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  • Lunedì 13 luglio 2026

Il “viceré” del Venezuela

Il segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha rapporti stretti con la presidente Delcy Rodríguez, che dipende da lui per praticamente tutto

Il segretario di Stato Marco Rubio a Tokyo, 28 ottobre 2025 (AP Photo/Mark Schiefelbein)
Il segretario di Stato Marco Rubio a Tokyo, 28 ottobre 2025 (AP Photo/Mark Schiefelbein)
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Un’inchiesta approfondita del New York Times ha raccontato come il segretario di Stato statunitense Marco Rubio stia di fatto governando il Venezuela: controlla a distanza l’operato della presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez e prende tutte le decisioni più importanti sulla gestione delle finanze, delle risorse naturali e della vita politica del paese.

Rodríguez era la vice dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, rimosso dagli Stati Uniti lo scorso gennaio con un’operazione militare. Al tempo Rubio, che ha origini cubane e parla spagnolo, chiamò al telefono Rodríguez e le disse che poteva scegliere tra collaborare con gli Stati Uniti o stare a guardare mentre questi attaccavano il Venezuela. Rodríguez accettò di collaborare, e da quel momento dipende per praticamente qualsiasi decisione dagli Stati Uniti, e in ultima istanza da Rubio.

L’inchiesta del New York Times è basata su interviste con una decina di persone vicine ai governi degli Stati Uniti e del Venezuela, molte delle quali sono rimaste anonime. Rubio non è mai stato in Venezuela dalla rimozione di Maduro, ma ha contatti continui con il paese e parla spesso su WhatsApp con Rodriguez: i due si scambiano auguri di compleanno, foto e altri messaggi cordiali, ma il rapporto di potere è chiaramente impari e sbilanciato a favore di Rubio.

Rubio è stato soprannominato da funzionari e membri dell’amministrazione “viceré” del Venezuela, come erano chiamati i rappresentanti del re nei vari territori dell’impero spagnolo, che includeva parte dell’attuale Venezuela.

La presidente venezuelana ad interim Delcy Rodríguez con il segretario all’Interno statunitense Doug Burgum a Caracas, 4 marzo 2026 (AP Photo/Ariana Cubillos)

Il controllo delle enormi riserve di petrolio del Venezuela è sempre stato uno degli obiettivi principali del presidente statunitense Donald Trump. Subito dopo la rimozione di Maduro, gli Stati Uniti hanno commissariato le esportazioni: oggi controllano le vendite di petrolio all’estero e poi versano parte dei ricavi al regime di Rodriguez, con un sistema che il New York Times ha paragonato a un genitore che dà la paghetta ai figli. Questo ha reso il governo venezuelano completamente dipendente dagli Stati Uniti anche per le sue funzioni più basilari, come pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici.

Il governo venezuelano ha anche accettato di sottoporre ogni mese un bilancio all’amministrazione Trump, di fatto concedendole un controllo sulla propria gestione economica.

Rubio supervisiona l’applicazione delle sanzioni statunitensi e di fatto decide con chi il governo venezuelano può fare affari, privilegiando le compagnie statunitensi. Ha avuto l’ultima parola anche sulle nomine governative, fatte formalmente da Rodríguez, che su impulso degli Stati Uniti ha allontanato vari stretti collaboratori di Maduro.

– Leggi anche: Gli Stati Uniti stanno commissariando il petrolio del Venezuela

Rodríguez dipende da Rubio anche per la gestione della sua immagine e della sua comunicazione pubblica: i suoi messaggi sui social devono essere approvati prima della pubblicazione, così come le interviste e i viaggi all’estero. In generale la posizione del suo governo deve essere allineata a quella dell’amministrazione Trump. Per esempio, all’inizio della guerra in Medio Oriente il ministro degli Esteri venezuelano Yván Gil diffuse su X un messaggio in cui criticava gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran (pur senza mai menzionare esplicitamente i primi due paesi). Il post venne presto cancellato, su richiesta dell’amministrazione Trump.

Il presidente statunitense Donald Trump con il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il segretario di Stato Marco Rubio alla riunione della NATO ad Ankara, in Turchia, 8 luglio 2026 (AP Photo/Francisco Emrah Gurel)

Rubio ha descritto i piani dell’amministrazione Trump per il Venezuela come divisi in tre fasi: ripresa dell’economia, stabilizzazione e infine transizione verso la democrazia. L’amministrazione sostiene di essere nella seconda fase, anche se tutto è stato complicato dai due potenti terremoti di fine giugno, in cui sono morte oltre 4mila persone (un conteggio che probabilmente continuerà ad aumentare). Dopo i terremoti, gli Stati Uniti hanno inviato in Venezuela circa 900 militari e 300 milioni di dollari in aiuti.

L’ultima fase prospettata, quella della transizione democratica, sembra invece ancora lontana. Il governo di Rodriguez continua a silenziare il dissenso e reprimere gli oppositori, e non c’è una reale prospettiva di elezioni democratiche nel breve termine. La decisione, comunque, sarà di Rubio.

Il ruolo prominente di Rubio è coerente con la sua lunga carriera politica, iniziata nel 2000 con il sostegno della corposa comunità di esuli cubani di Miami. Rubio ha sempre sostenuto – e sostiene ancora – la necessità di rovesciare il regime comunista che governa l’isola e ha parecchio criticato altri regimi latinoamericani, compreso quello venezuelano di Hugo Chávez prima e di Maduro poi. Tra le altre cose era stato tra i principali promotori della campagna di pressione fatta dagli Stati Uniti contro il Venezuela alla fine del 2025, terminata con la rimozione di Maduro.

È anche uno dei più probabili candidati Repubblicani alla presidenza per le elezioni del 2028, insieme al vicepresidente J.D. Vance (Trump non potrà ricandidarsi perché ha raggiunto il limite di due mandati).

– Leggi anche: In Venezuela l’amnistia funziona alle condizioni del regime