazionale.

Il personale permanente di Frontex col nuovo piano passerebbe da 400 a 1.000 agenti entro il 2020, con la creazione di un corpo di riservisti da 1.500 persone composto dalle guardie costiere e dalle guardie nazionali di frontiera. Se necessario, questo corpo speciale dovrebbe essere in grado di mobilitarsi in due o tre giorni.

Frontex, attualmente, non dispone di questo corpo di “riservisti”: quando un paese ha bisogno di rinforzi alle frontiere, gli altri stati sono sollecitati ma agiscono su base volontaria. Raccogliere il personale necessario spesso richiede delle settimane. Frontex, per esempio, ha fatto richiesta lo scorso ottobre di ulteriori 743 agenti per aiutare la Grecia, ma a oggi sono state riunite 447 persone. Con la nuova agenzia, gli stati membri dovrebbero invece mobilitare le loro forze subito dopo la richiesta di aiuto.

C’è un paese in particolare interessato a questo progetto?
La Grecia è particolarmente interessata dalla nuova proposta, anche per il suo intenso coinvolgimento nella crisi dei migranti. Giovedì 3 dicembre la Grecia ha formalmente chiesto l’attivazione di Rabit, una squadra di intervento rapido di Frontex composta da guardie di frontiera provenienti dagli altri paesi dell’area Schengen, che le è stata concessa. Nelle settimane precedenti diversi leader europei avevano minacciato la Grecia di sospensione o addirittura esclusione (quasi impossibile da raggiungere) dallo spazio Schengen.

La nuova agenzia potrà intervenire senza l’approvazione del paese interessato?
Il progetto prevede che quando una frontiera esterna dell’UE è giudicata particolarmente fragile, in seguito a una pressione migratoria “sproporzionata”, il nuovo corpo possa intervenire senza attendere la richiesta o l’approvazione dello stato interessato. Rabit invece può intervenire solo se il paese in questione ne fa richiesta esplicita. Insomma, in caso di urgenza a una frontiera esterna, la Commissione potrebbe raccomandare di coinvolgere il corpo di riservisti di sua iniziativa. L’intervento avverrebbe comunque al termine di un processo decisionale che coinvolgerebbe uno speciale comitato formato da esperti dei vari stati stati membri. Il comitato potrebbe bloccare la proposta ma secondo il meccanismo della “maggioranza qualificata inversa”, più difficile da raggiungere: nel voto a maggioranza qualificata la minoranza “di blocco” è 91 voti, mentre nel caso della votazione a maggioranza qualificata inversa il numero minimo di voti richiesto per respingere la raccomandazione della Commissione è 255. Le riunioni potrebbero essere convocate molto rapidamente e per telefono.

Come hanno reagito gli stati dell’Ue a questa proposta?
Francia e la Germania sostengono la proposta della Commissione. In una lettera congiunta presentata ai ministri dell’Interno, venerdì 4 dicembre, i due paesi hanno raccomandato un significativo rafforzamento di Frontex: «In circostanze eccezionali, Frontex dovrebbe anche essere in grado di prendere l’iniziativa di impiegare, sotto la propria responsabilità, squadre di intervento rapido alle frontiere».

Il piano dovrebbe portare a lunghe discussioni. Sono anni che si parla della questione della gestione delle frontiere esterne dell’UE, ma finora la decisione è sempre stata rimandata a causa soprattutto della resistenza di diversi paesi membri a rinunciare a parte della propria sovranità nazionale. Paesi governati da maggioranze nazionaliste, come Polonia o Ungheria, hanno già espresso delle critiche, così come Repubblica Ceca e Slovacchia. Anche Spagna e Cipro si sono dette scettiche. La Germania, che è favorevole, è uno dei paesi che è stato più coinvolti dalla crisi dei migranti: quest’anno ha già accolto oltre un milione di persone soltanto tra i richiedenti asilo.

Finora
Oltre alla proposta di un corpo di polizia comunitaria, la Commissione Europea ha presentato un primo bilancio delle soluzioni attuate finora: e non è molto buono.

Il ricollocamento – che chiede agli stati di accogliere i richiedenti asilo arrivati in Italia e in Grecia su base volontaria – procede molto a rilento. In totale circa 160 mila persone in due anni avrebbero dovuto essere coinvolte in questo programma, comunque molto poche: ma il primo “trasferimento” di migranti dalla Grecia è avvenuto lo scorso 4 novembre (30 persone sono andate in Lussemburgo). Fino a oggi solo 64 rifugiati sono stati trasferiti dalla Grecia, mentre dallo scorso gennaio nel paese sono arrivate oltre 750 mila persone. Il primo “trasferimento” dall’Italia è stato il 9 ottobre (19 eritrei diretti in Svezia). Da allora sono stati circa 125 gli altri profughi redistribuiti dall’Italia. Sono comunque pochi gli stati che hanno dato la loro disponibilità all’accoglienza.

Ci sono diverse difficoltà ad attivare anche gli “hotspot“. Gli hotspot sono strutture allestite per identificare rapidamente, registrare, fotosegnalare e raccogliere le impronte digitali dei migranti, create per sostenere i paesi più esposti ai nuovi arrivi. A oggi, ne sono stati attivati solamente due a Lesbo, in Grecia, mentre altri quattro – Leros, Kos, Samos e Chios – sono stati individuati ma non ancora operativi. Lo stesso vale per l’Italia, che originariamente aveva previsto sei centri di smistamento (Lampedusa, Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani, Taranto e Augusta). Solo quello di Lampedusa è operativo.

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