Cosa sono le “intercettazioni a strascico” che stanno facendo litigare la destra

Al Senato la maggioranza è nuovamente divisa: c'entra la legge elettorale ma anche una richiesta del procuratore nazionale antimafia

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani all'assemblea nazionale di Confcommercio, Roma, 10 giugno 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani all'assemblea nazionale di Confcommercio, Roma, 10 giugno 2026 (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Caricamento player

Martedì l’aula del Senato inizierà l’esame di un decreto-legge che riguarda giustizia e immigrazione. La discussione sarà molto delicata: intorno a questo provvedimento si sta consumando da settimane un duro scontro tra Fratelli d’Italia e Forza Italia. Inoltre, il dissidio su questo decreto si è intrecciato con le tensioni che riguardano la legge elettorale. E non è dunque affatto remota l’ipotesi che la maggioranza torni a dividersi di nuovo, in modo plateale, dopo quanto accaduto alla Camera il 14 luglio scorso.

– Leggi anche: Montecit. – Se cade il mondo

Il conflitto riguarda in particolare un emendamento presentato dal senatore di Fratelli d’Italia Gianni Berrino e un altro, analogo, del suo collega di partito Sandro Sisler, che reintroducono le cosiddette intercettazioni “a strascico”, cioè quelle intercettazioni che possono essere utilizzate come prove anche in procedimenti diversi da quelli per i quali sono state autorizzate. Per disporre le intercettazioni c’è bisogno, infatti, che il pubblico ministero, cioè il magistrato che conduce le indagini, ottenga una specifica autorizzazione dal giudice competente, sulla base di una richiesta motivata per quel particolare caso.

L’articolo 270 del codice di procedura penale di fatto vieta l’utilizzo delle intercettazioni per procedimenti diversi da quelli per i quali sono state disposte. Berrino e Sisler propongono invece di modificare la norma per consentire questo utilizzo “a strascico” nei casi di reati connessi alla criminalità organizzata, al terrorismo e alla tratta di esseri umani. Questo ha generato problemi tecnici e politici, di merito e di metodo, nella maggioranza.

Innanzitutto c’è un precedente di cui bisogna tener conto. Nell’agosto del 2023 il governo aveva approvato un decreto-legge, poi convertito definitivamente dal parlamento a ottobre, che aveva limitato notevolmente l’utilizzo delle intercettazioni a strascico, che invece il governo di centrosinistra di Giuseppe Conte, nel 2019, aveva esteso.

Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare Antimafia, e Giovanni Melillo, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, durante un convegno al Senato, l’8 maggio 2025 (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Insomma, a distanza di due anni c’è stato un ribaltamento delle posizioni nella maggioranza. Il motivo è che all’inizio di maggio scorso il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo ha scritto una lettera ai ministri di Interno e Giustizia, Matteo Piantedosi e Carlo Nordio, e alla presidente della commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo di Fratelli d’Italia, per segnalare come la legge del 2023 rendesse più difficili le indagini sulla criminalità organizzata e sul terrorismo.

L’iniziativa di Melillo aveva generato alcuni imbarazzi in Fratelli d’Italia, perché quando nel 2023 la maggioranza si apprestava ad approvare la nuova legge contro le intercettazioni a strascico, le opposizioni, e in particolare il Movimento 5 Stelle, contestarono questa norma con toni veementi, parlando di un «regalo alle mafie» e di un «indebolimento della lotta» alla criminalità organizzata. Dal governo replicarono in modo sprezzante, definendo infondate e indegne quelle accuse. Le stesse che però, ora, vengono convalidate da Melillo.

Questo è stato un problema soprattutto per Fratelli d’Italia, che fa da sempre della lotta alla mafia un proprio dichiarato caposaldo. Tanto più a ridosso delle cerimonie di commemorazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a cui non a caso Meloni ha voluto partecipare. A questo punto c’è stato un primo scontro: il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, di Forza Italia, a metà maggio aveva escluso con fare perentorio la possibilità che il governo tornasse indietro rispetto alla legge del 2023. La presidente della commissione Antimafia, Colosimo, è parsa invece subito molto sensibile al richiamo di Melillo.

Meloni, proprio alla vigilia di un suo viaggio a Palermo per una cerimonia in ricordo di Falcone, ha annunciato la sua decisione, condividendo la posizione di Colosimo e contraddicendo in sostanza gli orientamenti espressi dal ministero della Giustizia. La conseguenza diretta della posizione presa da Meloni sono gli emendamenti di Berrino e di Sisler: depositati, in modo un po’ precipitoso, al primo provvedimento potenzialmente utile, cioè appunto quello su giustizia e immigrazione approvato dal Consiglio dei ministri il 12 giugno, ora in discussione al Senato.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, e il suo vice Francesco Paolo Sisto, al Senato, il 29 ottobre 2025 (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Forza Italia ha subito manifestato la propria contrarietà, dicendo che una modifica così significativa non può essere introdotta con questa fretta in un decreto da approvare d’urgenza, prima della scadenza prevista l’11 agosto. Ma al di là del metodo, c’era un’obiezione di merito: il partito di Antonio Tajani è notoriamente quello più garantista nella coalizione di destra, e più ostile all’idea di aumentare i poteri inquisitori dei magistrati che indagano. È una posizione che deriva direttamente dal fondatore Silvio Berlusconi, che si definiva il più «perseguitato dalla magistratura di tutte le epoche».

Le turbolenze che ne sono derivate si sono poi esasperate ancor più quando gli emendamenti di Berrino e di Sisler sono diventati, un po’ strumentalmente, l’occasione per una sorta di regolamento di conti tra Forza Italia e Fratelli d’Italia. Forza Italia ha infatti grosse perplessità sulla riforma della legge elettorale voluta da Meloni. È proprio su quella misura che alla Camera, il 14 luglio, il governo è stato sconfitto: anche perché una cinquantina di deputati di destra, e tra questi parecchi di Forza Italia, approfittando del voto segreto, hanno votato contro le indicazioni del governo.

Meloni vuole riproporre quell’emendamento al Senato, dove non è previsto in questi casi il voto segreto. E Forza Italia sta manifestando in vari modi il proprio malcontento. Non potendo concretizzare questo fastidio sulla legge elettorale, perché sarebbe un atto di insubordinazione troppo aperto e plateale che verosimilmente porterebbe a una crisi di governo, Forza Italia ha iniziato a prendersela con altri provvedimenti. Come gli emendamenti di Berrino e Sisler.

Per via di tutto ciò la discussione del decreto nelle commissioni competenti, Giustizia e Affari costituzionali, s’è rivelata subito piuttosto tribolata. Alla fine, cosa assai rara, la maggioranza ha deciso di portare il provvedimento in aula senza votare un mandato al relatore. È una procedura un po’ estrema, che prevede che in aula si esamini il provvedimento ripartendo dal testo iniziale, votando da capo tutti gli emendamenti.

Martedì pomeriggio si inizierà dunque a discutere del decreto in aula, e lo si farà con grande frenesia, con tempi strettissimi. Berrino e Sisler non hanno ancora deciso se riproporranno i loro contestati emendamenti in aula. «Dobbiamo confrontarci col nostro partito: sono questioni politicamente delicate», dice Berrino. Sarà quello il primo passaggio decisivo: se quegli emendamenti verranno mantenuti da Fratelli d’Italia, significa che Meloni vuole tenere il punto, anche a costo di esasperare le tensioni interne alla maggioranza.

C’è tuttavia un’altra corrente, dentro Fratelli d’Italia, che predica una linea di maggior cautela. Il ministro per i Rapporti col parlamento, Luca Ciriani, da giorni si spende per un compromesso, secondo cui le norme di Berrino e Sisler verrebbero ritirate da questo decreto e ripresentate in un successivo provvedimento. Anche Ignazio La Russa, presidente del Senato e uno dei fondatori di Fratelli d’Italia insieme a Meloni, è parso incline alla prudenza.

Potrebbe essere proprio lui a risolvere la questione: se dichiarasse inammissibili quegli emendamenti, con un pretesto più o meno solido, potrebbe lasciarli decadere, scongiurando il rischio di ulteriori divisioni. Altrimenti è verosimile che Forza Italia non voti a favore di quegli emendamenti, lasciando eventualmente che vengano approvati grazie al sostegno di una parte delle opposizioni, che voterebbero insieme a Lega e Fratelli d’Italia.