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  • giovedì 21 Novembre 2013

Fu un grande presidente, John Kennedy?

E come è stato raccontato? Se lo chiede, e lo ha chiesto in giro, Jill Abramson, direttrice del New York Times

Il 22 novembre di cinquant’anni fa, mentre attraversava sulla limousine presidenziale lo spiazzo di Dealey Plaza, nel quartiere del West End a Dallas, il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy fu ucciso dall’ex militare Lee Harvey Oswald, che gli sparò con un fucile di precisione dal sesto piano del Texas School Book Depository. La commissione d’inchiesta presieduta dal giudice Earl Warren, istituita dal presidente Lyndon Johnson per ricostruire i fatti di Dealey Plaza, consegnò dopo dieci mesi di indagini un rapporto di 888 pagine il cui contenuto fu da subito contestato dai cospirazionisti e, in seguito, parzialmente riveduto da nuove commissioni che denunciarono la frettolosità delle prime indagini.

A distanza di cinquant’anni, la ricostruzione della morte prematura e violenta di JFK è ancora oggetto di scetticismo e teorie alternative, mentre la storia del presidente ucciso continua ad alimentare un culto che nel tempo ha reso complicata un’analisi obiettiva del suo operato e dei meriti e demeriti della sua amministrazione. Sebbene sia ancora oggi considerato uno dei presidenti più amati della storia americana, una parte della critica storiografica ha ridimensionato la sua immagine di “grande presidente” ed evidenziato i limiti del suo governo: se non altro quelli temporali di una presidenza durata meno di tre anni. Nel suo libro Il secolo breve – pubblicato nel 1994 e ancora oggi uno dei testi più noti e citati della letteratura storiografica del Novecento – lo storico britannico Eric Hobsbawm parlava di Kennedy persino come del “più sopravvalutato presidente americano del nostro secolo”.

In un lungo articolo anche la direttrice del New York Times Jill Abramson – che al tempo della morte di Kennedy aveva appena nove anni – si è voluta porre la domanda comune a molti storici e studiosi di storia americana: «Kennedy fu un grande presidente, come molti continuano a credere?». Le vite di tutti i presidenti americani, sia quelli “buoni” sia quelli “cattivi”, sono state adeguatamente raccontate da biografi e storici, scrive Abramson: perché manca un’opera biografica davvero attendibile e soddisfacente su Kennedy?

I libri su Kennedy
Abramson ha calcolato che – senza contare il materiale video, i testi e le discussioni che circolano oggi in rete – siano stati pubblicati circa 40 mila libri su Kennedy, dalla sua morte, ma sostiene che i titoli validi siano relativamente pochi e che non ce ne sia nessuno davvero eccezionale. È della stessa opinione anche il giornalista e scrittore Robert Caro – vincitore del National Book Award e due volte del premio Pulitzer – autore di biografie molto apprezzate di importanti figure politiche americane (tra cui viene spesso citata quella monumentale del presidente Lyndon Johnson, che pure tratta parte della storia dei Kennedy): «nel paese c’è così tanto interesse per l’anniversario, eppure un grande libro su Kennedy manca», ha detto al New York Times.

Lo storico Robert Dallek, autore del libro Una vita incompiuta (forse la migliore biografia di Kennedy, secondo Abramson), ricorda che gli studiosi tendono a considerare Kennedy “una celebrità che non ha concluso granché”, e cita un fattore che a suo avviso ha fortemente condizionato la produzione bibliografica riguardo al presidente Kennedy: le pressioni commerciali che, di volta in volta, spingevano ogni autore a pubblicare nuovi materiali inediti e dettagli della vita privata di Kennedy. Tutto questo, scrive Abramson, ha soddisfatto la crescente domanda di particolari della vita del presidente ma ha lasciato sostanzialmente senza risposte la domanda di approfondimento e accuratezza nella ricerca e nell’analisi sui risultati della sua amministrazione.

Molti scrivono che i successi politici e sociali convenzionalmente riconosciuti a Kennedy e ai suoi furono – anche, necessariamente, a causa della sua morte prematura – portati a termine dai suoi successori, e si chiedono dove stiano i meriti dell’uno e dove quelli degli altri. Quanto alla gestione della guerra in Vietnam, alcuni immaginano che, se non fosse morto prima, Kennedy non avrebbe perseguito gli stessi obiettivi di politica estera di Johnson e non avrebbe incrementato l’impegno degli Stati Uniti nella guerra; ma, ricorda Abramson, si tratta di convinzioni difficili da argomentare, benché diffuse sia tra gli storici sia tra i romanzieri.

“Se non fosse morto”
La domanda “cosa sarebbe accaduto se Kennedy non fosse morto?” ha prodotto negli anni una certa letteratura di genere, tra i cui titoli viene spesso citato – per intendersi sul “genere” – il romanzo 22/11/’63 di Stephen King, in cui il protagonista della storia, Jake Epping, torna indietro nel tempo per sventare l’assassinio di Kennedy.

Lo stesso interrogativo, scrive Abramson, ha ispirato la pubblicazione di una grande quantità di biografie e studi su Kennedy. Nel suo libro JFK’s Last Hundred Days lo storico Thurston Clarke sostiene che la morte del terzo figlio di John e Jacqueline Kennedy – Patrick, nato prematuro e morto dopo due giorni, il 9 agosto 1963 – riavvicinò molto la coppia e avrebbe probabilmente segnato la fine delle avventure di John (che però, stando alle rivelazioni di una sua stagista poi divenuta celebre, continuò ad avere relazioni extraconiugali, quantomeno con lei).

Clarke è convinto che Kennedy stesse diventando “un grande presidente” proprio nei suoi ultimi cento giorni, e cita l’esempio del Civil Rights Act del 1964, la legge sui diritti civili approvata durante il governo Johnson ma il cui disegno fu presentato l’11 giugno del 1963 da Kennedy, che – secondo Clarke – aveva già in parte convinto i repubblicani Charles Halleck e Everett Dirksen, all’epoca leader dell’opposizione alla Camera e al Senato, inizialmente contrari all’approvazione della legge. Cinque giorni dopo la morte di Kennedy,  il 27 novembre 1963, lo stesso Johnson avrebbe poi onorato l’impegno del suo predecessore citandolo nel suo primo discorso al Congresso:

«Nessuna orazione commemorativa o elogio funebre riuscirebbe a onorare la memoria del presidente Kennedy più eloquentemente di quanto ci riuscirebbe un passaggio rapido – il più rapido possibile – del disegno di legge per i diritti civili per cui lui ha combattuto così a lungo»

Gli altri libri e l’articolo di Norman Mailer
C’è poi tutto un altro filone di commentatori politici famosi – ha spiegato il giornalista e storico David Greenberg a Jill Abramson – che della magnificazione di Kennedy ha fatto una sorta di brand per autopromuovere se stessi. Uno dei casi più noti è Bill O’Reilly, noto commentatore di Fox News, che ha “spremuto” l’assassinio di Kennedy in tutti i modi: il suo ultimo libro, Kennedy’s Last Days, è un riadattamento per ragazzi del suo precedente bestseller Killing Kennedy: The End of Camelot (scritto con lo stesso stile concitato e incalzante dell’originale, con i tempi al presente e, in genere, con una prosa che Abramson definisce “impacciata”). Dal libro – pubblicato in Italia di recente dall’editore Castelvecchi – è stato tratto un (deludente) film per la tv, Killing Kennedy, prodotto da Ridley Scott.

Una volta lo scrittore americano Norman Mailer – incaricato dalla rivista Esquire di seguire la convention democratica di Los Angeles, nel 1960, e di scrivere un pezzo su Kennedy (Superman Comes to the Supermarket) – definì Kennedy un “pugile elegante e ordinato”, e scrisse di lui: «c’era una sorta di inafferrabilità e distacco in tutto quello che faceva: non si aveva l’impressione di essere nella stanza con un uomo del tutto presente con il corpo e la mente». Secondo Abramson quel pezzo di Mailer riuscì a cogliere l’enigmatica essenza di Kennedy più di qualsiasi altro libro o saggio. Mailer, che disse di non sapere bene se apprezzare o piuttosto temere quella evanescenza, a un certo punto del pezzo scrisse:

Era di un eroe che l’America aveva bisogno, un eroe del suo tempo, un uomo la cui personalità potesse suggerire contraddizioni e misteri in grado di raggiungere i circuiti isolati e nascosti, perché soltanto un eroe può catturare l’immaginazione segreta di un popolo, ed essere utile per la vitalità del paese.

Le pressioni della famiglia Kennedy
Nel 1992 lo storico Nigel Hamilton pubblicò il libro JFK: Reckless Youth (una spericolata giovinezza), il primo volume di una serie che, secondo Abramson, prometteva di completare in maniera più che soddisfacente la letteratura per molti versi carente riguardo al presidente Kennedy: sebbene il libro si soffermasse molto sugli aspetti più frivoli e pruriginosi della vita del giovane Kennedy, nel contempo forniva un resoconto chiaro e interessante delle sue prime vittoriose campagne elettorali. La pubblicazione della serie si interruppe però dopo quel primo volume: Hamilton sostenne che la famiglia Kennedy intralciò il suo lavoro, negandogli ogni futura collaborazione e chiedendo ad altri storici di intervenire pubblicamente screditandolo.

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