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  • lunedì 8 Agosto 2011

Wen Jiabao è sempre più solo

Il primo ministro cinese continua a chiedere riforme ma nessuno lo ascolta, scrive il New York Times

Il New York Times ha raccontato ieri uno scenario della politica cinese in cui le inclinazioni più liberali del premier Wen Jiabao sarebbero molto in difficoltà di fronte alle resistenze del Partito Comunista cinese. La questione non è nuova e ha avuto dimostrazioni frequenti nel corso degli otto anni in cui Jiabao è stato a capo del governo cinese, il terzo leader del paese in ordine di importanza dopo il presidente Hu Jintao e del presidente del Comitato permanente dell’Assemblea Popolare Nazionale, Wu Bangguo.

Wen è di gran lunga il politico più popolare in Cina, ma all’interno del Partito Comunista i suoi continui appelli per le riforme lo hanno progressivamente isolato. E perfino i suoi sostenitori più liberali sono ormai sfiduciati che possa ottenere qualche risultato. «Quando divenne premier otto anni fa le persone avevano grandi aspettative, perché i suoi discorsi erano pieni di speranza», ha detto He Weifang, un intellettuale di Pechino. «Ma ora sono passati otto anni, il suo mandato sta per finire e non sappiamo se davvero abbia cercato di vincere le resistenze dei conservatori».

Wen non è mai stato particolarmente forte all’interno del Partito Comunista cinese e molti ora ammettono che forse non è mai stato un vero riformatore, ma soltanto il poliziotto buono di un sistema in cui tutti i poliziotti sono cattivi. Il suo comportamento dopo l’incidente ferroviario di Wenshou è emblematico, dice il New York Times. All’inizio il governo aveva deciso di mandare sul luogo soltanto il vice primo ministro Zhang Dejiang, ma una volta arrivato lì era stato duramente contestato da alcune decine di persone che protestavano contro la gestione dell’incidente da parte del governo. A quel punto il Partito ha deciso di inviare subito il premier Wen per placare la folla, nonostante fosse appena uscito dall’ospedale.

Wen ha ammesso davanti a tutti di avere avuto problemi di salute e ha tenuto un discorso molto toccante in cui ha chiesto giustizia per le vittime e ha promesso che la verità sarà accertata da un’inchiesta trasparente. Il Partito Comunista, per tutta risposta, ha evitato accuratamente di trasmettere il suo discorso in diretta e il giorno dopo la cronaca del suo intervento era già scomparsa dalle notizie dei media di stato. Una cosa simile era successa dopo il terremoto di Sichuan nel 2008. Anche in quel caso Wen aveva promesso che le autorità avrebbero accertato tutte le responsabilità. Oltre 2.500 persone furono impiegate nell’indagine, ma nessuno alla fine fu imputato. E gli unici a finire in prigione furono alcuni attivisti che avevano protestato duramente contro il governo.

Nell’agosto del 2010 Wen aveva tenuto un discorso durante una vistita a Shenzhen in cui avvertiva che «senza riforme politiche la Cina avrebbe perso tutto quello che aveva guadagnato grazie alle riforme economiche». Nell’ottobre dello stesso anno, durante un’intervista con CNN, aggiunse che «il bisogno di democrazia e libertà delle persone è irresistibile e che i cinesi dovrebbero poter criticare il governo più liberamente». La stampa di stato ignorò i suoi commenti in entrambi i casi, ma poco dopo il Quotidiano del Popolo iniziò a pubblicare una serie di editoriali che contestavano indirettamente le affermazioni di Wen. «Dire che in Cina le riforme politiche si sono fermate è falso», diceva uno di questi.

A 68 anni, con la pensione ormai in vista, conclude il New York Times, Wen probabilmente non ha più paura di essere rimproverato dal partito. Forse a questo punto il suo desiderio è solo quello di riuscire a contribuire alla formazione della prossima classe dirigente.