Il Veneto, l’Italia e Luca Zaia in mezzo

Il presidente del Veneto ha grandi consensi personali ma nessuno sa se vuole capitalizzarli per un'esperienza nazionale, mentre il suo (forse) ultimo mandato finirà nel 2025

di Laura Loguercio

(ANSA/ANDREA SOLERO)
(ANSA/ANDREA SOLERO)

Il 21 settembre del 2020 in Italia stava per arrivare la seconda ondata della pandemia da coronavirus. Dopo le vacanze oltre 45mila persone risultavano positive, le terapie intensive cominciavano a riempirsi di nuovo e i ricercatori di tutto il mondo si davano da fare per avviare il prima possibile la produzione dei vaccini. Almeno per un giorno, però, Luca Zaia aveva altro a cui pensare. Verso le 19 salì sul palco del K3 di Fontane di Villorba, la storica sede della Lega a Treviso, per festeggiare l’elezione a presidente del Veneto per la terza volta. La sua coalizione aveva raccolto il 76,8 per cento dei consensi, una maggioranza inequivocabile e un risultato con pochi precedenti.

«È un voto dei veneti per il Veneto», disse Zaia in un breve discorso di ringraziamento. «Ora lasciateci lavorare».

La figura di Zaia è sempre stata legata al Veneto, ai problemi e alle necessità del territorio e all’eterna promessa dell’autonomia regionale, che da decenni aspetta di essere mantenuta. Negli ultimi anni però il suo nome è comparso spesso anche sulle cronache nazionali, attratte dall’enorme consenso elettorale di cui gode e da alcuni suoi commenti apparentemente progressisti sui diritti LGBTQ+ e sulle libertà personali, in controtendenza rispetto alla linea della Lega indicata dal segretario federale, Matteo Salvini.

Zaia è presidente del Veneto da 13 anni, un’anomalia per le leggi italiane (ci torniamo). Nel 2025 non potrà più ricandidarsi e per la prima volta da lungo tempo il suo futuro politico sembra incerto. Si parla di un possibile ruolo di governo o addirittura europeo, ma anche di un eventuale quarto mandato da governatore regionale, che potrà fare solo se cambieranno le norme in vigore. Finora le intenzioni e i piani di Zaia sono sempre rimasti piuttosto vaghi, permettendogli di mantenere un equilibrio tra il ruolo di amministratore e quello di politico, tra ideali conservatori e progressisti, e tra necessità locali e visibilità nazionale.

Zaia è in politica da decenni. Si iscrisse alla Liga Veneta nel 1993, a 25 anni, e venne subito eletto consigliere comunale a Godega di Sant’Urbano, un comune di 6mila abitanti in provincia di Treviso. Entrò poi nel consiglio provinciale della città diventandone presidente nel 1998, a trent’anni. Nel 2005 fu scelto come vice dell’allora presidente del Veneto Giancarlo Galan, con cui però i rapporti si incrinarono presto.

Dopo quell’esperienza si prese una breve pausa dalla politica locale per ricoprire il suo (per ora) unico incarico nazionale nel 2008, quando venne nominato ministro dell’Agricoltura nel quarto governo Berlusconi. Ma dopo appena due anni tornò in Veneto per fare il presidente di Regione, eletto con il 60 per cento dei voti. Nel 2015 venne riconfermato con il 50,1 per cento, e poi ancora nel 2020, quando la sua lista personale ottenne il 44,6 per cento, oltre il doppio del 17 per cento raggiunto dalla lista della Lega.

In tutti questi anni Zaia ha costruito un’immagine e un modo di comunicare chiari, ponendosi sempre come portavoce e rappresentante del Veneto e dei suoi abitanti. Rivendica il ruolo di amministratore locale, attivo sul territorio e ben consapevole delle preoccupazioni della popolazione. Allo stesso tempo, negli ultimi anni ha iniziato a occuparsi anche di questioni più ampie, dai diritti civili al cambiamento climatico.

In generale Zaia sembra avere un approccio più moderato, a volte quasi progressista almeno se paragonato alla linea nazionale della Lega, esplicitamente di destra. Per esempio, ha detto più volte che i diritti umani e civili «non sono di destra o di sinistra», che una legge sul fine vita è «un fatto di civiltà», e ha sostenuto di appartenere «a quella schiera di persone che riconosce il cambiamento climatico».

Secondo alcuni oppositori però queste sue convinzioni sarebbero più che altro di facciata, allo scopo di raccogliere consensi tra gli elettori più moderati del centrodestra. Altri invece le vedono come semplici opinioni personali con cui il governatore non ambisce a influenzare la linea regionale o nazionale del partito, che in realtà Zaia non ha mai criticato apertamente.

Luca Zaia e Matteo Salvini a Venezia, nel 2020 (ANSA/ANDREA MEROLA)

Durante il suo intervento al Congresso mondiale delle famiglie del 2019 Zaia disse che «l’omofobia è una patologia», mentre lo scorso marzo ha difeso le persone trans dicendo: «C’è chi nasce nel corpo sbagliato». L’affermazione era relativa al nuovo centro regionale per i disturbi dell’identità di genere del Policlinico di Padova, che avrebbe dovuto aprire entro settembre (anche se al momento non si hanno notizie) e dove sarà possibile avviare il percorso di transizione. Secondo Zaia la struttura non era «una gentile concessione» della sua giunta, ma una decisione doverosa dato che «il cambio di sesso è un LEA, un livello essenziale di assistenza prescritto dalla legge».

I movimenti femministi hanno criticato le parole di Zaia e messo in dubbio l’autenticità del suo interesse per i diritti della comunità LGBTQ+. Secondo la sezione di Padova del movimento Non una di meno, Zaia non è improvvisamente diventato un paladino leghista dei diritti delle persone trans, anzi, e l’apertura del Centro per i disturbi dell’identità di genere non deriverebbe da un suo sincero interesse, ma da un cavillo normativo, dato che la presenza della struttura è richiesta da norme regionali e nazionali. In sostanza, secondo il movimento il suo approccio è più che altro pragmatico e si limita ad applicare la legge. Inoltre, sempre secondo Non una di meno, Zaia avrebbe spesso comunicato alle persone trans in modo «paternalista» e «pietista», patologizzando la loro condizione e ignorando le loro reali rivendicazioni di autodeterminazione.

Questo pragmatismo emerge anche nei tanti interventi pubblici di Zaia, in cui spesso ha detto che il suo ruolo è l’amministratore locale e non il politico nazionale. Al di là di ciò che pensa, il suo compito non è fare le leggi ma solo applicarle, mentre al resto devono pensarci il parlamento o il governo. Lo si è visto lo scorso luglio quando per la prima volta un’azienda sanitaria locale veneta (ASL) ha riconosciuto alcuni farmaci antitumorali come “trattamenti di sostegno vitale” e permesso quindi a una paziente oncologica, nota come Gloria, di accedere al suicidio assistito anche in assenza di macchinari invasivi come i ventilatori. Zaia aveva commentato la vicenda dicendo di aver «semplicemente dato attuazione a una sentenza della Corte Costituzionale», quella del 2019 legata al caso di Dj Fabo, e di essersi quindi limitato ad applicare una legge fatta da altri, con cui è capitato anche che fosse d’accordo.

Elena Ostanel è consigliera regionale, eletta con il gruppo di centrosinistra Il Veneto che vogliamo. Secondo lei le posizioni che Zaia prende in pubblico sono in contraddizione con le votazioni dei consiglieri del suo partito: «Il presidente apre alla libertà di coscienza, appare persino progressista, ma la discrasia con atteggiamenti e azioni in aula di una parte notevole della sua maggioranza, ancorata su barricate oscurantiste, è palese», dice. «Sui diritti, delle due l’una: o è un presidente senza reale potere sui suoi [consiglieri], oppure trascina una narrazione sterile, che favorisce il suo gradimento ma non intacca il conservatorismo leghista».

Secondo le militanti di Non una di meno questo è reso evidente dall’atteggiamento che Zaia adotta da anni nei confronti di Elena Donazzan, esponente di Fratelli d’Italia e assessora in Veneto all’Istruzione, Formazione, Lavoro e Pari opportunità.

Nel 2021 Donazzan cantò la nota canzone fascista “Faccetta nera” durante la trasmissione radiofonica La Zanzara, e l’anno dopo commentò il suicidio di Cloe Bianco, una donna trans che lavorava come professoressa in vari istituti veneti, dicendo che era «un uomo vestito da donna». Zaia aveva poi risposto dicendo che Bianco «era una donna a tutti gli effetti, visto che tale si sentiva». Nonostante le sue numerose uscite imbarazzanti e controverse, Zaia ha sempre riconfermato Donazzan come assessora con varie deleghe in tutte le tre giunte che ha presieduto, fin dal 2010.

Le aperture su immigrazione e accoglienza sono state assai più timide rispetto ai diritti civili. In un caso però hanno creato un piccolo scontro interno, poi rientrato.

Per gestire l’aumento di migranti arrivati in Veneto durante l’estate – una dinamica comune a molte altre regioni italiane – lo scorso luglio Zaia aveva proposto il modello dell’accoglienza diffusa, che punta a distribuire i migranti in piccole strutture sul territorio invece che creare dei grossi centri in cui accoglierli. Gli amministratori però si erano detti contrari e anche Alberto Stefani, il segretario regionale del partito vicino a Salvini, aveva criticato l’idea. Da quel momento Zaia non si è più esposto in questo modo, anzi. Il 17 settembre a Pontida, la manifestazione annuale organizzata dalla Lega, ha parlato di immigrazione con termini più canonici per un leghista: cioè accusando l’Unione Europea di non fare abbastanza per aiutare l’Italia e aggiungendo che molti cittadini veneti sono emigrati, ma non sono andati «in giro per il mondo a riempire le galere».

Non è chiaro quindi fino a dove Zaia voglia o possa spingersi per distanziarsi dalle posizioni ufficiali della Lega e dare seguito alle proprie opinioni personali, e quale impatto queste possano avere sulle decisioni prese dal partito a livello regionale e nazionale. Le differenze con la segreteria di Matteo Salvini, però, emergono con frequenza sempre maggiore.

Guardando ai dati sembra che, per quanto difficile da inquadrare, la linea di Zaia funzioni di più rispetto a quella di Salvini, che è sempre in cerca di proposte intransigenti nella forma ma poco applicabili nella sostanza. I consensi personali di Zaia sono aumentati negli ultimi anni, mentre quelli della Lega sono in discesa. Per esempio, alle ultime elezioni politiche del 2022 la Lega ha preso meno del 9 per cento dei voti a livello nazionale, mentre in Veneto il partito ha superato il 14 per cento.

Zaia ha sempre partecipato agli eventi elettorali organizzati da Salvini nella regione, ma almeno in un caso era rimasto un po’ perplesso di fronte ad alcune delle cose dette dal suo segretario, per esempio quando ha parlato di «sigillare» le frontiere in un territorio, il Veneto, che fa largo uso di manodopera straniera. Dopo il voto è emerso qualche malumore tra gli esponenti veneti della Lega, e anche Zaia ha definito il risultato «estremamente deludente». Al tempo circolava l’ipotesi che Zaia potesse sostituire Salvini come segretario nazionale, ma non c’è mai stato nessun riscontro né conferma.

Secondo Gianantonio Da Re, esponente della Lega in Veneto da oltre quarant’anni e oggi europarlamentare, le responsabilità dei due esponenti leghisti rimangono ben definite: «Quella di Zaia è una figura amministrativa, mentre Salvini ha un ruolo politico», dice. Inoltre, le opinioni di Zaia non sarebbero realmente in contrasto con quelle del partito: «Il governatore ha fatto delle puntualizzazioni» riguardo ad alcune idee della Lega, ma comunque «rimane sempre vicino alla linea della segreteria federale» dettata da Salvini.

Su un tema in particolare però Zaia si è sempre mosso in sintonia con il suo partito (o forse, almeno negli ultimi anni, il partito si è mosso in sintonia con lui): l’autonomia, sua battaglia storica e grande promessa che aspetta di essere mantenuta fin dai tempi del suo primo mandato da presidente regionale. Anche oggi è una battaglia che non ha perso centralità ed è ancora importante dal punto di vista identitario. Sul palco di Pontida, lo scorso settembre, Zaia si è presentato con un’enorme bandiera del Veneto con su scritto «Autonomia subito!», e per oltre metà del suo intervento ha parlato proprio di questo.

Luca Zaia a Pontida, il 17 settembre del 2023 (ANSA/MICHELE MARAVIGLIA)

Anche nel suo ultimo libro, intitolato I pessimisti non fanno fortuna e pubblicato da Marsilio nel 2022, Zaia elogia il modello federalista dicendo che l’autonomia differenziata per le regioni italiane è «l’unica soluzione veramente innovativa per contrastare i tanti mali che affliggono la nostra comunità», oltre che «un sentimento che tra i veneti ha radici antiche e profonde».

In un comizio per le elezioni del 2022 Salvini disse che dopo il voto l’autonomia sarebbe «finalmente diventata realtà». Il Veneto ci provò una prima volta nel 2017, quando insieme alla Lombardia organizzò un referendum consultivo che ebbe un’affluenza del 57,2 per cento. I voti favorevoli all’autonomia raggiunsero il 98,1 per cento del totale, ma essendo consultiva la votazione non era vincolante, e di fatto non se ne fece nulla. Fin qui i piani di Zaia per rendere il Veneto una regione autonoma non hanno avuto grosse conseguenze pratiche, ma le cose potrebbero cambiare adesso che al ministero degli Affari regionali e le Autonomie c’è un leghista di lungo corso, Roberto Calderoli.

A febbraio il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge sull’autonomia differenziata, un meccanismo che consentirebbe alle regioni cosiddette “ordinarie” (tutte tranne le cinque a statuto speciale: Sardegna, Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta) di chiedere allo Stato la competenza esclusiva su 23 materie, e quindi la possibilità di legiferare in ambiti in cui la potestà legislativa non è espressamente riservata allo Stato.

Il testo è all’esame del Senato ed è già stato molto dibattuto, soprattutto per quanto riguarda la definizione dei LEP, i i livelli essenziali di prestazione che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. A fine luglio Zaia è tornato sul tema, ricordando che l’approvazione di una legge sull’autonomia rientra nel programma di governo presentato dalla coalizione di centrodestra: «Non portare a termine la riforma significa venire meno a un patto, e quando il patto si rompe non si sa mai da che parte vanno i cocci», ha detto.

Luca Zaia al referendum per l’autonomia regionale del 2017 (EPA/VENETO REGION PRESS OFFICE)

Dopo tanti anni passati sul territorio, il futuro politico di Zaia appare ora incerto. È in carica da tre mandati, nonostante la legge limiti a due il numero massimo: la norma però entrò in vigore solo nel 2015, quando Zaia era già al secondo mandato, e quindi il primo di fatto non viene conteggiato.

Al di là dei tecnicismi, le norme attuali impediscono a Zaia di ricandidarsi alle prossime elezioni regionali, nel 2025. Negli ultimi mesi si è discusso della possibilità di estendere il limite dei mandati da due a tre, però senza grandi concretezze. In un’intervista con il Corriere della Sera dello scorso giugno, lo stesso Zaia ha detto che viene fermato per strada «quotidianamente» da cittadini che chiedono perché non può ricandidarsi. «Ho sempre sostenuto che sia strano che le uniche cariche che hanno limite di mandato siano i sindaci e i presidenti di regione», ha detto, aggiungendo che continuare a imporre un limite alle candidature «significa dare degli idioti ai cittadini». Il problema per Zaia è che ad alcuni suoi rivali interni alla coalizione, come gli esponenti veneti di Fratelli d’Italia, conviene mantenere lo status quo e impedire che possa ricandidarsi, così da rendere di nuovo contendibile l’incarico di presidente di regione.