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Per la Lega le elezioni saranno una resa dei conti

Oggi ha un terzo dei consensi rispetto a tre anni fa e rischia seriamente di prendere meno voti di Fratelli d'Italia al Nord, dove la base del partito mugugna

di Luca Misculin
(Antonio Masiello/Getty Images)
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La Lega di Matteo Salvini, il secondo partito più popolare della coalizione di destra, si trova in una specie di paradosso. A meno di sorprese alle elezioni politiche del 25 settembre otterrà uno dei migliori risultati della sua storia elettorale, e farà parte della nuova maggioranza di governo. Al contempo negli ultimi tre anni ha perso circa due terzi dei consensi, nelle regioni del Nord che rappresentavano il suo principale bacino di voti rischia seriamente di essere superata da Fratelli d’Italia, e militanti e dirigenti parlano di una crisi di identità da risolvere. Con o senza Salvini.

«I sondaggi li leggiamo tutti, il sentore sul territorio lo percepiamo tutti, soprattutto chi va molto in giro: siamo preoccupati», spiega un dirigente storico della Lega in Lombardia, che preferisce rimanere anonimo.

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La Lega era stata fra i principali vincitori delle elezioni politiche del 2018. Aveva ottenuto il 17 per cento dei voti, di gran lunga il suo miglior risultato elettorale di sempre, ed era diventata il partito più votato della coalizione di destra. Alle elezioni europee del 2019 aumentò ancora i propri consensi e fu votata da circa un elettore su tre. Fra il primo governo guidato da Giuseppe Conte e quello di Mario Draghi è stata al governo per circa metà dell’attuale legislatura. Eppure, oggi, molti elementi fanno pensare che sia in crisi.

I sondaggi nazionali la danno intorno al 12 per cento, un dato solo in apparenza soddisfacente. Secondo un sondaggio riservato di YouTrend citato dal Fatto Quotidiano la Lega sarebbe sotto di diversi punti a Fratelli d’Italia in Lombardia, 23% a 18%. Un altro sondaggio pubblicato dal Gazzettino assegna a Fratelli d’Italia il doppio dei voti della Lega in Veneto. Sono le due regioni in cui i consensi della Lega sono storicamente più estesi e radicati, e dove ormai da anni era di gran lunga il primo partito della coalizione. Secondo YouTrend il divario sarebbe piuttosto ampio anche in Friuli Venezia Giulia, nonostante la popolarità del presidente di regione leghista Massimiliano Fedriga, e in Liguria. Diversi resoconti giornalistici hanno raccontato come il suo tour elettorale non sembra per ora suscitare grandi entusiasmi.

Alcuni commentatori spiegano il calo dei consensi della Lega con il naturale esaurimento di un ciclo politico iniziato intorno al 2014 con l’elezione a segretario di Salvini, e culminato con le elezioni europee del 2019, dopo le quali il partito ha sistematicamente perso voti. Altri, anche all’interno della Lega, provano ad andare più in profondità e spiegano il crollo dei consensi col fallimento della strategia a lungo termine di Salvini.

All’inizio della sua segreteria Salvini si spese molto per ampliare il bacino elettorale della Lega e farla diventare un partito nazionale. La promessa fatta all’elettorato storico del Nord era che solo un partito più forte e radicato in tutta Italia poteva promuovere con efficacia gli interessi delle regioni settentrionali e dei loro imprenditori e liberi professionisti: su tutti, una sempre maggiore autonomia dallo stato centrale.

Salvini è stato eletto otto anni fa e le regioni del Nord non sono affatto più vicine all’ottenere una maggiore autonomia. Il tema è scomparso da tempo dal dibattito nazionale, nonostante i due appositi referendum del 2017 tenuti in Lombardia e Veneto, che sembrano appartenere a un’era politica antichissima.

Il presidente della regione Veneto Luca Zaia partecipa a una festa per la vittoria del referendum sull’autonomia a Treviso, 23 ottobre 2017 (LaPresse – Andrea Gilardi)

I consensi nazionali del partito rimangono alti se paragonati a quelli della Lega degli anni Duemila, ed è ancora sorprendente pensare che meno di dieci anni fa il partito prese poco più del 4% alle elezioni nazionali. Ma secondo fonti interne del partito gli attuali consensi sono “drogati” da una popolarità personale legata a Salvini nelle regioni del Centro e del Sud. La quale però interessa poco a dirigenti e militanti storici del Nord. «Se otteniamo uno o due parlamentari in più al Sud ma ne perdiamo 20 al Nord, cosa ne guadagniamo?», si chiede un deputato uscente della Lega.

Nella Lega insomma sta riguadagnando forza una fazione interna che chiede un ritorno alle origini: un partito magari meno presente in Parlamento ma più radicato al Nord e compatto sui suoi temi storici e identitari. «Anche nelle aziende, dal punto di vista manageriale, non c’è nulla di peggio che distogliere l’attenzione dal tuo prodotto per guardare quello del concorrente. Le identità contano», aveva detto al Corriere della Sera Luca Zaia, popolarissimo presidente leghista del Veneto, commentando il cattivo risultato della Lega alle elezioni amministrative di giugno.

Sempre secondo l’ala “nordista” del partito, il desiderio di Salvini di posizionarsi in maniera netta su alcuni temi nazionali per ottenere un voto di opinione lo ha allontanato dalla realtà più concreta dei settori produttivi del Nord. «Gli imprenditori avevano avvertito che mandare a casa Mario Draghi era un errore fatale. E ora questa insistenza sull’abolizione delle sanzioni è un’altra cosa che nessuno condivide», ha spiegato alla Stampa Claudio Feltrin, presidente di Federlegno, riferendosi alle note posizioni filorusse di Salvini.

«Se le persone storiche del partito hanno dei dubbi, figuriamoci gli elettori, che sono meno vincolati», spiega un navigato dirigente della Lega. Il timore è che molti consensi in bacini elettorali tenuti in forte considerazione, quelli appunto degli imprenditori del Nord, si stiano spostando verso Fratelli d’Italia: un partito che nell’ultimo periodo si è speso molto per presentarsi come moderato e istituzionale, soprattutto sulla guerra in Ucraina e la crisi energetica, e che da qualche mese sta provando a parlare con gruppi di persone che finora gli erano estranee, come quello degli industriali del Nord.

– Leggi anche: Fratelli d’Italia si sta preparando a contare molto di più

Come se non bastasse, l’ala “nordista” della Lega sa che un travaso importante di voti verso Fratelli d’Italia complicherebbe ulteriormente il percorso verso l’autonomia delle regioni del Nord. Fratelli d’Italia appartiene alla tradizione della destra sociale, tendenzialmente scettica sul decentramento dei poteri dello Stato. E storicamente ha i suoi maggiori consensi nelle regioni del Centro e del Sud. Evidentemente però parte dell’elettorato del Nord che un tempo votava la Lega si sente ora comunque più tutelato da un partito del genere.

Non aiuta il fatto che Salvini stesso sembri più preoccupato di posizionarsi in maniera forte su certi temi, come l’equidistanza fra Russia e Ucraina, e poco interessato ad ascoltare la base del partito e dell’elettorato. Al Forum Ambrosetti di Cernobbio, davanti a centinaia di imprenditori e manager, avrebbe potuto parlare di decine di temi che stanno a cuore a quell’ambiente: invece ha speso quasi tutto il suo intervento criticando le sanzioni europee contro la Russia. Mercoledì su Repubblica un’analista vicina ai Repubblicani statunitensi ha peraltro avanzato l’ipotesi che Salvini lo abbia fatto perché dovesse rendere conto, in qualche modo, a persone vicine al governo russo.

L’impressione di alcuni è che Salvini abbia sostanzialmente perso la sua connessione con quei pezzi di elettorato. Lunedì Salvini era a Treviso, in Veneto, e in un comizio di un’ora ha parlato di baby gang e di leva militare obbligatoria, ma non ha mai toccato nessun macrotema economico rilevante, né ha citato le Olimpiadi invernali che si terranno poco distante. Ha poi parlato di «sigillare» le frontiere in un territorio, il Veneto, che si regge sulla manodopera straniera, e in cui il presidente di Confindustria locale teme il rischio di essere «tagliati fuori dai flussi migratori». Zaia, immobile sul palco accanto a Salvini, lo ha ascoltato con un’espressione un po’ perplessa.

Anche Fedriga, descritto dai giornali come più vicino a Zaia che a Salvini, non sembra particolarmente ottimista in vista del voto. In un’intervista data giovedì alla Stampa parla come se la sconfitta elettorale sia ormai inevitabile. «La fortuna della Lega è che non è un partito di cartapesta», dice Fedriga: «è passato tanto tempo e nonostante i colpi di vento e i trambusti, questo partito è rimasto sempre in piedi».

Bisognerebbe poi capire quale ruolo potrebbe avere una Lega più vicina al 10 per cento che al 15 in una maggioranza di governo in cui Fratelli d’Italia potrebbe facilmente controllare il doppio dei seggi, ed eleggere più parlamentari della Lega in Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria e Friuli Venezia Giulia. È uno scenario plausibile ma che dentro alla Lega guardano con grande preoccupazione, anche per il medio termine.

Nel 2023 si terranno infatti le elezioni regionali in Lombardia. Il presidente uscente leghista Attilio Fontana ha dei consensi piuttosto bassi ed è minacciato dalla candidatura autonoma di Letizia Moratti, l’attuale vicepresidente di Regione. A inizio agosto è circolato un sondaggio secondo cui Moratti verrebbe eletta se si candidasse e fosse sostenuta da una lista civica e da Fratelli d’Italia.

Qualche giorno fa un dirigente di Fratelli d’Italia in Lombardia ha spiegato che il partito è pronto a prendersi «responsabilità ulteriori» in Regione, «se come pare possa diventare la guida all’interno della coalizione».

Non sembra un caso che in questi giorni Salvini si stia facendo vedere soprattutto al Nord: in pochi giorni ha tenuto diversi eventi elettorali in Alto Adige, Trentino, Friuli Venezia Giulia, Veneto. Nel weekend del 17 e 18 settembre terrà il suo raduno annuale sul pratone di Pontida, in provincia di Bergamo: è il primo che viene organizzato da tre anni, e non era mai successo che si tenesse così a ridosso del voto. «Potrebbe servire a dare la carica ai militanti un po’ demotivati», spiega uno storico dirigente della Lega. Se sposterà qualcosa in termini di voti, «dipenderà dallo spazio che ci verrà dato su giornali e tv».

Dentro alla Lega sono in molti che guardano e guarderanno le percentuali. «C’è una soglia psicologica sotto la quale il leader non può scendere senza rischiare contraccolpi interni: è stata fissata nel 12 per cento», scrive Repubblica. All’interno del partito circola anche la voce che in caso di risultati al di sotto delle aspettative potrebbe essere lo stesso Salvini a dimettersi, la sera stessa delle elezioni. Zaia e Fedriga sono di gran lunga i candidati più quotati a prendere il suo posto, per i loro ampi consensi personali e per la localizzazione di quei consensi. Da anni del resto i loro sforzi per costruirsi un’immagine di autorevolezza e competenza sono piuttosto evidenti, e Zaia ha dalla sua la schiacciante vittoria alle regionali in Veneto del 2020, quando prese il 76% e la sua lista personale ottenne quasi il triplo dei voti di quella della Lega. Altri nel partito, comunque, ritengono sia troppo presto fare ragionamenti di questo tipo. «Si va compatti, vediamo cosa ne uscirà», spiega un dirigente del partito.