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  • Mercoledì 29 luglio 2026

Con Roberto Mancini la Nazionale andò molto bene e molto male

Giocava in modo ambizioso e «controculturale», e non perdeva quasi mai; poi qualcosa andò storto

Roberto Mancini nel settembre del 2024, durante una conferenza stampa mentre allenava la nazionale dell'Arabia Saudita (Fred Lee/Getty Images)
Roberto Mancini nel settembre del 2024, durante una conferenza stampa mentre allenava la nazionale dell'Arabia Saudita (Fred Lee/Getty Images)
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Nel 2018, quando Roberto Mancini diventò per la prima volta allenatore dell’Italia, le cose non andavano bene. La sorprendente vitalità della Nazionale degli Europei maschili di calcio del 2016 si era persa e l’Italia non era andata ai Mondiali del 2018. Con Mancini la Nazionale giocò bene, non perse per 37 partite e vinse gli Europei del 2021. L’anno dopo, però, mancò di nuovo la qualificazione ai Mondiali.

Mancini arrivò in Nazionale dopo l’esonero di Gian Piero Ventura da parte di Carlo Tavecchio, presidente della FIGC, la federazione che gestisce il calcio italiano e la Nazionale. Tavecchio stesso si dimise e per la FIGC fu nominato un commissario straordinario, Roberto Fabbricini. Già allora si provò a prendere come allenatore l’italiano più bravo, Carlo Ancelotti, che però non era interessato. Per diversi mesi l’allenatore della Nazionale fu quindi Luigi Di Biagio, che allenava l’Under 21.

Mancini arrivò in Nazionale nel maggio del 2018, dopo aver terminato anzitempo il proprio contratto con la squadra russa dello Zenit San Pietroburgo.

Senza Mondiali, nel 2018 l’Italia giocò 11 partite e ne vinse solo tre, contro Arabia Saudita, Stati Uniti e Polonia. Quella contro l’Arabia Saudita fu la prima partita con Roberto Mancini allenatore: con toni decisamente troppo pomposi perfino per il calcio italiano, cinque anni dopo la FIGC definì quella vittoria «la ripartenza dopo “l’Apocalisse”».

Mancini diede grande importanza a uno dei centrocampisti più forti al mondo in quegli anni, Jorginho, che Ventura non convocava, e diede alla squadra idee di gioco chiare, basate sul possesso del pallone e su un modulo ben preciso, il 4-3-3.

Nel 2019 l’Italia vinse 10 partite su 10, e non ne perse nemmeno l’anno seguente. Arrivò quindi agli Europei del 2021 con grandissima fiducia. «E se il fuoriclasse fosse in panchina?» si chiedeva il Corriere della Sera dopo la vittoria per 3-0 contro la Turchia nella prima partita della fase a gironi.

In tutto il torneo nessun attaccante italiano fece più di due gol, ma le responsabilità offensive se le prese in parte anche l’ottimo centrocampo della Nazionale: con Marco Verratti, Nicolò Barella e Jorginho fu probabilmente il migliore di quegli Europei.

Nei suoi momenti migliori, quell’Italia di Mancini era una squadra «controculturale per il nostro calcio», perché «dominava le partite col pallone, e con esso difendeva e si riposava, e poi accelerava il palleggio all’improvviso», ha scritto Emanuele Atturo su Ultimo Uomo. Gli esterni d’attacco Federico Chiesa, Lorenzo Insigne, Federico Bernardeschi e Domenico Berardi vennero esaltati da questi princìpi di gioco. Quando il gioco offensivo era meno brillante (e agli Europei, soprattutto nella fase a eliminazione diretta, non lo fu), l’Italia diventava «una squadra dura, spigolosa, a cui era innanzitutto difficile segnare».

Il 22enne portiere Gianluigi Donnarumma si dimostrò talmente decisivo da essere premiato come miglior giocatore del torneo, un premio che solo di rado viene dato a un portiere. Nella finale di Wembley, stadio di Londra nel quale gli inglesi giocavano in casa, Mancini fu molto apprezzato per come gestì cambi e cambiamenti tattici a partita in corso.

In quegli Europei diversi calciatori giocarono le migliori partite delle loro carriere, non solo in Nazionale: Insigne, Chiesa, i terzini Leonardo Spinazzola (eccezionale fino ai quarti di finale, quando si infortunò) e Giovanni Di Lorenzo e il centrocampista di riserva Matteo Pessina. Oltre alla tattica, Mancini riuscì a fare quella cosa che spesso risulta determinante in un torneo di quel tipo: dare un senso di squadra, di grande coesione collettiva, di unione generale verso un unico obiettivo comune.

Buona parte del merito fu di Gianluca Vialli, che era il capo delegazione (aveva cioè un ruolo di raccordo tra squadra e federazione). Ex calciatore e compagno d’attacco di Mancini nella migliore Sampdoria di sempre, Vialli – che già aveva un tumore – fu raccontato come fondamentale e determinante, sia da Mancini che dai calciatori. Restò capo delegazione dell’Italia fino alle settimane precedenti alla sua morte, nel gennaio del 2023, a causa di un aggravarsi del suo tumore al pancreas.

Nei mesi successivi agli Europei l’Italia di Mancini giocò altre partite importanti. Nel girone di qualificazione ai Mondiali del 2022, per due volte non riuscì a battere la Svizzera. In entrambe le partite Jorginho sbagliò un calcio di rigore.

Anche a causa di due pareggi contro Bulgaria e Irlanda del Nord, partite nelle quali l’Italia faticò molto a creare azioni offensive, il girone di qualificazione lo vinse la Svizzera. L’Italia finì di nuovo agli spareggi, e di nuovo venne eliminata. Fu una sconfitta molto inattesa, contro la Macedonia del Nord.

A differenza della mancata qualificazione di quattro anni prima contro la Svezia, quando l’Italia era in profonda crisi e le premesse per il disastro erano visibili, questa volta i presupposti per un secondo fallimento non erano così evidenti.

Mancini e il presidente della FIGC Gabriele Gravina non si dimisero. Tuttavia le cose non migliorarono, né in campo (l’Italia perse 3-0 la Finalissima contro l’Argentina) né fuori: Mancini si lamentò per esempio perché poteva convocare in Nazionale solo «ragazzi giovani», alcuni dei quali non giocavano «nemmeno in Serie A».

La comunicazione di Mancini si fece cupa e negativa. Citava spesso il fatto che al Mondiale l’Italia non si era qualificata, parlava di un attacco da migliorare e di concetti vaghi come la necessità di ritrovare entusiasmo. Nel settembre del 2022 gli chiesero perché fosse rimasto ad allenare la Nazionale e rispose: «Sinceramente non lo so».

Le peculiarità che avevano reso l’Italia di Mancini una squadra in grado di non perdere per 37 partite consecutive sembravano scomparse. Col netto calo di prestazioni dell’Italia c’entravano anche tanti infortuni, l’invecchiamento o il ritiro di giocatori importanti e carismatici e la mancata affermazione di giovani che sembravano promettenti.

A sorpresa, poi, nell’agosto del 2023, Mancini si dimise. Mancavano poche settimane all’inizio delle qualificazioni agli Europei del 2024. Da pochi giorni, inoltre, era stato nominato responsabile anche delle nazionali Under 21 e Under 20, in seguito a una generale riorganizzazione della parte sportiva della FIGC.

Pochi giorni dopo Mancini divenne l’allenatore della nazionale dell’Arabia Saudita (incarico che lasciò dopo poco più di un anno di risultati deludenti). «Se Gravina avesse voluto, mi avrebbe trattenuto. Non l’ha fatto», disse Mancini.

– Leggi anche: L’Italia tra Mancini e Mancini