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  • giovedì 20 Dicembre 2012

Come funziona la grazia

È iniziato il procedimento che potrebbe portare alla grazia di Sallusti: chi può chiederla, chi decide e quante ne ha concesse Napolitano fin qui

Oggi il ministro della Giustizia ha ricevuto da Giorgio Napolitano la domanda per concedere la grazia ad Alessandro Sallusti, il direttore del Giornale condannato in via definitiva a 14 mesi per omesso controllo e diffamazione. La domanda è stata presentata dall’avvocato di Sallusti, il politico del PdL ed ex ministro della Difesa Ignazio La Russa. Come ha confermato il ministro della Giustizia, Paola Severino, si avvieranno adesso le procedure ordinarie per la concessione della grazia, che è decisa in ultima istanza dal presidente della Repubblica.

L’articolo 87 della Costituzione italiana prevede, tra i poteri del presidente della Repubblica, che questi possa «concedere grazia e commutare le pene». Il sito del Quirinale spiega più nel dettaglio i poteri del presidente e gli effetti della sua azione:

Si tratta di un istituto clemenziale di antichissima origine che estingue, in tutto o in parte, la pena inflitta con la sentenza irrevocabile o la trasforma in un’altra specie di pena prevista dalla legge (ad esempio la reclusione temporanea al posto dell’ergastolo o la multa al posto della reclusione). La grazia estingue anche le pene accessorie, se il decreto lo dispone espressamente; non estingue invece gli altri effetti penali della condanna (art. 174 c.p.).

Nello specifico, il procedimento della concessione della grazia è disciplinato dall’articolo 681 del codice di procedura penale.

Chi ne fa richiesta
Chi può richiedere la grazia è il condannato oppure alcune altre persone a lui vicine, specificate dalla legge: un suo prossimo congiunto, il suo convivente, il suo tutore o curatore oppure il suo avvocato. Nel caso in cui un condannato sia detenuto, il presidente del consiglio di disciplina del penitenziario – solitamente il direttore o il vicedirettore – può fare richiesta della grazia per meriti particolari.

È possibile anche che il presidente della Repubblica conceda la grazia a un condannato senza che nessuno ne faccia richiesta.

A chi viene richiesta
La domanda di grazia va presentata al ministero della Giustizia ed è diretta al Presidente della Repubblica. Se chi ne fa richiesta è detenuto, può essere presentata al magistrato di sorveglianza.

La procedura
Il primo passo è che si apra un procedimento per valutare il singolo caso. Questo è curato dal procuratore generale presso la corte di appello oppure dal magistrato di sorveglianza (se il condannato è detenuto). Il sito del Quirinale spiega che nel procedimento si raccoglie «ogni utile informazione relativa, tra l’altro, alla posizione giuridica del condannato, all’intervenuto perdono delle persone danneggiate dal reato, ai dati conoscitivi forniti dalle Forze di Polizia, alle valutazioni dei responsabili degli Istituti penitenziari». Infine, chi cura il procedimento esprime il proprio parere e trasmette tutto al ministro della Giustizia.

Il ministro della Giustizia riceve il fascicolo, dà il parere favorevole o contrario al procedimento e poi lo trasmette a sua volta al Presidente della Repubblica. Il sito del Quirinale precisa che «come stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 200 del 2006, al Capo dello Stato compete la decisione finale».

Infine, se la decisione finale del Presidente della Repubblica è positiva, questa viene concessa con un decreto presidenziale.

Napolitano e la grazia
Alcuni aspetti della concessione della grazia sono cambiati – o meglio, si sono precisati – durante la presidenza di Giorgio Napolitano. Tre giorni dopo il suo insediamento, il 18 maggio 2006, la Corte costituzionale depositò la sentenza numero 200 e chiarì che la decisione ultima sulla grazia spettava al Presidente della Repubblica.

La questione era nata nel 2005 e riguardava Ovidio Bompressi, condannato a 22 anni per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. L’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi era favorevole alla concessione della grazia mentre il ministro della Giustizia Roberto Castelli era contrario e, concretamente, rifiutava la firma del provvedimento. Ciampi sollevò un conflitto e la Corte costituzionale decise che la firma del provvedimento da parte di Castelli era un atto dovuto, anche se al ministro spettava ancora di seguire la fase di istruttoria e di trasmettere il fascicolo al presidente della Repubblica con il suo parere. Se poi il presidente è in disaccordo con il ministro, emana il provvedimento di grazia e nel documento motiva anche il suo parere diverso.

Napolitano, dopo la sentenza, decise l’istituzione dell’Ufficio per gli Affari dell’Amministrazione della Giustizia che, tra le sue competenze, ha anche la gestione delle richieste di grazia (con l’apposito Comparto grazie).

Come informa il sito del Quirinale, Giorgio Napolitano ha concesso 18 volte la grazia e una volta la commutazione della pena da detentiva a pecuniaria. L’attuale Presidente della Repubblica ha concesso la grazia in quasi tutti i casi in cui il ministro era favorevole, mentre solo in tre casi ha deciso di non concederla. La grandissima parte delle richieste di grazia viene rifiutata e diverse centinaia sono state archiviate in seguito all’indulto: nei sei anni dal 2006 al 2012 ne sono state presentate oltre 2.100. Circa due terzi delle richieste proviene da persone condannate per omicidio, mafia o traffico di droga.

In tutta la storia della Repubblica italiana, i presidenti hanno concesso molte migliaia di provvedimenti individuali di grazia e commutazione della pena: circa 42.500. Il presidente che ne ha concessi di più (oltre quindicimila, un terzo del totale) è stato Luigi Einaudi, il primo della storia della Repubblica, mentre chi ne ha concessi meno è stato finora Napolitano.