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  • Venerdì 5 giugno 2026

Quale sarà il prossimo paese dei Balcani a entrare nell’Unione Europea?

Se ne discute a un incontro in Montenegro, che tra i sei paesi che hanno avviato le pratiche è il più vicino a farcela

I leader politici dell'Unione Europea e dei  paesi dei Balcani occidentali in una foto prima dell'incontro di Tivat, in Montenegro, 5 giugno 2026  (AP Photo/Risto Bozovic)
I leader politici dell'Unione Europea e dei  paesi dei Balcani occidentali in una foto prima dell'incontro di Tivat, in Montenegro, 5 giugno 2026  (AP Photo/Risto Bozovic)
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Venerdì alcuni tra i più influenti politici europei hanno incontrato a Tivat, in Montenegro, i capi di stato o di governo di sei paesi balcanici che hanno avviato le procedure per entrare nell’Unione Europea: Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord, Kosovo, Serbia e appunto Montenegro. Ciascuno è in una fase diversa del processo, che prevede anni o anche decenni di trattative, pensate per evitare che dopo l’eventuale adesione il paese diventi un problema politico o economico per la stabilità dell’Unione.

Da qualche anno però si sta cercando di accelerare le procedure: da un lato perché i paesi candidati premono per entrare, dato che in molti casi hanno già legami economici con l’Unione; dall’altro perché dopo l’invasione russa dell’Ucraina si è consolidata in Europa l’idea che una maggiore integrazione dei Balcani occidentali possa fare da argine ai tentativi della Russia di allargare la propria sfera di influenza nel continente.

All’incontro in Montenegro erano presenti il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente del Consiglio Europeo Ursula von der Leyen, tra gli altri. Doveva essere presente anche Giorgia Meloni, ma alla fine ha rinunciato, ufficialmente perché la cerimonia in onore dell’Arma dei Carabinieri, a cui la presidente aveva deciso di partecipare, si è prolungata più del previsto.

Lunedì Antonio Costa, il presidente del Consiglio Europeo (l’organo che riunisce i 27 capi di stato e di governo), aveva definito l’allargamento nella regione come «un investimento di pace, stabilità e sicurezza», ribadendo una posizione che l’Unione aveva già preso ufficialmente alla fine dell’anno scorso, durante un incontro simile a quello di Tivat.

Come è noto, entrare nell’Unione Europea è complicato: a ciascun paese candidato è richiesto di adeguarsi a determinati standard in termini di democrazia, politiche ambientali ed economiche e relazioni esterne, tra le altre cose. In tutto ci sono 35 “capitoli”, divisi in sei ambiti generali. I capitoli si affrontano uno alla volta e ciascuno può essere chiuso soltanto quando entrambe le parti sono soddisfatte.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Tivat, 5 giugno 2026 (AP Photo/Risto Bozovic)

L’ultimo paese a entrare nell’Unione Europea fu la Croazia, nel 2013: non succede quindi da oltre 10 anni, anche a causa di criteri così rigidi. Al tempo stesso, negli ultimi vent’anni l’entrata di paesi con democrazie più vulnerabili alle ingerenze esterne o alle derive autocratiche (come lo sono state l’Ungheria di Viktor Orbán e la Polonia durante i governi del partito di estrema destra Diritto e Giustizia) hanno convinto molti paesi nell’Unione della necessità di un approccio rigoroso.

– Leggi anche: L’Unione Europea ha smesso di allargarsi

Sono candidati anche tre paesi dell’Europa dell’est, Ucraina, Moldavia e Georgia, e la Turchia, con cui però i negoziati sono fermi da tempo.

Nei Balcani occidentali il paese più avanti nelle trattative è il Montenegro, che lo scorso aprile è entrato nella fase di stesura del trattato di adesione. È candidato dal 2010 e l’obiettivo è formalizzare l’entrata entro l’anno prossimo. Dal 2002 ha adottato unilateralmente l’euro (come il Kosovo, che però è molto più indietro). Dal 2017 è anche membro della NATO.

Il secondo paese allo stadio più avanzato è l’Albania: è candidata dal 2014 e finora ha aperto le trattative su tutti e sei gli ambiti generali. L’obiettivo del governo di Edi Rama è riuscire a entrare entro il 2030. La Bosnia Erzegovina invece è il candidato più recente: ha ottenuto lo status nel 2022 e non ha ancora aperto i negoziati. Sugli altri quattro paesi pesano alcune questioni politiche che stanno rallentando il processo.

Per la Serbia i problemi principali sono la posizione ambigua del presidente Aleksandar Vučić verso la Russia e le garanzie sullo stato di diritto. Vučić governa dal 2012 in modo sempre più autoritario e finora si è rifiutato di imporre sanzioni alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina (la Serbia dipende dal gas russo per il fabbisogno energetico del paese). Sta inoltre reprimendo con la forza le grandi proteste in corso nel paese dal 2024.

Il presidente francese Emmanuel Macron a Tivat, 5 giugno 2026 (AP Photo/Risto Bozovic)

L’adesione della Macedonia del Nord è bloccata dalla Bulgaria, che vuole che il paese riconosca i diritti della minoranza bulgara con una modifica della Costituzione. Nel 2022 il parlamento macedone aveva accettato un accordo che lo prevedeva, ma l’effettiva modifica era stata respinta l’anno successivo. Nel 2024 in Macedonia del Nord ha vinto le elezioni un partito di destra contrario all’emendamento, che dice di non voler «arretrare di un millimetro» e che ha provato (fallendo) a sbloccare la situazione proponendo di fare modifiche dopo l’adesione.

Il Kosovo ha fatto domanda nel 2022 ma non ha ancora ottenuto lo status di candidato. Il problema sta nel fatto che cinque stati membri dell’Unione non ne riconoscono la sovranità: Cipro, Grecia, Slovacchia, Spagna e Romania. Il Kosovo è un paese indipendente solo dal 2008, quando si separò dalla Serbia, con cui continua ad avere dispute etniche e territoriali (nemmeno la Serbia lo riconosce). A questo si aggiunge una lunga crisi istituzionale, cominciata con le elezioni del 2025, che ha portato il paese a non avere né un governo né un parlamento funzionanti per un anno. Il 7 giugno ci saranno nuove elezioni.

Per cercare di unire i due obiettivi – accelerare il processo di allargamento e tutelarsi dalle conseguenze di un’adesione prematura – l’Unione Europea sta valutando delle forme di cooperazione intermedia che rendano l’ingresso graduale. Per esempio Francia e Germania hanno presentato una proposta per offrire ad alcuni di questi paesi lo status di osservatori nelle riunioni più importanti dell’Unione, oltre all’accesso al mercato unico, ad alcuni programmi di scambio (come il progetto Erasmus) e all’area europea di roaming gratuito.

L’Unione sta anche valutando di introdurre dei limiti sul diritto di voto dei nuovi arrivati, a cui per i primi anni potrebbe essere negata la possibilità di imporre il veto su alcune questioni importanti per le quali le regole dell’Unione chiedono l’unanimità. L’idea è che la regola faccia da garanzia ed eviti in futuro una situazione simile a quella che si era creata con Orbán, che ha a lungo bloccato le politiche europee per esempio contro Russia e Israele, di cui Orbán era alleato.

– Leggi anche: L’Unione Europea non riesce a semplificarsi