Perché i terremoti in Venezuela sono stati così devastanti
Non è solo questione di magnitudo, ma del sistema di faglie coinvolto e della mancanza di edifici antisismici adeguati

I due terremoti del 24 giugno in Venezuela sono stati tra i più devastanti degli ultimi tempi, sia per la loro magnitudo sia per i danni agli edifici e alle infrastrutture, con crolli che hanno causato la morte di almeno 235 persone. La combinazione dell’alto pericolo sismico del paese e la scarsa presenza di edifici costruiti con criteri antisismici ha determinato una situazione critica, con emergenze difficili da affrontare.
La prima scossa è stata di magnitudo 7.2 ed è stata seguita meno di un minuto dopo da un secondo terremoto di magnitudo 7.5. La vicinanza dei due eventi ha contribuito ad amplificare gli effetti, con crolli di edifici che meno di un minuto prima erano già stati sensibilmente danneggiati dalla prima scossa.
La parte settentrionale del Venezuela è una delle zone più sismiche dei Caraibi. In quell’area si incontrano due enormi blocchi della crosta terrestre: la placca caraibica e quella sudamericana. Queste placche, come tutte quelle che costituiscono la crosta, sono in lento e continuo movimento. Ciò determina punti di sfregamento, avvicinamento e allontanamento, lungo i quali si accumulano fortissime tensioni dovute alla rigidità del materiale roccioso.
La tensione non si concentra in una sola frattura, ma in una più vasta rete di faglie, cioè di grandi spaccature della crosta terrestre. Nel caso del Venezuela settentrionale la più importante è il cosiddetto sistema Boconó-San Sebastián-El Pilar, che ha una lunghezza di circa 1.300 chilometri e attraversa il Venezuela fino all’isola di Trinidad. Le due placche scorrono una accanto all’altra con movimenti di un centimetro circa all’anno: è uno spostamento lentissimo, ma sufficiente ad accumulare nel tempo enormi quantità di energia.
Quando l’accumulo supera la capacità delle rocce di resistere, queste cedono all’improvviso lungo la faglia e si sviluppa il terremoto. I due forti terremoti sono avvenuti proprio lungo la faglia di San Sebastián, una delle principali dell’intero sistema. La rottura è avvenuta a 10-20 chilometri di profondità, quindi le scosse sono state relativamente superficiali e questo ha influito sulla loro capacità di causare danni. Durante la rottura, i due lati della faglia sono scivolati orizzontalmente uno rispetto all’altro.
La faglia che si è attivata è molto conosciuta dai sismologi, perché fa parte del sistema che da secoli provoca alcuni dei terremoti più forti del paese. Ne furono registrati di devastanti nel 1641, nel 1812, nel 1900 e più di recente nel 1967.

La rapida successione di due scosse di alta magnitudo è uno degli aspetti più particolari di questo terremoto. In casi come questo si parla spesso di sequenza sismica rapida in successione o di “doppietta”, un fenomeno noto per essere altamente distruttivo. Le analisi sui dati sismici sono però ancora in corso e sarà necessario del tempo prima di confermare se si sia trattato di due terremoti che si sono attivati nello stesso modo o di due fenomeni correlati, ma con caratteristiche diverse.

Puerto Cabello, Venezuela, 25 giugno 2026 (AP Photo/Jacinto Oliveros)
La magnitudo e la sequenza non sono comunque gli unici elementi che determinano il danno. Il modo in cui sono costruiti gli edifici e le infrastrutture, nonché la loro età, sono ulteriormente importanti e determinanti.
La maggior parte degli edifici costruiti a Caracas e La Guaira, una delle zone più interessate, non rispetta i moderni criteri antisismici. Significa che possono verificarsi danni e crolli non solo con terremoti di alta magnitudo, ma anche con quelli meno energetici e che di solito non provocano molti problemi in presenza di edifici adeguati.
Si stima inoltre che circa l’80 per cento della popolazione venezuelana viva in zone sismiche in prossimità delle faglie più pericolose. Gli edifici, specialmente dell’edilizia popolare, sono costruiti molto vicini tra loro e questo aumenta il rischio di un “effetto domino” dei crolli, con palazzi che crollando ne danneggiano altri nelle vicinanze causando ulteriori danni.
Il Venezuela è inoltre in gravissimi problemi economici da anni e la mancanza di risorse si è riflessa sulla scarsa manutenzione delle sue infrastrutture. I due terremoti hanno causato la rottura dei sistemi elettrici e delle tubature, in particolare quelle per il trasporto del gas, con il risultato di incendi diffusi tra le macerie che hanno complicato le attività di soccorso rendendo in alcuni casi impossibile raggiungere le persone ferite sotto le macerie.
Chi si occupa di emergenze e protezione civile dice spesso che il terremoto è un fenomeno naturale e inevitabile, mentre la portata dei suoi effetti dipende molto dalle scelte umane. I terremoti di magnitudo 7 sono particolarmente energetici e pericolosi, ma con una corretta preparazione si può ridurre il rischio di effetti devastanti per la popolazione.

La Guaira, Venezuela, 25 giugno 2026 (AP Photo/Javier Campos)
In Giappone, uno dei paesi a più alto pericolo sismico, raramente i terremoti di magnitudo comparabile a quella del Venezuela causano danni molto gravi. Fare confronti solo sulla magnitudo può essere difficile e talvolta fuorviante, in un terremoto ci sono moltissime variabili di contesto e legate alla conformazione del territorio, ma i benefici della mitigazione del rischio sono spesso evidenti dove vengono applicati.
L’approccio giapponese è preventivo, con una grande attenzione alla mitigazione del rischio che passa attraverso regole molto severe per la costruzione degli edifici, che vengono aggiornate di frequente sulla base delle nuove evidenze spesso raccolte dopo eventi sismici nel paese. Il Giappone può inoltre fare affidamento su un’ampia rete per la rilevazione in tempo reale dei terremoti, collegata a un sistema di allerta efficiente. Accorgimenti di questo tipo rendono il sistema nel complesso meno vulnerabile e orientato alla sola emergenza, come avviene invece in molti altri posti nonostante il loro marcato rischio sismico.



