Il governo è stato sconfitto in un importante voto sulla legge elettorale alla Camera

Riguardava un emendamento promosso da Fratelli d’Italia e sostenuto esplicitamente da Meloni, su cui la maggioranza era già divisa

Alcuni ministri del governo Meloni dopo il risultato del voto alla Camera a Roma, 14 luglio 2026 (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)
Alcuni ministri del governo Meloni dopo il risultato del voto alla Camera a Roma, 14 luglio 2026 (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)
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Martedì pomeriggio alla Camera la destra è stata battuta dall’opposizione in una votazione molto importante sulla legge elettorale. Riguardava un emendamento promosso da Fratelli d’Italia e da altri due partiti minori centristi della coalizione, Noi Moderati e l’Unione di Centro. L’emendamento era stato depositato lunedì, e si era subito capito che Lega e Forza Italia erano contrari: non avevano infatti condiviso la proposta, rifiutandosi di sottoscriverla, nonostante le varie riunioni dei giorni precedenti all’interno della coalizione per favorire un’intesa.

L’emendamento riguardava l’introduzione delle preferenze, cioè il voto diretto dei candidati da parte dell’elettore, sia pure in un formato ibrido un po’ contorto. Era sostenuto espressamente dal governo e martedì è stato bocciato con 188 voti contrari, mentre i favorevoli sono stati 187. Un solo voto di scarto, dunque.

In aula la destra partiva da una maggioranza di circa 80 deputati: vuol dire che grosso modo quaranta esponenti di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, approfittando del voto segreto, hanno votato contro le indicazioni del proprio governo, di fatto contraddicendo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Le regole della Camera prevedono infatti che sulle materie elettorali si possa votare a scrutinio segreto.

C’erano comunque dubbi diffusi anche nel gruppo di Fratelli d’Italia: per i parlamentari eletti senza preferenze, come quelli che siedono oggi alla Camera e al Senato, approvare un provvedimento che introduce le preferenze significa del resto mettere fortemente in dubbio la possibilità di essere rieletti.

La sconfitta della maggioranza su un singolo emendamento non comporta necessariamente conseguenze dirette sul governo, che dunque potrà restare in carica. Ma è un fatto politico notevole: Meloni infatti aveva investito molto sulla riforma della legge elettorale, facendone una priorità assoluta del suo governo, tanto più dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia di marzo, e aveva reso una propria battaglia politica l’introduzione delle preferenze. L’essere stata contraddetta dalla sua stessa maggioranza la mette quindi chiaramente in imbarazzo.

Subito dopo il voto sono intervenuti i principali leader delle opposizioni presenti in aula: Elly Schlein del PD, Giuseppe Conte del Movimento 5 Stelle, Maria Elena Boschi di Italia Viva e Riccardo Magi di +Europa: sono stati tutti compatti nel chiedere a Meloni di prendere atto di questa sostanziale sfiducia da parte della sua maggioranza e di dimettersi. Da parte del capogruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, c’è stato subito il tentativo di ridimensionare l’incidente. Il tutto, in un’aula della Camera terribilmente agitata e sovreccitata: con urla, schiamazzi, proteste e polemiche.

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, durante il voto segreto sull’emendamento alla Camera, Roma, 14 luglio 2026 (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Con la sua proposta Meloni ha tentato una grossa forzatura politica: pur essendo consapevole delle resistenze diffuse nei gruppi di maggioranza, ha imposto comunque che l’emendamento venisse presentato. Formalmente ne è rimasta fuori: negli ultimi giorni aveva evitato di esporsi direttamente, preferendo invece mantenere vari impegni istituzionali fuori da Roma e fuori dall’Italia, e aveva sempre detto che la materia elettorale è di prerogativa parlamentare, e che dunque il governo non era direttamente coinvolto. Ma sono stati tentativi un po’ di maniera.

Meloni si era esposta in prima persona nelle ultime ore prima del voto, forse comprendendo che solo con un suo intervento diretto avrebbe potuto sperare di ottenere l’approvazione dell’emendamento. Per prima cosa aveva chiesto a ministri e sottosegretari di essere in aula per votare; poi aveva pubblicato un inusuale post sui propri canali social per contestare la decisione – legittima, prevista dal regolamento – di procedere col voto segreto, con un atto che è parso come il tentativo di porre una sorta di questione di fiducia indiretta sull’emendamento, chiedendo dunque a tutti i deputati di maggioranza di essere fedeli alla linea del governo.

Il governo infine ha rinunciato a rimettersi all’aula e ha espresso un proprio parere sull’emendamento, con una decisione che è stata interpretata come un modo di indirizzare il voto dei deputati di maggioranza.

Quando si vota questo tipo di emendamenti il governo ha due possibilità: può esprimere il suo parere – favorevole o contrario – oppure rimettersi all’aula: significa, sostanzialmente, evitare di prendere posizione. In questo caso ci si aspettava che il governo scegliesse la seconda opzione, e fino al primo pomeriggio di martedì questa era in effetti l’intenzione della ministra per le Riforme, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Poi, però, il governo ha deciso di dare il proprio parere favorevole.

Col senno di poi, questa decisione ha avuto però l’effetto di caricare di ulteriore valore politico questa sconfitta della maggioranza.

Dopo il voto, e le grosse polemiche che ne sono seguite, la maggioranza ha deciso di proseguire la discussione sulla legge elettorale, che riprenderà dopo una breve pausa. Meloni ha scritto sempre sui social che «ha vinto di nuovo la palude», ma che comunque «serve una riflessione» sul fatto che nella maggioranza siano mancati molti voti.

I membri del governo in aula (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

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