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  • Mercoledì 2 settembre 2026

Il Veneto ha approvato una legge sul suicidio assistito

È la prima regione di centrodestra a farlo e si aggiunge a Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna

Foto d'archivio di una raccolta firme per la proposta di legge regionale sul suicidio assistito, aprile 2026 (Claudio Furlan/LaPresse)
Foto d'archivio di una raccolta firme per la proposta di legge regionale sul suicidio assistito, aprile 2026 (Claudio Furlan/LaPresse)
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Il Veneto ha approvato una legge per regolamentare a livello regionale il suicidio assistito, la pratica con cui a certe condizioni ci si autosomministra un farmaco per morire: è la quarta regione ad avere una legge del genere dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, ma è la prima tra quelle governate dal centrodestra, che comprende partiti tradizionalmente ostili alla regolamentazione di questa pratica. In generale, a livello nazionale, sia il centrodestra che il centrosinistra stanno evitando da tempo di legiferare sul tema, nonostante numerosi inviti al parlamento da parte della Corte costituzionale.

In Italia il suicidio assistito è legale infatti proprio grazie a una sentenza del 2019 della Corte costituzionale, ma manca una legge che definisca tempi e modi per accedervi: questa carenza causa ostacoli e difficoltà burocratiche che spesso impediscono alle persone che ne avrebbero diritto di morire col suicidio assistito, oppure allungano inutilmente i tempi, insieme alle sofferenze fisiche e psicologiche per chi ha fatto la richiesta, che sono sempre persone con gravi patologie. È per questo che alcune regioni hanno cominciato a muoversi in autonomia.

In Veneto il consiglio regionale ha approvato la nuova legge con i voti di una parte della maggioranza di centrodestra, insieme a quelli dell’opposizione di centrosinistra. Nel centrodestra hanno votato a favore la Lega e Forza Italia, pur con divisioni interne e alcuni voti contrari, mentre ha votato contro in maniera compatta Fratelli d’Italia e anche l’unico consigliere regionale di Futuro Nazionale, il partito di estrema destra di Roberto Vannacci. Erano favorevoli alla legge, e sono stati decisivi per arrivare a questa approvazione, i due esponenti della Lega più importanti in Veneto: l’attuale presidente Alberto Stefani e Luca Zaia, che è stato presidente della regione per 15 anni e oggi presiede il consiglio regionale.

Alla fine l’approvazione è stata ampia: 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni.

Stefani ha però richiesto e ottenuto l’introduzione di alcuni emendamenti che rafforzano, nelle procedure di suicidio assistito, il ruolo delle cure palliative, cioè i trattamenti, farmacologici e non, per migliorare il più possibile la qualità della vita di una persona malata terminale. Cure palliative e suicidio assistito sono due modi distinti in cui una persona può scegliere di gestire l’ultimo periodo della sua vita: non si escludono a vicenda, ma nel dibattito politico vengono spesso (e spesso strumentalmente) presentate da chi è contrario al suicidio assistito come un’alternativa, se non come un passaggio obbligato per poter accedere alla pratica.

Gli emendamenti promossi da Stefani vanno in questa direzione. Prevedono che la commissione che valuta le richieste di suicidio assistito debba includere un medico palliativista, che gli altri membri della commissione debbano motivare eventuali dissensi rispetto alla sua posizione, e che la persona che fa richiesta per il suicidio assistito sia informata della possibilità di ricorrere alle cure palliative, tra le altre cose.

Come nelle altre regioni che l’avevano già fatto, la legge approvata dal Veneto si basa sulla proposta di legge presentata in tutta Italia dall’associazione Luca Coscioni, che si occupa di libertà di ricerca scientifica e diritti civili. Il consiglio regionale del Veneto aveva discusso una legge simile già nel 2024, ma fu bocciata per un solo voto. Anche in quel caso il centrodestra si divise, e fu decisiva l’astensione di una consigliera del Partito Democratico.

Finora il governo ha cercato di ostacolare il tentativo delle regioni di dotarsi in maniera autonoma di leggi sul suicidio assistito: ha impugnato davanti alla Corte costituzionale sia la legge della Toscana che quella della Sardegna; prima ancora, nel 2024, aveva fatto ricorso contro una delibera regionale che l’Emilia-Romagna aveva approvato per regolamentare il suicidio assistito, precedente all’approvazione della legge. Il governo sostiene che la regolamentazione sul suicidio assistito non sia di competenza delle regioni, ma dello Stato (è un argomento dibattuto, come spiegato estesamente in questo articolo).

Volantini per la raccolta firme per una proposta di legge sul suicidio assistito in Piemonte (Alpozzi/LaPresse)

La legge serve a stabilire tempi, modalità e procedure certe per il ricorso al suicidio assistito, che differisce dall’eutanasia (vietata in Italia) perché nel primo caso il paziente si somministra il farmaco letale in maniera autonoma, mentre nel secondo è richiesto un intervento esterno.

Avere criteri e procedure definite sul suicidio assistito è necessario perché la sentenza della Corte costituzionale che ha reso legale questa pratica nel 2019 ne ha stabilito solo i requisiti di accesso, non le modalità.

La sentenza dice che la persona che fa richiesta deve essere in grado di prendere decisioni libere e consapevoli, essere affetta da una patologia irreversibile che sia fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ritiene intollerabili (un criterio estremamente soggettivo e individuale), e deve essere «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale». È una definizione vaga, che può comprendere – sempre secondo sentenze della Corte costituzionale – ventilatori o respiratori meccanici, ma anche trattamenti sanitari, per esempio farmacologici, che se interrotti possono portare alla morte del paziente.