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  • lunedì 21 settembre 2015

Cosa sono gli “hotspot” per migranti

È una parola di cui si è parlato la settimana scorsa, e martedì a Bruxelles i ministri degli Interni europei ne discuteranno ancora

(LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

I ministri dell’Interno e della Giustizia dei paesi membri dell’Unione europea si riuniranno di nuovo martedì 22 settembre a Bruxelles per discutere in via straordinaria di migrazione. Una riunione simile si era già svolta lo scorso 14 settembre e si era conclusa con un accordo piuttosto modesto, che confermava quanto già deciso a giugno sul ricollocamento di 40 mila richiedenti asilo in vari stati dell’Ue su base volontaria. Tra le cose che verranno discusse domani c’è la questione degli “hotspot”, la cui creazione dovrebbe precedere l’approvazione di un sistema di quote per distribuire altri 120 mila profughi.

Che cosa sono gli “hotspot”?
Di “hotspot” si parlava già nella cosiddetta “Agenda per la migrazione”, un documento della Commissione europea pubblicato lo scorso maggio con alcune nuove proposte per cambiare il modo in cui gli stati europei gestiscono il fenomeno dei migranti.

Gli hotspot saranno strutture allestite per identificare rapidamente, registrare, fotosegnalare e raccogliere le impronte digitali dei migranti, e che saranno create per sostenere i paesi più esposti ai nuovi arrivi (quindi Italia e Grecia ma anche Ungheria, per esempio). I migranti saranno trattenuti negli “hotspot” (che in molti casi nasceranno in centri già esistenti e attrezzati) fino alla conclusione di tutte le operazioni di identificazione. La cosa non chiara è come saranno impostate queste strutture: se si tratterà cioè di aree di accoglienza con l’obiettivo di trasferire chi ha diritto di asilo in altri paesi oppure di luoghi di detenzione per gli immigrati irregolari in attesa di un rimpatrio.

Chi li gestirà?
Le varie autorità nazionali e gli agenti della polizia di frontiera, insieme con tecnici e esperti di agenzie europee come Europol (l’Ufficio di Polizia Europeo), EASO (l’Agenzia europea per il diritto d’asilo), Eurojust (per la cooperazione giudiziaria tra varie autorità nazionali contro la criminalità), Frontex (l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea).

La collaborazione tra autorità europee e nazionali dovrebbe essere volta più che altro alla distinzione dei migranti che vogliono presentare richiesta d’asilo dai migranti cosiddetti “economici”, cioè che fuggono dalla povertà e non dalla guerra e dalla violenza. Il coinvolgimento di Europol e Eurojust ha lo scopo di esercitare un controllo sul terrorismo.

Dove e quando?
La maggior parte di questi nuovi centri verrebbe creata in Italia (in realtà gli esperti delle agenzie UE Frontex, Easo, Europol e Eurojust sono già operativi in Sicilia per gestire, assieme ai funzionari italiani, le attività di registrazione dei migranti in arrivo sulle coste italiane): ufficialmente tre saranno in Sicilia (Trapani, Pozzallo, Porto Empedocle) e uno sull’isola di Lampedusa. Dall’inizio del 2016 dovrebbero aprire anche i centri di Taranto e Augusta. Ogni centro, secondo le ipotesi che circolano, potrebbe ospitare fino a 1.500 persone.

In Grecia si progetta di allestire un “hotspot” al porto del Pireo, ad Atene. Il problema principale è l’Ungheria, che da mesi si oppone alla redistribuzione dei profughi. Sui tempi non ci sono indicazioni, nonostante nell’ultima riunione dei ministri dell’Interno e della Giustizia dei paesi membri dell’Unione Europea si sia parlato della necessità di una identificazione “rapida”.

Il ministro dell’Interno italiano, Angelino Alfano, ha indicato in due mesi il tempo necessario a far partire il meccanismo precisando però che prima dell’avvio del progetto servono garanzie su rimpatri e ricollocazioni.

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