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  • Sabato 3 febbraio 2024

La posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente non è per niente facile

Vogliono proteggere i propri interessi e al tempo stesso evitare l'inizio di una guerra diretta con l'Iran, che controlla un'estesa rete di milizie

Soldati statunitensi durante un’esercitazione in Giordania, nel 2013 (AP Photo/Mohammad Hannon)
Soldati statunitensi durante un’esercitazione in Giordania, nel 2013 (AP Photo/Mohammad Hannon)
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Venerdì sera gli Stati Uniti hanno colpito almeno 85 obiettivi in sette località tra Siria e Iraq. Erano basi operative, centri dell’intelligence e depositi di armi controllati da milizie filoiraniane o usate direttamente dalle Guardie rivoluzionarie, la forza militare più importante del paese. Non è stata un’operazione inaspettata, anzi: gli Stati Uniti avevano annunciato l’intenzione di intraprendere un’operazione militare in Medio Oriente già mercoledì, e giovedì avevano diffuso ulteriori dettagli.

Gli attacchi si aggiungono alle tensioni che nelle ultime settimane hanno agitato la situazione in tutto il Medio Oriente e che stanno coinvolgendo gli Stati Uniti, l’Iran e le sue milizie affiliate, ma anche Israele e Hamas, che da quasi quattro mesi si confrontano e combattono nella Striscia di Gaza.

La situazione in cui si trovano gli Stati Uniti non è facile: da un lato devono reagire in qualche modo ai continui attacchi contro le proprie basi militari in Medio Oriente, ma dall’altro devono fare attenzione a bilanciare le risposte in modo che siano abbastanza forti per funzionare come deterrente contro future operazioni militari, ma non tanto aggressive da costringere l’Iran a rispondere e rischiare l’inizio di un’altra guerra nella regione.

I bombardamenti in Siria e Iraq sono stati la prima parte della risposta statunitense all’attacco subìto domenica contro una base militare in Giordania, nel quale erano stati uccisi tre soldati. Era stato l’ultimo di una serie di oltre 150 attacchi compiuti negli ultimi mesi contro infrastrutture militari statunitensi in Medio Oriente. La responsabilità è stata attribuita o rivendicata da milizie filoiraniane, ossia gruppi armati paramilitari finanziati e sostenuti dall’Iran: sono noti come il «fronte della resistenza» o l’«asse della resistenza», dove la resistenza è da intendersi nei confronti di Israele e degli Stati Uniti, i due storici nemici dell’Iran.

– Leggi anche: Cosa si sa dell’attacco alla base degli Stati Uniti in Giordania

Alcune di queste milizie sono particolarmente grandi o importanti: un esempio è Hezbollah, che controlla il sud del Libano ed è allo stesso tempo un partito politico islamista sciita, un’organizzazione paramilitare estremamente potente e un gruppo radicale che negli scorsi decenni ha commesso diversi attacchi terroristici. Sono affiliati all’Iran anche i ribelli Houthi, che nelle ultime settimane hanno attaccato varie navi che transitavano nel mar Rosso, creando problemi agli scambi commerciali mondiali e provocando diverse risposte militari da parte di una coalizione guidata dagli Stati Uniti: l’ultima il 3 febbraio, quando una coalizione guidata da Stati Uniti e Regno Unito ha colpito 36 obiettivi in vari siti nel nord dello Yemen, territorio in gran parte controllato dagli Houthi.

Anche l’attacco di domenica contro la base in Giordania è stato rivendicato da una milizia finanziata dall’Iran, chiamata Resistenza Islamica e basata in Iraq.

– Leggi anche: La parola “ribelli” ormai sta stretta agli Houthi

Gli Stati Uniti hanno aspettato quasi una settimana per rispondere all’attacco di domenica in Giordania: secondo molti analisti è stata una scelta ben ponderata, fatta soprattutto per permettere all’Iran di ritirare il proprio personale dalle basi che sarebbero state colpite. Secondo diverse fonti della Difesa rimaste anonime, citate da vari giornali internazionali, gli Stati Uniti avrebbero infatti avvisato l’Iran delle loro intenzioni. Alcuni ufficiali del dipartimento della Difesa hanno giustificato l’attesa dicendo che venerdì era il giorno con le condizioni meteorologiche migliori, tali da permettere di individuare perfettamente gli obiettivi militari ed evitare vittime tra i civili.

Inoltre gli Stati Uniti hanno colpito molti obiettivi in Iraq e in Siria, ma non in territorio iraniano, una decisione che con tutta probabilità avrebbe provocato un’ulteriore reazione da parte del paese.

Alcuni politici Repubblicani hanno criticato la risposta dell’amministrazione Biden, che è Democratico, considerandola troppo lenta e non convincente. Mike Johnson, lo speaker della Camera (una sorta di presidente dell’aula) e Repubblicano molto conservatore, ha diffuso un comunicato in cui sostiene che la strategia del governo non sia abbastanza decisa: «È ora che il presidente Biden riconosca che le sue azioni per fermare l’Iran non stanno funzionando», ha scritto. Tom Cotton, un senatore conservatore dell’Arkansas, ha definito «anemica» la risposta dell’amministrazione Biden.

Come sottolineato da un’analisi della rivista Foreign Policy, l’Iran è consapevole che le sue capacità militari sono inferiori rispetto a quelle statunitensi, e quindi non avrebbe interesse a iniziare una guerra diretta con gli Stati Uniti. Per ora sembra che anche le milizie filoiraniane, che da sempre considerano gli Stati Uniti come i loro principali nemici, stiano limitando intenzionalmente la portata dei loro attacchi.

Intanto gli Stati Uniti stanno combattendo l’Iran anche tramite uno strumento indiretto, ma usato molto di frequente negli ultimi anni: le sanzioni. Poco prima di attaccare le basi in Siria e Iraq, l’amministrazione Biden aveva sanzionato alcune società legate all’Iran e coinvolte nella produzione di droni e missili, oltre a sei ufficiali delle Guardie rivoluzionarie considerati responsabili di attacchi informatici contro le infrastrutture idriche degli Stati Uniti.

Da tempo inoltre il governo statunitense accusa l’Iran di sfruttare i profitti della vendita del petrolio per finanziare il terrorismo. Venerdì il dipartimento della Giustizia ha accusato nove persone di nazionalità iraniana, turca, cinese e omanita di essere coinvolte in diverse operazioni per finanziare organizzazioni terroristiche tramite la vendita di prodotti petroliferi iraniani. Il governo ha anche confiscato più di 500mila barili di petrolio iraniano coinvolti in operazioni illecite volte al finanziamento di forze paramilitari.

È quindi uno scenario particolarmente complesso che coinvolge gli interessi di molti paesi in una zona, il Medio Oriente, che da tempo è particolarmente instabile. È probabile che in seguito agli attacchi statunitensi di venerdì le milizie filoiraniane decidano di limitare le loro operazioni contro le basi statunitensi in Medio Oriente, senza fermarle del tutto.