Il cinema che promette emozioni estreme

Per certi film promuoversi raccontando di spettatori che svengono, vomitano o scappano è diventata una strategia

Un fotogramma del film Terrifier 2 (Bloody Disgusting/ Courtesy Everett Collection, Contrasto)
Un fotogramma del film Terrifier 2 (Bloody Disgusting/ Courtesy Everett Collection, Contrasto)
Caricamento player

La celebre scena della doccia di Psyco è una delle più note della storia del cinema ed è anche considerata tra le più paurose, tanto che quando uscì, nel 1960, diverse persone svennero, cominciarono a urlare oppure se ne andarono dalle sale nel panico. Andò allo stesso modo con L’esorcista, l’horror più famoso di sempre: al cinema alcuni spettatori vomitarono, altri piansero e altri ancora ebbero persino degli attacchi cardiaci, raccontò un inserviente sentito dal New York Times nel 1974.

Che siano vere o esagerate, storie come queste hanno contribuito a rendere leggendari film che non solo hanno rivoluzionato generi cinematografici, ma anche spostato sempre più in là i limiti della tolleranza del pubblico per scene violente, grottesche, aberranti. E sono meccanismi diffusi ancora oggi: con una scelta sempre più ampia e diversificata, sentire che un film provoca emozioni così forti da dover tenere pronto il sacchetto del vomito funziona come un ottimo strumento di marketing, anche grazie ai social network.

Uno degli esempi recenti in questo senso è The Substance, il body horror di Coralie Fargeat con Demi Moore e Margaret Qualley che interpretano due versioni della stessa donna, con mutazioni ripugnanti o volutamente estreme dei loro corpi. Su X è diventato virale il post di una ragazza il cui compagno, dopo averlo visto, aveva preferito tornare a casa a piedi anziché in auto con lei «per vomitare sotto la pioggia con dignità». Ma si trovano numerosi commenti di persone che dicono di aver avuto la nausea, di aver guardato varie sequenze con le mani davanti agli occhi e che ricordano come non sia un film adatto ai «deboli di cuore».

Si prospettano reazioni analoghe anche in vista dell’uscita di Mission: Impossible – The Final Reckoning, l’ottavo film della nota saga d’azione con Tom Cruise, a maggio. Il regista Christopher McQuarrie ha raccontato di uno spettatore che dopo una proiezione in anteprima gli aveva detto di aver «‘quasi avuto un infarto’. Al che ho pensato che dovevamo aver fatto qualcosa di giusto».

Non bisogna comunque dimenticare che è tutta «una tattica di marketing», ha scritto sul Guardian il critico Stuart Heritage. L’ultimo film della saga infatti era stato accolto molto tiepidamente, mentre tra i ritardi legati agli scioperi di Hollywood del 2023 e altri intoppi si dice che abbia raggiunto un budget di quasi 400 milioni di dollari. Adesso pertanto c’è molta pressione sulla promozione.

– Leggi anche: I “body horror” fanno sempre il loro lavoro

Ad aver fatto parlare di sé per la reazione del pubblico, forse ancora prima della trama, è stato Terrifier 3, il capitolo più recente di una delle saghe horror indipendenti di maggiore successo degli ultimi anni. Per la violenza ingiustificata, l’iperrealismo delle sequenze di omicidi e il senso di repulsione che suscita, in Francia era stato vietato ai minori di 18 anni (una cosa che non succedeva dal 2006 con Saw III). Il sito di tv e cinema Screen Rant scrive che alle prime proiezioni venivano distribuiti sacchetti per il vomito; alla prima nel Regno Unito, lo scorso 2 ottobre, undici persone erano uscite dalla sala, nove delle quali quasi subito, e almeno una aveva vomitato, come poi confermato dalla casa di distribuzione Signature Entertainment.

Il regista, Damien Leone, si è vantato del fatto che la sequenza iniziale di Terrifier 3 fosse così raccapricciante che nessuno a Hollywood aveva voluto finanziarlo. Ha anche definito la notizia delle vomitate e della gente che usciva dalla sala «una conferma» dell’ottimo lavoro fatto dalla squadra del trucco e degli effetti speciali.

L’esperto di analisi filmica Stephen Follows ha detto a Business Insider che se una volta le notizie di svenimenti o reazioni forti funzionavano più che altro come un avviso al pubblico, oggi servono per attirarlo. In sostanza sono passate «da minacce a promesse» di un’esperienza unica, ma sono anche una specie di sfida: possono infatti portare una persona a volersi confrontare con le esperienze altrui, per vedere se resistono di più o di meno.

– Leggi anche: Terrifier 3 e il fortunato periodo dell’horror

Come detto, le notizie di persone così terrorizzate da cominciare ad agitarsi o disgustate al punto di vomitare hanno contribuito a far pubblicità a molti film, specialmente horror. Successe nel 1999 con The Blair Witch Project, in parte per il senso di paura legato alla convinzione che fosse una storia vera, e in parte perché era girato con telecamere molto traballanti; e successe nel 2006 a Bolton, una città a nord-ovest di Manchester, dove al cinema c’era Saw III, quando furono chiamate diverse ambulanze.

Subito dopo la proiezione di Raw – Una cruda verità al Toronto Film Festival, nel 2016, il responsabile stampa del film diffuse un comunicato per confermare le voci che stavano girando: che la storia della giovane vegetariana che diventa cannibale ideata dalla regista francese
Julia Ducournau «era troppo per alcuni degli spettatori», tanto che anche in quel caso dovette essere chiamata un’ambulanza. Girarono voci di persone svenute anche alla proiezione al Festival di Cannes.

In questi anni Ducournau ha ottenuto apprezzamenti soprattutto per Titane, lo stranissimo horror che mette insieme scene grottesche e sanguinolente con un certo umorismo. Il film vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 2021 e durante la sua prima al Sydney Film Festival svennero 13 persone, disse l’organizzazione. A differenza di altri registi, comunque, Ducournau sostiene che puntare su queste notizie sia una tattica di marketing poco edificante per il cinema e chi lo fa.

In un’intervista data alla rivista The Berliner nel 2021, Ducournau aveva detto di essere infastidita dalle discussioni attorno a quanto siano scioccanti i suoi film, soprattutto per via del ruolo dei social network, che a suo dire «creano aspettative davvero inutili e completamente fallaci». Ducournau ha spiegato che il suo obiettivo principale come regista è quello di «abbattere la quarta parete» per cercare di coinvolgere il pubblico «in ogni modo possibile», e per questo ha definito i social come una quinta parete «che deve essere buttata giù».

Ha poi parlato di una sesta parete, cioè quella rappresentata da «tutte le trappole del marketing» che si usano oggi. «Io ero a Cannes alla prima di Raw e non ho visto nessuno svenire né vomitare, come invece molti hanno detto. Non è successo», ha spiegato: sono tattiche a cui proprio «in quanto registi bisognerebbe ribellarsi».

– Leggi anche: Il Festival di Cannes di Pulp Fiction